Crea sito

150 morti in mare, ma non ce ne frega niente. Benvenuti nell’epoca del sovranismo del dolore

150 morti in mare, ma non ce ne frega niente. Benvenuti nell’epoca del sovranismo del dolore

Centocinquanta morti (se sono veramente centocinquanta) sarebbero la peggiore tragedia di quest’anno nel Mediterraneo, roba da pelle d’oca, roba che dovrebbe rizzare i capelli a tutti e invece finisce nelle colonnine dei giornali dove si discute delle inezie. I politici, pronti a salire su una nave attraccata, non riescono a vederci nessuna opportunità nel farsi fotografare mentre parlano di Libia: non tira, non funziona.

E allora tutti a convergere su questo in generale, tutti a restringersi un po’ in un nuovo sovranismo emozionale che ci impone di occuparsi solo delle cose più vicine, dei nostri figli, dei nostri parenti più prossimi, della nostra famiglia, al massimo dei nostri vicini, tutti ad accontentarsi che la nostra regione sia tranquilla, che ce ne fotte del Paese, che la nostra città sia potabile, che il nostro quartiere sia edibile, che il nostro condominio sia sereno o addirittura che il nostro pianerottolo non ci dia troppi pensieri. Tutti chiusi come isole, senza nemmeno bisogno del Mediterraneo intorno, che al massimo cozzano tra di loro per un secondo nel lavoro o nella quotidianità, si frastagliano, si usurano. Sarebbe da capire come sia successo che non riusciamo più a sentire un lutto oltre a una certa distanza: siamo noi i naufraghi, quelli che hanno bisogno di essere asciugati.

Centocinquanta morti (se sono veramente centocinquanta) sarebbero la peggiore tragedia di quest’anno nel Mediterraneo

Chissà quando riusciremo ad avere occhi per leggere i numeri, quei numeri che qui vengono violentati, anche loro, dalla propaganda che serve per rassicurare i biliosi in un gioco perverso che calpesta i cadaveri per aspirare voti: dice il ministro dell’interno (minuscolo) Matteo Salvini che quest’anno sono stati recuperati solo due corpi nel Mediterraneo, l’ha detto con un sorriso sardonico da Bruno Vespa che sardonico mimava un’intervista, e invece Missing Migrants (fonte ritenuta affidabile da tutta la comunità internazionale) parla di seicentoottantasei morti nel Mediterraneo – più centocinquanta, circa, quando saranno contabilizzati – 486 dei quali (più centocinquanta) nella rotta libica, alla faccia di chi racconta che senza le Ong non parte più nessuno. Alla faccia di chi pensa che bastino le spacconate di Salvini a fermare i fenomeni migratori. Chissà come abbiamo fatto a cedere alla propaganda che lucra sui morti come si rubano i soldi agli anziani distratti sull’uscio di casa.

Ma quei morti, no, non contano perché in fondo i morti che non arrivano cadaveri sulle nostre coste, che non vengono fotografati, in fondo sono morti che non lasciano macchie sul tappeto del nostro salotto e quindi si possono anche non contare. E non è questione solo di questo governo, no: urinchiudere i morti nel sacchetto dell’umido che chiamiamo Libia (e le sue coste e le sue porzioni di mare) è una pratica che funziona da anni qui da noi, dove ci illudiamo che i cadaveri conti o solo se ne sentiamo l’odore, ne vediamo gli occhi di vetro o ce ne commuoviamomentre ci interrompono l’aperitivo vacanziero sulla spiaggia.

Chissà se in fondo il sovranismo non sia solo un provincialismo sentimentale che ci impedisce di vedere il mondo, il resto del mondo, e ci consente di rimanere tranquilli per i morti che possiamo mettere in carico agli altri, mica nostri.

Ieri sono morte (circa, che è una parola che taglia come una lama) centocinquanta persone e noi non abbiamo detto beh, concentrati com’eravamo sui capezzoli di Carola che sono avvenuti a casa nostra e quindi ferocemente ci riguardano. E continuiamo a scrivere di un mondo giusto ma non sappiamo nemmeno guardare un poi più in là del cancellino del nostro giardino. Beati noi che abbiamo imparato a disinfettarci dal dolore. Duri come sassi.

Fonte: linkiesta

Ecco come sarà l’Italia nel 2100: la mappa che preoccupa tutti

Pianura Padana completamente sommersa dalle acque del Mar Adriatico, Golfo di Taranto, di Oristano e di Cagliari a rischio erosione completa, e città come Roma e Venezia vittime dell’innalzamento del livello del mare. È così che potrebbe presentarsi l’Italia nel 2100 e le cause andrebbero ricercate sia nell’effetto serra che ha causato l’innalzamento delle temperature e, di conseguenza, del livello del mare, sia nei movimenti tettonici del pianeta.

A sostenerlo è uno studio portato avanti da un gruppo di ricercatori del laboratorio Modellistica Climatica e impatti dell’Enea pubblicato sul Quaternity Science Reviews. Secondo la ricerca, infatti, l’Italia tra circa 85 anni perderà gran parte del suo patrimonio paesaggistico, dato che l’innalzamento del livello del mare di 28-60 centimetri e i movimenti tettonici porteranno alla sommersione di 5500 chilometri quadrati di pianure costiere. “Alcune aree sono già oggi a zero o sottozero e la costa si abbassa, si alza o si sposta per vari motivi“, ha sottolineato Fabrizio Antonioli, il direttore della ricerca in un’intervista.

L’Italia nel 2100, secondo l’artista e disegnatore di mappe Martin Vargic alias Jay Simons.

Visualizza l'immagine su Twitter

Le aree geografiche maggiormente a rischio sono 4, il golfo di Taranto, il golfo di Oristano e quello di Cagliari. E per evitare che vengano spazzate via nel giro di pochissimo tempo, forse non basterebbe nemmeno un istantaneo esaurimento delle emissioni di gas serra, come stabilito dalla Conferenza di Parigi del 2015. Il livello del mare, infatti, dovrebbe comunque innalzarsi tra i 28 e i 60 centimetri nei prossimi anni.

Dunque, per avere un’idea di come potrebbe essere il nostro Paese tra qualche anno, date uno sguardo approfondito alla foto in copertina: rappresenta un disegno dell’artista Martin Vargic alias Jay Simons. Tempi duri per l’Italia, dunque. Ecco, inoltre, una spiegazione “tecnica” degli esperti in questo video.

Tilos, l’isola greca autosufficiente e 100 % rinnovabile che ha detto addio ai fossili

Tilos, l’isola greca autosufficiente e 100 % rinnovabile che ha detto addio ai fossili

Basteranno il sole e il vento a fornire tutta l’energia sufficiente alla splendida isola greca di Tilos per dire addio al petrolio e diventare 100% rinnovabile.

Nota oltre che per le acque cristalline anche per la caratteristica forma che ricorda quella di un cavalluccio marino, Tilos ha deciso di dare una svolta al proprio mix energetico. Come? Scegliendo eolico e fotovoltaico insieme a una potente batteria in grado di conservare l’energia prodotta in eccesso.Non si tratta di una meta del turismo di massa, visto che conta circa 13mila turisti all’anno ma è un’isola verde, frequentata perlopiù da escursionisti e osservatori di uccelli, ed in gran parte una riserva naturale protetta.

Situata tra Rodi e Kos, l’isola ospita 400 abitanti ma in estate arriva fino a 3.000 considerando i turisti. Ciò mette a dura prova la località. Attualmente essa ottiene l’energia da un cavo sottomarino che va da Kos all’isola di Nisiros e fino a Tilos. Ciò crea un servizio irregolare e soggetto a interruzioni, con improvvisi blackout, costringendo alcune aziende, alberghi e ristoranti ad affidarsi agli inquinanti generatori diesel.

Da qui la necessità di trovare una soluzione efficiente e pulita. Quando le pale della turbina eolica da 800kilowatt iniziano a girare, la piccola isola greca diventerà la prima nel Mediterraneo a dipendere esclusivamente dall’energia pulita prodotta grazie al sole e al vento.

I tecnici stanno conducendo i test finali su un sistema rinnovabile che ha preso il nome della stessa isola (TILOS – Technology Innovation for the Local Scale Optimum Integration of Battery Energy Storage) che sarà completamente implementato entro la fine dell’anno, permettendo a Tilos di dipendere esclusivamente da batterie ad alta tecnologia ricaricate da una turbina eolica e da un parco solare.In questo modo, l’energia elettrica prodotta dal sole e dal vento sarà sempre disponibile visto che quella in eccesso sarà conservata dalla batterie e messa a disposizione durante i periodi di forte domanda, o ancora di notte e in assenza di vento.

La Commissione europea sostiene che Tilos sarà la prima isola rinnovabile e autosufficiente del Mediterraneo e prevede di utilizzare il progetto per applicarlo ad altre piccole isole dell’Unione europea che hanno una connessione di rete limitata con la terraferma. L’UE ha ampiamente finanziato il progetto, erogando 11 milioni di euro del costo totale pari a 13,7 milioni.

“L’innovazione di questo programma e il suo finanziamento sono le batterie – lo stoccaggio di energia – questo è ciò che è innovativo”, ha affermato il project manager Spyros Aliferis. “L’energia prodotta dalle turbine eoliche e dal fotovoltaico sarà immagazzinata in batterie, in modo che questa energia possa essere utilizzata dalla rete quando c’è una richiesta”.

Per funzionare, è stata necessaria un’importante revisione alla rete con contatori intelligenti installati nelle case e nelle aziende per calcolare i tempi di picco della domanda.

Un luogo da sogno che adesso lo è ancora di più visto che bandirà le fonti inquinanti di energia per lasciare il posto esclusivamente alle rinnovabili.