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Greta Thumberg: capolavoro della manipolazione di massa


Il recente fenomeno di Greta Thunberg rappresenta forse il migliore esempio di come il potere moderno riesca ormai senza sforzi a manipolare completamente a proprio piacimento l’opinione dei popoli. Un vero e proprio caso da manuale. Che qualcosa non tornasse molti lo hanno intuito subito: è dal 1972 che il Club di Roma denuncia i limiti dello sviluppo eppure chiunque abbia provato a difendere queste tesi mettendo in discussione il paradigma della crescita economica illimitata è sinora sempre stato messo all’angolo, deriso e umiliato. Eppure ora i media vorrebbero farci credere che è bastata una ragazzina con un cartello in mano seduta di fronte a un parlamento una volta alla settimana per otto settimane a scuotere popoli e potenti di tutto il mondo, a candidarla al premio Nobel per la pace, a farla parlare di fronte alla Cop24 in Polonia e a fare un tour di discorsi ai parlamenti di mezzo mondo. Tutto spontaneo?

Io credo di no perché mi sono fatto alcune semplici domande: se Greta si fosse seduta di fronte al parlamento svedese con un cartello che rivendicava il controllo sulle imprese e i profitti da parte dei lavoratori, avrebbe avuto lo stesso successo? Se su quei cartelli avesse chiesto la nazionalizzazione delle banche centrali e il diritto degli stati di emettere moneta propria, non gravata dal debito, sarebbe stata ascoltata? Se su quel cartello avesse rivendicato la smobilitazione delle truppe NATO dislocate in tutta Europa e la fine delle ostilità con la Russia e la Cina, avrebbe avuto la stessa eco mediatica?

Per capire i retroscena iniziamo col ricordare che i genitori di Greta (la cui madre è una celebre cantante che vanta diverse apparizioni televisive) si sono rivolti al famoso pubblicitario Ingmar Rentzhog per lanciare il loro libro proprio a 4 giorni dalla prima manifestazione di Greta. Rentzhog, nel maggio 2018, è stato assunto come presidente e direttore del think tank Global Utmaning, che promuove lo sviluppo sostenibile. Il fondatore del Global Utmaning, ovvero il capo che ha assunto Rentzhog, è nientemeno che Kristina Persson, figlia del miliardario svedese ed ex ministro socialdemocratico dello sviluppo strategico e della cooperazione tra il 2014 e il 2016. Attraverso l’analisi dei suoi tweet del think tank si deduce un forte impegno politico alla vigilia delle elezioni europee, da parte della Persson e quindi di Rentzhog, a favore, guarda caso, di un’alleanza larghissima, che andrebbe dai socialdemocratici alla destra svedese, e tesa ad escludere genericamente i “nazionalismi” (ergo, i populismi) emergenti un po’ ovunque in Europa e nel mondo. Per lanciare il libro dei suoi genitori, Rentzhog pensa allora di documentare l’attivismo di Greta. Ma non solo. Rentzhog ha sfruttato l’immagine della ragazzina per promuovere anche la sua start-up di cui è fondatore: We Do not Have Time. Secondo lo stesso fondatore, We Do Not Have Time ambisce a diventare una piattaforma social mondiale da almeno 100 milioni di iscritti, a tematiche ambientaliste e il volto di Greta sarebbe un’ottima pubblicità per lanciarla. Naturalmente a gestire la piattaforma social saranno pubblicitari di professione proprio come Rentzhog che conoscono bene le tecniche di manipolazione di massa. Come vedremo più avanti, la piattaforma potrà essere usata in futuro come movimento mondiale d’opinione da scagliare contro quei governi che non dovessero adottare le politiche “ambientaliste” che nei prossimi anni verranno via via proposte. Dietro il fenomeno Greta tuttavia ci sono poteri ancora più forti. Nel suo discorso al Cop24, Greta, infatti, esordisce dichiarando di parlare a nome di Climate Justice Now (CJN). Climate Justice Now è un network globale di organizzazioni che lottano contro il cambiamento climatico. Tra i finanziatori CJN c’è Friends of the Earth (FOE), un altro network di organizzazioni ambientaliste presente in 74 paesi diversi. A sua volta la FOE è stata fondata da David Brower grazie ai finanziamenti, tra gli altri, del ricco petroliere Robert Anderson, legato all’Anspen Institute, al CFR, e a sua volta finanziato dai Rockefeller, al cui club lo stesso Brower era iscritto. Insomma, come era verosimile, dietro a Greta ci sono gli alfieri della diplomazia americana neo-con, nonché l’espressione del globalismo più intransigente.

Gli scopi di tutto questo movimento di capitali e di questo chiasso mediatico sono molteplici. Innanzitutto, cosa più evidente, si ripropone lo scontro generazionale tra gli adulti irresponsabili da un lato e le nuove generazioni senza futuro dall’altro. A dirlo è la stessa Greta che al termine del corteo degli studenti organizzati da Fridays for Future ha dichiarato che: “Siamo arrabbiati perché le generazioni più vecchie ci stanno rubando il futuro e non lo accetteremo più. […] Noi continueremo finché non faranno qualcosa, saremmo pazienti perché è il nostro futuro ma se non faranno niente, dovremo fare qualcosa noi, e lo faremo”. Non si tratta di qualcosa di nuovo. In realtà, già al tempo della Brexit i giovani, per bocca dei giornali, avevano accusato i “vecchi” di egoismo.

Un secondo scopo è certamente nascondere i reali responsabili della devastazione ambientale dietro un anonimo collettivo che colpevolizza tutti e quindi, al contempo deresponsabilizza i veri colpevoli, che possono così rigettare l’effetto del loro operato sul senso di colpa collettivo, senza essere chiamati pubblicamente a pagare per i loro crimini.

Tuttavia lo scopo principale è un altro e lo si comprende analizzando il tipo di visione della crisi climatica che Greta propone. Greta imposta il discorso sulla crisi ambientale tutto attorno al presunto riscaldamento globale da CO2 mentre tendenzialmente ignora il discorso sull’impronta ecologica. La scelta non è politicamente neutrale: contestare l’impronta ecologica, infatti, metterebbe in discussione l’intero sistema capitalistico, mentre combattere le emissioni di CO2 no, perché basterebbe qualche regolamento in più per fronteggiarne la minaccia. Purtroppo però la vera crisi ambientale è dettata dallo sfruttamento dissennato delle risorse naturali più che dalle emissioni di CO2: la deforestazione selvaggia a partire dall’Amazzonia, l’ipersfruttamento del suolo per la coltivazione che conduce poi alla desertificazione, l’ipersfruttamento delle acque dolci dei fiumi e dei laghi; l’ipersfruttamento della pesca per cui ormai tre quarti delle aree di pesca è andata esaurita o è in via di esaurimento; l’inquinamento dovuto a tutti gli scarichi industriali, all’allevamento di bestiame e ai rifiuti. Queste sono le vere sfide ambientali, e tutte, immancabilmente, sono state causate dal nostro modo di produrre che non è orientato alla conservazione delle risorse in un’ottica di lungo termine, ma alla loro depredazione in vista di un profitto immediato il più alto possibile. La vera causa della devastante impronta ecologica pertanto è ne più ne meno il nostro modo di produrre (e quindi anche di vivere le relazioni sociali), ovvero quello che chiamano libero mercato, che per sua costituzione lavora lungo un orizzonte di breve periodo e quindi è incapace di preservare i cicli della natura. Pertanto un ambientalismo che non sia anticapitalista e che non sia incentrato sull’impronta ecologica umana, è solo un ambientalismo da salotto.

Perché allora Greta costruisce tutto il suo discorso attorno al riscaldamento climatico? La risposta è il nuovo rapporto del New Climate Economy. Si tratta di un documento ufficiale presentato dal segretario delle Nazioni Unite di fronte all’assemblea generale ONU, in cui si dichiara che il capitalismo è pronto a investire 90 trilioni di dollari nei prossimi 10-15 anni nell’economia “verde” per far ripartire l’economia mondiale. Dopo la crisi del 2008 il pianeta non si è mai del tutto ripreso e la sua crescita agonizza su valori risicati; Laurence Summers, ex-FMI a tal proposito, ha parlato dei decenni a venire come della grande stagnazione secolare, ovvero di un periodo con bassa inflazione, bassa crescita e bassi tassi di interesse. Evidentemente il grande capitale internazionale (occidentale) ha pensato di uscire da questa stagnazione secolare attraverso un amplissimo programma di investimenti “verdi”. Tuttavia non si tratterà di investimenti che andranno a ripulire i mari, le acque, le terre, né di investimenti per una gestione oculata delle risorse in armonia con i loro tassi naturali di rigenerazione; questo richiederebbe un grande coordinamento centralizzato e quindi un’uscita dai sistemi di mercato. Tali investimenti, secondo il rapporto, dovranno riguardare lo stoccaggio e la cattura del carbonio (CCS, ergo raccogliere CO2 dall’atmosfera e metterla sotto gli oceani), il recupero avanzato del petrolio (EOR), la bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio (BECCS), la decarbonizzazione totale rapida, i pagamenti per i servizi ecosistemici (denominati “capitale naturale”), energia nucleare a fissione e una miriade di altre “soluzioni” ostili a un pianeta già devastato. Il costo di tutte queste attività ricadrà sui cittadini in termini di maggiore tassazione e sulle imprese che dovranno spendere una quota dei loro ricavi per compare questi servizi di “pulizia” dell’ambiente da aziende specializzate. Tuttavia per aumentare le tasse e costringere le imprese ad acquistare questi servizi serviranno delle leggi dello stato e dei regolamenti e quindi sarà necessario far maturare un consenso politico di massa attorno a queste idee. Ecco spiegato il fenomeno di Greta Thunberg: un’operazione di marketing in preparazione delle future politiche “verdi” (che di verde non hanno proprio un bel niente). Ed ecco trovate le politiche che verranno imposte agli Stati anche attraverso la pressione dei movimenti di opinione come la piattaforma di Rentzhog, We Do Not Have Time. Lo Stato non si dovesse piegare a queste assurde operazioni, si vedrebbe lanciati contro 100 milioni di giovani da tutto il mondo, con le prevedibili conseguenze in termini di spread, credibilità del paese, sanzioni economiche, ecc.

Infine, c’è probabilmente un quarto motivo dietro quest’improvvisa onda verde: sdoganare le cause dei problemi ambientali per promuovere soluzioni che si occupano solo di sanarne gli effetti. In altre parole, da una parte, attraverso Greta, si denuncia che i governi e le imprese non riescono a trovare un accordo sul clima e dall’altra si fa pressione sull’urgenza del problema ambientale. Da queste due premesse si vorrebbe far passare all’opinione pubblica che proprio perché i governi sono incapaci di trovare un’intesa nel breve periodo ma il problema ambientale è purtroppo troppo urgente, non resta che provare con le tecniche di geoingengeria atte a modificare artificialmente il clima. Se l’operazione dovesse avere successo, i governi potranno sperimentare a cielo aperto le tecnologie geoingengeristiche senza suscitare scandali o creare preoccupazione negli abitanti. La geoingegneria poi sappiamo, non è usata a soli scopi civili, ma soprattutto militari, e quindi sulle nostre teste l’esercito potrà condurre con tutta tranquillità i suoi esperimenti di geoingengeria come hanno fatto sinora, con la differenza che ora potranno contare pure sul plauso dei cittadini che crederanno siano tecniche di preservazione ambientale!

Questi gli interessi in ballo e i soggetti coinvolti. Ma forse la vera notizia è che da un giorno all’altro si sono riusciti a mobilitare milioni di giovani nelle piazze di tutta Europa, e decretare alle scorse elezioni europee l’affermazione e l’indiscusso successo dei verdi che dall’essere quasi inesistenti, diventano il secondo partito in Germania e il terzo in Francia. Tutto nel giro di poche settimane. È la dimostrazione più terrificante di come la scienza della manipolazione si sia ormai perfettamente affinata. Ricordiamo che i giovani non sono mai scesi in piazza perché non hanno un lavoro, o perché nella migliore delle ipotesi saranno precari a vita e sottopagati, o non avranno accesso a un sistema sanitario nazionale pubblico, gratuito e di qualità per tutti o perché non riusciranno a formarsi una famiglia dato che dovranno viaggiare in giro per l’Europa a caccia di lavoro, o peggio perché saranno stati confusi e indottrinati dagli stregoni della propaganda LGBTQ+. No, di fronte a tutto questo non sono mai scesi in piazza ma ora, all’improvviso, si mobilitano preoccupati principalmente dalle emissioni di CO2, dagli hamburger e da qualche cartaccia per terra!

È bastato un volto innocente e la complicità di tutti i media che ne hanno rimbalzato l’immagine per migliaia di volte, per convincere in pochi giorni decine di milioni di persone, tutte in buona fede sicuramente, ma purtroppo, ingenue politicamente. La tecnica utilizzata è stata semplice: mostrando il volto di un bambino triste che implora gli adulti, si suscitano nell’osservatore emozioni forti e si fanno abbassare le sue difese razionali (l’intelletto); in questo modo è possibile far passare qualsiasi decisione l’agenda mondialista abbia stabilito. E non è la prima volta che si sperimenta questa tecnica di manipolazione. C’è infatti chi ha iniziato a parlare di pedolatria (l’egregio professor Enzo Pennetta). Prima di Greta, infatti, è arrivata la baby vegana a chiedere al Papa di fare una quaresima vegana con l’iniziativa “Million dollar vegan”. Poi è sorto il caso di Emma, la bambina di 8 anni che attraverso il Corriere della Sera dichiarava: “Io al Quirinale mi impegno a pulire Roma”. In Belgio le studentesse fiamminghe Anuna De Wever, 17 anni, e Kyra Gantois, 19, dall’inizio del 2019, ogni giovedì a Bruxelles portano in piazza migliaia di giovani sempre (e solo) per questioni ambientali. La 22enne tedesca Luisa Neubauer, studentessa alla facoltà di geografia dell’Università di Goettingen, a scuola finita, ha iniziato a scrivere per il magazine di Greenpeace (ignorando che tra i finanziatori c’è la multinazionale del petrolio Shell), divenendo presto un’influencer. Infine, c’è la beniamina delle giovani leader ambientaliste americane, Alexandria Villasenor, che ha addirittura solo 13 anni. Studentessa di scuola media, è diventata anche lei un punto di rifermento del movimento di protesta per la tutela dell’ambiente. La pedolatria è l’ultima frontiera del giornalismo mediatico di regime, perfettamente funzionale a irreggimentare un consenso emozionale (irrazionale) e basato sul senso di colpa collettivo (conflitto generazionale).

Simone Lombardini, dottore in Economia, è esperto di relazioni internazionali e geopolitica. Ha studiato all’Università di Genova conseguendo la Laurea Magistrale in Economia e Istituzioni Finanziarie. Attualmente lavora presso l’Università di Genova anche se di recente ha soggiornato a Oslo per motivi di studio presso l’Università di Oslo. È membro della Segreteria dell’associazione Alterlab fondata da Giulietto Chiesa. È ospite periodico della tv online “Il vaso di Pandora” in cui tratta, nello spazio “osservatorio di geopolitica internazionale”, come ospite speciale, i più importanti retroscena degli sviluppi della politica e dell’economia mondiali.

Fonte:https://mysterionweb.wordpress.com/2019/07/11/greta-thumberg-capolavoro-della-manipolazione-di-massa/

Guerra e manipolazione dell’informazione

Guerra e manipolazione dell’informazione

Nell’era di internet, sempre più persone possono avere accesso a fonti di informazione alternative a giornali e televisioni, e farsi quindi una propria idea su ciò che accade nel mondo; ma i grandi media mainstream rimangono ancora la fonte di informazione primaria per la maggior parte delle persone. Per questo è importante sapere come funziona il mondo dell’informazione e conoscere i meccanismi di manipolazione che vengono quotidianamente utilizzati per influenzare le masse.

Innanzitutto occorre fare una distinzione tra comunicazione e informazione. Il vero giornalismo informa, o meglio dovrebbe informare. Purtroppo però, nella maggior parte dei casi, non informa ma semplicemente comunica ciò che vuole il potere, al fine di condizionare le menti – e di conseguenza le scelte – dei cittadini. Basta sfogliare un qualsiasi quotidiano per rendersi conto che è quasi interamente composto da notizie che in realtà non sono notizie ma solo propaganda.
Inoltre è curioso notare come molto spesso, nel trattare un medesimo evento, i giornali sembrino un po’ tutti uguali, indipendentemente dal loro colore politico. Questo avviene perché, come vedremo meglio dopo, attingono tutti dalle stesse fonti; o meglio, dalla stessa “fabbrica” di notizie, perché di vera e propria creazione delle notizie si tratta.

Ma come avviene questa manipolazione dell’informazione? Si tratta di un meccanismo sofisticato, con delle tecniche ben precise. Una di queste è il cosiddetto frame, ovvero la creazione di una “cornice mentale” attraverso la quale ci si forma un’opinione in merito a un determinato fatto: tutto quello che rientra dentro la cornice – che sia vero o no, non è importante – rafforza una determinata visione del mondo radicata nella mente; al contrario, la mente tende a scartare o a ignorare tutto ciò che esce da quella cornice, anche se si tratta di una notizia vera. Ogni giorno creiamo continuamente dei frames su qualsiasi argomento: è un meccanismo psicologico innato nell’essere umano; ma nel caso dell’informazione, si tratta di una tecnica specifica messa in atto allo scopo di manipolare l’opinione pubblica, creando una percezione falsata e deviata della realtà. I media, anziché fare informazione per permettere ai cittadini di crearsi un’opinione autonoma, utilizzano e riproducono continuamente lo schema del frame.

La figura centrale di questo processo è lo spin doctor. Si tratta di un esperto di comunicazione – sottolineiamo di comunicazione, non di informazione – che lavora come consulente per conto di personaggi politici, istituzioni, stati, multinazionali, ecc… con il compito di creare una determinata immagine del politico (o dell’istituzione, o dello stato, o dell’azienda) in modo da fargli ottenere consensi. Lo spin doctor conosce sia le tecniche giornalistiche e di comunicazione, sia le tecniche psicologiche per orientare le masse; è lui che decide gli argomenti di cui tutti i media parleranno, e il modo in cui ne parleranno. Lo spin doctor è, di fatto, un manipolatore delle informazioni e delle masse.
Uno dei primi spin doctors fu Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud vissuto nel XX secolo. Egli applicò, oltre agli studi di psicologia sociale, anche le teorie psicanalitiche dello zio al campo della manipolazione delle masse. È considerato il padre della moderna propaganda e a lui si ispirò Joseph Goebbels, il ministro nazista a cui si deve la famosa frase: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”; frase che è considerata il sunto di tutte le tecniche di propaganda.

Bernays fu anche il teorizzatore delle moderne relazioni pubbliche. E qui arriviamo a un altro punto centrale della nostra analisi sulla manipolazione dell’informazione. Prima abbiamo accennato al fatto che i media trattano gli argomenti in modo pressoché identico, perché attingono tutti dalle stesse fonti. La maggior parte delle volte si tratta di fonti istituzionali. Questo avviene sia nel grande (basta sfogliare le pagine dedicate alla politica nazionale e internazionale in un qualsiasi giornale), sia nel piccolo per quanto riguarda la cronaca locale. Per anni ho lavorato come cronista per un quotidiano locale: il 90% delle notizie, forse anche di più, provengono direttamente o indirettamente dalle istituzioni; dai comunicati stampa del sindaco ai cosiddetti “giri di nera” (telefonare quotidianamente a questure, commissariati, ospedali, ecc… per sapere se è successo qualcosa).
Applicando questa osservazione a livelli più alti, possiamo prendere ad esempio il generale statunitense Schwarzkopf durante la prima Guerra del Golfo: egli convocava ogni giorno i giornalisti dando loro le uniche notizie e immagini disponibili del conflitto, che quindi non erano imparziali ma provenivano da una fonte istituzionale; quelle notizie e immagini venivano mandate in onda dalla CNN e riprese da tutti gli altri media mondiali. Il fatto che provenissero dalla conferenza stampa indetta dal generale americano a capo dell’operazione militare, fa ben capire quanto l’informazione che i cittadini ricevevano fosse manipolata in partenza.

Oltre e al di sopra delle istituzioni per cui lavorano, abbiamo però le agenzie di pubbliche relazioni, che sono specializzate nella fabbricazione delle notizie. Tra le più grandi agenzie di PR al mondo ricordiamo la Hill & Knowlton e la Ruder Finn. Esse hanno diffuso quasi tutte le notizie – rivelatesi poi, appunto, inventate – che sono state usate dai governi come pretesto per scatenare guerre. E qui arriviamo a un punto importante della manipolazione dell’informazione: il legame tra giornalismo e guerra. La guerra, per gli interessi e le implicazioni che porta con sé, è forse il campo primario dove vengono applicate le tecniche psicologiche e giornalistiche che abbiamo descritto.

Possiamo fare alcuni esempi notizie inventate e messe in giro dalle agenzie di pubbliche relazioni, riprese poi dai media di tutto il mondo e propagate come vere.
Nel 1991, durante la prima guerra in Iraq, venne diffusa la foto di un cormorano incatramato nel Golfo Persico. La foto venne utilizzata in funzione anti-Saddam, per dimostrare che il dittatore stava aprendo le pompe di petrolio creando così un disastro ambientale; in realtà in quella stagione non c’erano cormorani nel Golfo, e infatti poi si scoprì che la foto era stata scattata altrove. Inoltre vennero diffuse delle riprese televisive di altri cormorani ricoperti di petrolio: anche quelle si scoprì essere false, create ad hoc dall’agenzia Hill & Knowlton.
Un altro episodio che contribuì alla creazione del consenso dell’opinione pubblica attorno alla Guerra del Golfo, fu quello dei bambini strappati alle incubatrici dai soldati iracheni, che “li scaraventarono a terra lasciandoli morire sul pavimento”. La storia fu raccontata nel 1990 da una giovanissima infermiera kuwaitiana davanti al Congresso americano. Dopo questa toccante testimonianza fornita dalla ragazza in lacrime, il Senato USA approvò l’invasione dell’Iraq. Ma la notizia era stata fabbricata dalla Hill & Knowlton e l’“infermiera” era in realtà la figlia quindicenne dell’ambasciatore del Kuwait negli Stati Uniti.

Questi sono solo alcuni esempi, ma ce ne sono tantissimi, sia nel passato che nel presente. È importante conoscere le tecniche di manipolazione e comprenderne i meccanismi, perché la “guerra dell’informazione” coinvolge tutti noi ogni giorno, ed è su questa guerra che si fondano i conflitti e le crisi internazionali. Internet non è esente dagli schemi appena illustrati: tutto ciò che abbiamo descritto è applicabile non solo ai media tradizionali, ma anche alla Rete.