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Stephen Hawking: “Questo è il momento più pericoloso per il nostro pianeta”

Stephen Hawking: “Questo è il momento più pericoloso per il nostro pianeta”

Quello che segue è un articolo di Stephen Hawking, il famosissimo cosmologo, fisico, matematico e astrofisico britannico, fra i più influenti e conosciuti fisici teorici al mondo, considerato una delle menti più brillanti di tutti i tempi, è noto soprattutto per i suoi studi sui buchi neri e sull’origine dell’universo. L’articolo è stato originariamente pubblicato sul The Guardian e lo proponiamo ai lettori italiani tradotto.

Stephen Hawking

Come fisico teorico con sede a Cambridge, ho vissuto la mia vita in una bolla straordinariamente privilegiata. Cambridge è una città insolita, incentrata su una delle più grandi università del mondo. All’interno di questa città, la comunità scientifica di cui sono diventato parte è ancora più rarefatta. E all’interno di quella comunità scientifica, il piccolo gruppo di fisici teorici internazionali con cui ho trascorso la mia vita lavorativa potrebbe a volte essere tentato di considerarsi come il migliore. In aggiunta a questo, con la celebrità che è arrivata con i miei libri, e l’isolamento imposto dalla mia malattia, mi sento come se la mia torre d’avorio fosse sempre più alta. Così il recente rifiuto apparente delle élite sia in America e sia in Gran Bretagna è sicuramente rivolto a me, come a chiunque altro.

Qualunque cosa si possa pensare della decisione da parte dell’elettorato britannico di rifiutare l’adesione all’Unione europea e del pubblico americano di abbracciare Donald Trump come loro prossimo presidente, non vi è alcun dubbio nella mente dei commentatori che questo era un grido di rabbia da parte di persone che si sentivano abbandonate dai loro capi. E’ stato, tutti sembrano d’accordo, il momento in cui i dimenticati hanno parlato, trovando le loro voci per rifiutare la consulenza e la guida di esperti e dell’elite in tutto il mondo.

Ciò che conta ora, molto più che le vittorie di Brexit e Trump, è come le élite reagiscono. Io non faccio eccezione a questa regola. Ho avvertito prima del voto Brexit che si sarebbe danneggiata la ricerca scientifica in Gran Bretagna, che sarebbe un passo indietro, e l’elettorato – o almeno una parte sufficientemente significativa di essa – ha preso più preavviso da me che dagli altri leader politici, sindacalisti, artisti, scienziati, uomini d’affari e celebrità.

Ciò che conta ora, molto più che le scelte fatte da questi due elettorati, è come le élite reagiscono. Dovremmo respingere questi voti come sfoghi di populismo greggio che non riescono a tener conto dei fatti, e tentare di eludere o circoscrivere le scelte che essi rappresentano? Direi che questo sarebbe un terribile errore. Le preoccupazioni alla base di questi voti sulle conseguenze economiche della globalizzazione e l’accelerazione del cambiamento tecnologico sono assolutamente comprensibili. L’automazione delle fabbriche ha già decimato posti di lavoro nel settore manifatturiero tradizionale, e l’aumento di intelligenza artificiale è probabile che estenderanno questa distruzione di posti di lavoro in profondità nelle classi medie, con solo i ruoli di cura, creativi o di vigilanza rimanenti.

Questo a sua volta accelererà la disuguaglianza economica già allargata in tutto il mondo. Internet consente a molti piccoli gruppi di individui di fare enormi profitti, mentre impiegano pochissime persone. Questo è inevitabile, è progresso, ma è anche socialmente distruttivo. Abbiamo bisogno di mettere questo a fianco del crollo finanziario, che ha lasciato a casa moltissime persone e che possono derivare enormi benefici solo per pochissimi individui che lavorano nel settore finanziario. Così stiamo vivendo in un mondo di ampliamento dove la disuguaglianza finanziaria sta aumentando. Non c’è da meravigliarsi allora che sono alla ricerca di un nuovo accordo, che Trump e Brexit potrebbero rappresentare.

È anche vero che un’altra conseguenza involontaria della diffusione globale dei mezzi internet è che la natura di queste disuguaglianze è molto più evidente rispetto al passato. Per me, la capacità di utilizzare la tecnologia per comunicare è stata un’esperienza liberatoria e positiva. Senza di essa, non sarei stato in grado di continuare a lavorare tutti questi anni. Significa anche che la vita delle persone più ricche nelle parti più prospere del mondo sono  visibili a chiunque, per quanto povero, abbia accesso a un telefono. E poiché ora ci sono più persone con un telefono rispetto a chi ha accesso ad acqua pulita in Africa sub-sahariana, nessuno non sarà in grado di sfuggire alla disuguaglianza. Le conseguenze di ciò sono evidenti: il povero gregge rurale si sposta alle città spinto dalla speranza. E poi spesso, trovando che il Nirvana di Instagram non è disponibile qui, lo cercano all’estero, unendo i sempre più numerosi migranti economici in cerca di una vita migliore. Questi migranti a loro volta pongono nuove esigenze sulle infrastrutture e le economie dei Paesi in cui arrivano, minando la tolleranza e alimentando ulteriormente il populismo politico.

Per me, l’aspetto davvero importante di questo è che oggi, più che in qualsiasi momento della nostra storia, la nostra specie ha bisogno di lavorare insieme. Ci troviamo di fronte impressionanti sfide ambientali: cambiamento climatico, produzione alimentare, la sovrappopolazione, la decimazione di altre specie, malattie epidemiche, acidificazione degli oceani.

Insieme, essi ci ricordano che siamo nel momento più pericoloso per lo sviluppo dell’umanità. Ora abbiamo la tecnologia per distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora sviluppato la capacità di fuggire.

Forse in poche centinaia di anni avremo stabilito colonie umane tra le stelle, ma in questo momento abbiamo un solo pianeta, e abbiamo bisogno di lavorare insieme per proteggerlo. Per fare questo, abbiamo bisogno di abbattere, non costruire, barriere all’interno e tra le nazioni.

Se vogliamo avere una possibilità di farlo, i leader del mondo devono riconoscere che hanno fallito. Con le risorse sempre più concentrate nelle mani di pochi, stiamo andando a perdere l’importanza della condivisione. Non solo posti di lavoro, ma intere industrie scompaiono, dobbiamo aiutare le persone a riqualificarsi per un nuovo mondo e sostenerle finanziariamente mentre lo fanno. Se le comunità e le economie non possono far fronte agli attuali livelli di migrazione, dobbiamo fare di più per incoraggiare lo sviluppo globale, dato che questo è l’unico modo in cui i milioni di migratori saranno persuasi a cercare il loro futuro a casa loro.

Noi possiamo fare questo, io sono un enorme ottimista per la mia specie; ma richiederà l’aiuto delle elite, da Londra a Harvard, da Cambridge a Hollywood, per imparare le lezioni del passato. Per imparare prima di tutto una misura di umiltà.

Stephen Hawking

L’Honduras, il luogo più pericoloso al mondo per chi difende il Pianeta

L’Honduras, il luogo più pericoloso al mondo per chi difende il Pianeta

L’Honduras è il luogo più pericoloso al mondo per chi vuole difendere il Pianeta, e questo è il titolo del report di Global Witness dedicato al Paese centroamericano, presentato il 31 gennaio a Tegucigalpa e frutto di due anni di inchiesta ed interviste. A risaltare sono alcuni numeri: ben 123 sono gli attivisti per il diritto alla terra e l’ambiente assassinati dopo il colpo di Stato del 2009; 82 di questi episodi sono stati censiti nell’area del Bajo Aguan, e le vittime in questi casi sarebbero contadini che si opponevano allo sviluppo incontrollato di piantagioni di palma da olio, promosse dal gruppo locale Dinant.

Il report passa in rassegna tutte le risorse naturali sotto attacco: l’acqua dei fiumi, su cui si costruiscono dighe; le risorse del sottosuolo -oro, argento, ossido di ferro- oggetto di oltre 300 richieste di nuove concessioni minerarie (la quasi totalità delle quali presentate da corporation canadesi); le foreste vergini, da tagliare illegalmente; le terre delle comunità indigene e afrodiscendenti, da privatizzare per poter realizzare progetti di sviluppo (anche turistico).

Global Witness racconta il presente honduregno a partire da 5 “casi studio”. Il più conosciuto in tutto il mondo è quello relativo all’omicidio di Berta Caceres, leader del Copinh e Goldman Prize 2015, assassinata nella sua casa de La Esperanza (Intibucá) nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016, undici mesi fa (qui la nostra intervista con la figlia, che a fine settembre 2016 è stata in Italia per denunciare ritardi e anomalie dell’inchiesta giudiziaria in corso): la ricostruzione di una “mappa del potere” in Honduras evidenzia come l’arresto di alcuni soggetti, i presunti autori materiali dell’omicidio, non debba fermare le indagini e che queste non possono non riguardare i possibili legami tra l’impresa che sta realizzando la diga Agua Zarca in territorio indigeno e l’esercito.

Nel caso di un altro progetto idroelettrico, Los Encinos (sempre in area lenca, nei pressi del confine con El Salvador), l’analisi di Global Witness dimostra e denuncia le presunte violazioni della Costituzione e di leggi vigenti: l’impresa incaricata della costruzione avrebbe ottenuto la concessione nonostante questa sia guidata dal marito di un’esponente del partito di governo, la presidente del Partido Nacional che è anche vice presidente della Camera, e anche se questo sarebbe vietato.

La mappa dell'Honduras con i 5 "casi studio" analizzati in dettaglio nel rapporto di Global Witness
La mappa dell’Honduras con i 5 “casi studio” analizzati in dettaglio nel rapporto di Global Witness

Tre fili rossi legano tutte le denunce: i progetti analizzati sarebbero stati sviluppati in assenza di consultazioni adeguate delle comunità che ne subiscono gli effetti negativi (o, per lo meno, le istituzioni non hanno prodotto documentazione adeguata ai ricercatori di Global Witness), secondo quanto stabilito dalle Nazioni Unite; un secondo tema che emerge con forza è quello legato al ruolo delle istituzioni finanziarie internazionale, dalla Banca centroamericana di integrazione economica alla Banca interamericana per lo sviluppo passando per istituzioni di Paesi europei, responsabili del finanziamento dei progetti; infine -sottolinea Global Witness- c’è la questione dell’impunità: difficilmente gli autori materiali e i mandanti degli omicidi e degli atti di violenza vengono perseguiti.

Sui cantieri di uno dei progetti analizzati da Global Witness, l’Indura Beach and Golf Resort, in territorio garifuna lungo la costa caraibica del Paese, è stata impegnata almeno un’azienda italiana.
Il resort, con hotel a cinque stelle, è oggi affidato all’Hilton. La comunità limitrofa di Barra Vieja -157 famiglie, afrodiscendenti- rischia ancora di essere allontanata. Questo non lo sapranno però i turisti che arriveranno nella Bahia de Tela per godersi il Mar dei Caraibi o il campo da golf, da una struttura che ogni Paese sogna di poter offrire a un pubblico internazionale, la “vetrina” di uno sviluppo che non c’è: il 60 per cento delle famiglie in ambito rurale, in Honduras, vive ancora con meno di 2,50 dollari al giorno.

fonte:https://altreconomia.it/lhonduras-luogo-piu-pericoloso-al-mondo-difende-pianeta/

Torneremo tutti agricoltori, e potrebbe essere la nostra salvezza

Torneremo tutti agricoltori, e potrebbe essere la nostra salvezza

Negli anni ’50 eravamo una terra di agricoltori diventati operai. Nel giro di vent’anni gli operai sono diventati impiegati. Il problema sono i figli degli impiegati, cui era stata promessa la luna di un lavoro creativo, senza cravatte, gerarchie, noia. E che, complice la crisi economica, si sono ritrovati, molto più prosaicamente, senza un lavoro. Molti di loro ancora non si sono rassegnati a cercare il loro personale eldorado nella giungla del terziario avanzato. Altri, invece, sono tornati al punto di partenza, ai campi e alla terra.

Pochi se ne sono accorti, in questi anni, ma l’agricoltura è una delle poche vere eccellenze che sono rimaste a questo paese. Come ben racconta l’ultimo rapporto di Fondazione Symbola dedicato all’agricoltura, sono ben 77 i prodotti in cui la quota di mercato mondiale dell’Italia è tra le prime tre al mondo, 23 – pasta, pomodori, aceto, olio, fagioli, tra questi –  in cui è la prima.

La nostra capacità di primeggiare è figlia, soprattutto, della grande qualità delle nostre produzioni. Non è un caso, peraltro, che non ci sia agricoltura in Europa – e poche al mondo – che abbiano una capacità di generare valore aggiunto quanto quella italiana. Da noi, un ettaro di terra, produce 1989 euro di valore aggiunto: ottocento euro in più della Francia, il doppio di Spagna e Francia, il triplo dell’Inghilterra.

Il risultato di quest’eccellenza è il frutto dell’innesto di menti giovani e di pensieri innovativi dentro mestieri antichi: oggi, un’azienda agricola su tre è guidata da persone che hanno meno di trentacinque anni.  Non ci sono solo loro e non c’è solo l’anagrafe, tuttavia. L’intreccio con nuovi saperi e nuove tecnologie sta davvero cambiando i connotati all’agricoltura.Un tempo agricoltura era sinonimo di coltivazioni con finalità alimentari, oggi non è più così. Oggi l’agricoltura è una piattaforma su cui si innestano molteplici tipi di industrie, dalla alimentare alla chimica, dall’energia al tessile.

Una soluzione  per sfamare, vestire, riscaldare nove miliardi di persone senza distruggere il pianeta. Forse il ritorno all’agricoltura potrebbe essere non solo la nostra salvezza in tema economico, ma anche quella dell’ intero pianeta in tema ambientale.

Riferimento: http://www.linkiesta.it/it/article/2014/10/25/torneremo-tutti-agricoltori-e-sara-la-nostra-salvezza/23282/