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Uno studio islandese identifica mutazioni del coronavirus: ci si può infettare con diverse varianti

Uno studio islandese identifica mutazioni del coronavirus: ci si può infettare con diverse varianti

Il sequenziamento genetico dei tamponi di quasi 10.000 soggetti in Islanda, dove lo scorso martedì sono stati riportati 648 casi, ha rivelato 40 differenti mutazioni del nuovo coronavirus. Il sequenziamento dei risultati ha anche rivelato che una persona può essere infettata da due varianti del virus.

I ricercatori della deCODE genetics, una società biofarmaceutica privata con sede a Reykjavik, hanno collaborato con le autorità sanitarie locali nella conduzione di test per il COVID-19, la malattia causata dal coronavirus. Ma hanno anche effettuato analisi genetiche dei campioni raccolti nella speranza di comprendere come il virus si sia diffuso all’interno della comunità islandese, composta da poco più di 364.000 abitanti.

Kari Stefansson, CEO della deCODE genetics, ha riferito alla testata danese Dagbladet Information che le mutazioni erano specifiche per ciascun paese d’origine. Di qui il loro utilizzo come impronte digitali, che hanno permesso ai ricercatori di tracciare l’infezione risalendo a tre gruppi: islandesi che sono stati infettati in Italia, in Austria e nel Regno Unito.

“Abbiamo i geni di oltre 400 individui infettati. La cosa più interessante di questo sequenziamento è che siamo in grado di tracciare esattamente da dove proviene il virus. Alcune infezioni provengono dall’Austria, un altro gruppo di soggetti è stato infettato in Italia e un terzo tipo si è infettato in Inghilterra,” ha spiegato Stefansson.

È possibile essere infettati da più varianti del nuovo coronavirus

I campioni utilizzati per il progetto di sequenziamento provenivano da 9.768 persone, che o risultavano infettate con certezza, o mostravano sintomi della malattia o vivevano in zone ad alto rischio. Dalla segnalazione del primo caso di coronavirus in Islanda il 28 febbraio, le autorità sanitarie hanno riportato due morti — una donna di 70 anni, considerata la ‘paziente uno’ islandese, e un turista australiano, la cui morte è stata collegata da autopsia preliminare al COVID-19.

I ricercatori della deCODE genetics hanno anche raccolto i campioni prelevati da 5.571 volontari che non avevano sintomi né erano a rischio COVID-19 al momento del test. Degli oltre 5000 campioni, 48 sono risultati positivi. Tuttavia, questi soggetti erano del tutto asintomatici. Inoltre, le analisi genetiche dei quasi 10.000 campioni hanno rivelato la presenza di ben 40 mutazioni specifiche per luogo che le collegavano geneticamente alle infezioni da coronavirus di altri paesi.

I ricercatori hanno anche trovato traccia di un singolo soggetto infettato da due varianti del nuovo coronavirus. Mentre una variante aveva già subito una mutazione, l’altra era geneticamente identica a quella precedente la mutazione. Secondo Stefansson, gli unici casi che potrebbero risalire a soggetti con doppia infezione erano quelli causati dal virus mutato.

Il lato positivo delle mutazioni in natura

Nonostante la scoperta islandese sia nuova, non si tratta della prima relazione sulla natura mutante del coronavirus. Allan Randrup Thomsen, virologo e professore all’Università di Copenhagen, non ne è stato sorpreso, poiché il nuovo coronavirus, afferma, è noto per le sue mutazioni “piuttosto violente”.

“Abbiamo già visto casi di varianti dalla Cina. In questo senso, è esattamente quello che ci si aspetta,” ha riferito al Dagbladet Information. 

Il 3 marzo, uno studio pubblicato sulla rivista National Science Review segnalava come le mutazioni e la selezione naturale abbiano portato allo sviluppo di una variante più aggressiva del nuovo coronavirus (SARS-CoV-2) in Cina. Secondo i ricercatori, questa variante, che hanno rinominato il Tipo L, era in grado di diffondersi molto più rapidamente e di replicarsi ad una velocità maggiore rispetto all’originale Tipo S.

Le analisi genetiche dei campioni dai pazienti infettati a Wuhan ha inoltre evidenziato che durante le prime fasi dell’epidemia il Tipo L era prevalente rispetto al Tipo S. Tuttavia, la frequenza del Tipo L scemava dopo l’inizio di gennaio in seguito alla “forte pressione selettiva” attuata dagli interventi medici umani. Pertanto il vecchio e meno aggressivo Tipo S è diventato il tipo predominante di SARS-CoV-2.

Thomsen si aspetta che una dinamica simile si verifichi in tutto il mondo. Il nuovo coronavirus, ha affermato, si sta comportando da manuale e, alla velocità con cui sta mutando, evolverà in una versione più contagiosa ma meno patogena di sé. (Vedi anche: L’Asia si prepara a una nuova ondata di infezioni da coronavirus, più paesi vedranno picchi nei contagi.)

“È simile al modello che vediamo con l’influenza e possiamo conviverci. Non sto dicendo che tutte le varianti si comporteranno così, ma c’è una tendenza a svilupparsi in questo modo. Ciò significa che il virus può infettare di più perché si è adattato meglio, ma non sopravviveranno le varianti di virus che causano la malattia. Sopravviveranno le varianti meno pericolose”.

Il dr. Derek Gatherer, specialista di malattie infettive all’Università di Lancaster nel Regno Unito, condivide le opinioni di Thomsen, sostendendo anch’egli che il virus diventerà più contagioso ma meno letale, poiché le varianti responsabili dei sintomi gravi potrebbero estinguersi. Ad ogni modo, secondo Gatherer questo processo potrebbe richiedere un paio di anni.