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La psicopolizia: come la democrazia reprime il dissenso

La psicopolizia: come la democrazia reprime il dissenso

Tra i nuovi modelli repressivi messi a punto dalla struttura di potere vi è la psicopolizia. In un modello formalmente democratico non c’è bisogno di imponenti apparati militari visibili: è il controllo delle menti che fornisce la capacità di reprimere.

Tutto l’apparato mainstream concorre a questo lavoro. Facendo un’analisi di tipo marxiano esso è la sovrastruttura attuale, al posto di ideologia e politica come storicamente intese. Modellando bisogni, inconscio, visioni del mondo e colonizzando l’immaginario (cit. Latouche), le élite presidiano l’individuo nella sua sfera coscienziale, talvolta toccandone i desideri più intimi.

In ultim’analisi si crea quel meccanismo tale per cui il sistema non ha bisogno più del cane da guardia (apparati segreti, leggi speciali, meccanismi autoritari) ma il popolo si reprime da sé, non liberando quello che in cuor suo o nella sua mente reputa vero.

In questo quadro si erge la figura dello psicopoliziotto, termine utilizzato da George Orwell nella sua celebre opera 1984. Egli è un vero e proprio soldato a difesa dell’establishment, talmente pervaso dal controllo mediatico che non accetta l’esistenza stessa di chi non se ne fa influenzare. In pratica abbiamo delle forme mentis non avvezze alla riflessione critica, o che la inseriscono in segmenti di pensiero già impostate da altri per loro.

Su questa base, dunque, si crede studiando Marx si possa essere comunista, leggendo Pound fascista, vicini alla borghesia o ai lavoratori, alla fede o all’ateismo, all’evoluzione o alla creazione, punk o amante del jazz, e da qui tutto il categorizzabile possibile.

In altre parole, il fatto stesso che si possa concepire qualcosa di diverso e trasversale nello studio, nel relazionarsi e nel modo di vedere la realtà dà fastidio. Ricordiamo anche l’attitudine alla pigrizia o all’agorafobia intellettuale (cit. Costanzo Preve).

È molto comodo ragionare sulla base di schemi non corrispondenti al presente e che, tra l’altro, il sistema stesso ha sussunto e fatto propri. Ad esempio, in molti casi ci si definisce marxisti pur essendo funzionali a centri di potere e multinazionali varie (economiche, modaiole, umanitarie, ecc.).

Al tempo stesso, si ha talmente paura di dire la propria che si finisce col concorrere perfettamente al conformismo di pensiero; la suddivisone in categorie fa sentire sé stessi, in realtà identici ad altri, conferisce una sensazione di libertà.

Altro tema fondamentale è l’”amore” per il pensiero unico e per le verità calate dall’alto. La critica a determinati schemi tipici della società contemporanea fa inorridire. Guai a ipotizzare altri scenari geopolitici, a mettere in crisi determinati postulati scientifici – o meglio scientisti–, guai a porsi delle domande su tutta una serie divagazioni definite forzosamente “diritti”: di esempi, ne abbiamo a bizzeffe.

L’uomo conformato ama tanto la struttura di potere e quelle para-libertà che essa concede ai suoi schiavi – quelle sessuali parafrasando Huxley –, da comportarsi come in una sindrome di Stoccolma su vasta scala.

In preda ai peggiori demoni dell’isteria e di certa sovversione pilotata, va fuori dai gangheri davanti ad una qualunque forma di ragionevole principio. Essa infatti rappresenta un modello da distruggere, andando a servire, però, ben altri meccanismi di potere, molto più totalizzanti, che si manifestano dietro la maschera della libertà.

In virtù di ciò, è giusto eliminare la religione a prescindere, anche se può essere canalizzazione delle forze dell’anima; è giusto aderire a qualunque stile di vita disgregante, perché è libertà fare sempre quel che si vuole; è giusto mettere in crisi qualunque autorità, per il gusto di farlo e in base a principi mai ben riflettuti.

Naturale conseguenza è mettere in crisi la figura del padre, equiparare la madre a un’amica, sminuire il valore della comunità, tutto per poi eguagliare, democratizzare, abbattere, livellare ecc. Insomma un lavorio continuo che nel giro di poco tempo porterà l’uomo a confrontarsi “meritatamente” con l’ectoplasma.

Il tipo umano ideale per il ruolo di psicopoliziotto è uno in cui la pervasività di stereotipi, blocchi mentali e sciocchezze varie è a livelli esorbitanti. È da qui che si muovono quei meccanismi, talvolta inconsci talvolta no, che provocano quel ribollire interno per cui se non oggi, domani o dopodomani il pensiero non conforme sarà attaccato o emarginato.

La percentuale di colonizzazione coscienziale è talmente alta e i livelli di debolezza spirituale sono talmente forti, che il conformato preferisce aggredire chi si ribella anziché evolvere sé stesso. Sembra incredibile a dirsi, ma i primi a sviluppare simile atteggiamento sono proprio le persone più vicine (parenti, amici e conoscenti).

Oggi che il mondo del web darebbe la possibilità di essere attaccati ad ampio raggio, i più accaniti ad esercitare forme di controllo sono proprio i conformati. Le ragioni psicologiche di tutto ciò sono diverse e poco indagate.

Tra tutte, il fatto che questi soggetti possono sfogare liberamente i propri rancori, su persone le cui reazioni saranno sempre blande. Magari afflitti dal senso di colpa per contrariarsi con un amico, si cercherà, sbagliando, di riconciliarsi.

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum, di conseguenza il consiglio per chi vuole intraprendere un cammino di conoscenza, è – dopo due/tre volte – di lasciar stare questi elementi alle proprie rogne. Il dispendio di tempo ed energie mentali è tale che bloccherebbe il vostro lavoro intellettuale, politico o artistico che sia: in questo i governanti raggiungerebbero il loro risultato.

La psicopolizia agisce anche per un altro motivo: chi pensa con la propria testa e non aderisce a schemi preimpostati è un boccone tosto da mandar giù, proprio perché mostra nuove possibilità. Per lo psicopoliziotto è molto più comodo eseguire le cose dettate da altri. “Eseguire e basta” è la sua vita, mostrargli un’altra via o peggio ancora invitarlo a cambiare è operazione assai pericolosa. Egli non lo vorrà mai e detesterà sempre chiunque la proponga, perché vuole essere lasciato al suo mondo di certezze fasulle, manovrate da altri.

I metodi sono sempre gli stessi, sinonimo di viltà: diffamazione, delazione a presunti organi di controllo (osservatori democratici vari), mezzi informatici quali spam e messaggi privati in qualunque momento del giorno. Tutto giustificato da una presunta superiorità morale, il pretesto per attaccare il dissidente senza esclusione di colpi.

Tacciano di razzismo se si osa contestare anche solo l’operato delle ONG; di omofobia se si critica la fissazione gay odierna e l’aberrazione gender; di autoritarismo se si “giudica” – termine improprio visto che si giudica da sé – quello sfiancarsi di spinelli, droghe e superalcolici, ovvero ciò che costoro definiscono “divertimenti”.

Qualcosa per contrastare tutto ciò si sta palesando proprio grazie a internet: le armi dell’ironia sono infatti per ora abbastanza calzanti per far fronte al fenomeno e i meme in particolare risultano particolarmente efficaci, anche perché data la netta inconsistenza culturale, poche battute liquidano tranquillamente i bersagli.

Sarebbe comunque il caso di non rimanere solo sulla difensiva e creare dei centri che con la tattica del ribaltamento, riescano a coagulare informazioni e a rivolgerle contro gli stessi autori del controllo. In tal modo si aprirebbero scenari nuovi: le battaglie da mettere in atto sono, infatti, tutte basate sulla divulgazione informativa e sul potere mediatico.

«La vita? Non è solo lavoro»: a Berlino nasce il centro per il rifiuto della carriera

«La vita? Non è solo lavoro»: a Berlino nasce il centro per il rifiuto della carriera

Perché lavoriamo? chi ha stabilito che l’attuale mondo del lavoro debba fondarsi sull’ossessione per la carriera e sulla costante tensione verso l’automiglioramento?

Produciamo beni e servizi perché ne abbiamo realmente bisogno o solo perché possano tramutarsi in profitto?

13891808_1249256131765439_3696757196995430311_nQueste e altre domande affollavano la mente di Alix Faßmann quando, circa due anni fa, decise di abbandonare il suo lavoro di giornalista e addetta stampa per la SPD (il partito socialdemocratico tedesco) e di intraprendere un viaggio chiarificatore in Sicilia. Ed è stato lì che ha incontrato Anselm Lenz, autore teatrale presso l’Hamburger Spielhaus (uno dei teatri più prestigiosi di Germania) che, stanco a sua volta di sacrificare amicizie, passioni e tempo libero sull’altare della carriera, si era licenziato ed era partito alla volta dell’Italia. Lenz, affascinato dalle idee dell’allora 33enne Faßmann, la convinse a raccoglierle in un libro: fu così che, nella primavera del 2014, vide la luce Arbeit ist nicht unser Leben: Anleitung zur Karriereverweigerung (Il lavoro non è la nostra vita: guida al rifiuto della carriera). Il libro fu una sorta di manifesto programmatico per Haus Bartlebythink tank che i due fondarono pochi mesi dopo a Berlino intendendolo come un Zentrum für Karriereverweigerung, “centro per il rifiuto della carriera”. Ma, soprattutto, come pensatoio che, pur non disponendo di teorie e modelli per il mondo di domani, ritiene indispensabile elaborare spunti critici verso la società tardocapitalistica e le sue modalità di lavoro.

Il centro. Haus Bartleby, che ha sede a Neukölln, deve il suo nome a un romanzo di Herman Melville, Bartleby lo scrivano, il cui protagonista lavora come copista presso uno studio legale di Wall Street ma ad un tratto, dopo un periodo di attività intensissima, si rifiuta di continuare la sua ottundente mansione pronunciando la celebre frase I would prefer not to, che è appunto lo slogan del Zentrum berlinese. Haus Bartleby raccoglie professionisti dei settori più disparati, tutti accomunati dalla volontà di decostruire l’assunto in base al quale carriera e successo debbano determinare il valore di una persona. Un progetto culturale che ha evidentemente intercettato un nervo scoperto della società tedesca: gli abbonamenti alla rivista del centro sono infatti in crescita costante, mentre diversi importanti quotidiani (tra cui Die Welt, Die Zeit, Huffington Post) si sono interessati alla creatura di Faßmann e Lenz, che nel frattempo ha continuato a sfornare pubblicazioni, a incassare l’appoggio di istituti importanti come il Club of Rome e la Rosa-Luxemburg Stiftung e a organizzare una serie di conferenze con filosofi ed economisti sul futuro del lavoro. Tra i simpatizzanti dell’associazione, che ormai conta una decina di membri fissi e più di quaranta collaboratori esterni, ci sono anche Dirk von Lowtzow della celebre rock band amburghese Tocotronic e l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, entrambi autori di un saggio nell’antologia Sag alles ab!, pubblicata nel 2015.

 

13891808_1249256131765439_3696757196995430311_nLa filosofia di Haus Bartleby. «Il lavoro, così come si dà oggi, è una malattia. La proprietà, nelle forme attuali, un crimine di dimensioni storiche», si legge sul sito del centro. Il j’accuse di Haus Bartleby è radicale, e si rifà chiaramente a un filone di pensiero da sempre molto vivo in Germania, che abbraccia analisi marxiana, anticapitalismo, teoria critica. Ma queste riflessioni provengonoin primis dalle concrete esperienze di vita e di lavoro dei suoi fondatori. Che, prima di mollare tutto, non erano manager stressati o precari sottopagati, ma professionisti con mansioni stimolanti, almeno in apparenza. Tra di essi, c’è anche Hendrik Sodenkamp, 27enne ex assistente personale di Carl Hegemann (affermato drammaturgo del Berliner Volksbühne) e studente di letteratura tedesca prima di imbattersi in Haus Bartleby. Anche lui, come Faßmann e Lenz, sentiva che qualcosa non funzionava: ne aveva abbastanza di lavorare 60 ore alla settimana, di sacrificare amicizie e tempo libero, di piegarsi a logiche improntate alla competizione, al continuo self improvement, al mantra anni ’80 del “lavoratore imprenditore di se stesso”, così come ai meccanismi di un’università strutturata soltanto su crediti, voti e «attenzione alle richieste del mercato». E tutto questo per cosa? Per inseguire il mito della carriera, un’ambizione che costringe a vivere «costantemente proiettati nel futuro, nel prossimo step funzionale al successo, mentre nel “qui e ora” non facciamo mai quello che sarebbe giusto per noi», spiega Sodenkamp Die Zeit. Ma, suona la domanda posta da Haus Bartleby, a chi serviamo quando ci dedichiamo alla promessa della carriera? Non a noi stessi, se il nostro lavoro è determinato soltanto dalla necessità economica di portare a casa uno stipendio o dalla pressione sociale che ci impone di raggiungere una posizione adeguata alle aspettative nostre o di chi ci circonda. Ma nemmeno agli altri e al mondo, se il risultato di tanti processi produttivi – materiali o intellettuali – è soltanto «aria fritta» – così definisce Alix Faßmann le sue mansioni alla SPD – o spesso addirittura nocivo.

1002603_1392673127623220_324634993_nRifiuto della carriera, non elogio dell’ozio. Ma questi “negatori della carriera”, in realtà, non rifiutano il lavoro in sé, come potrebbe a prima vista sembrare, bensì soltanto quello eterodiretto (un tempo si sarebbe detto alienato), non incentrato sulla realizzazione delle proprie passioni e dei propri bisogni. «Da quando ci siamo licenziati lavoriamo in realtà molto di più», ride Sodenkamp, «ma per qualcosa che riteniamo davvero utile, riflettere sulle disfunzioni del nostro modello sociale. Insomma, il lavoro è qualcosa di positivo, purché sia autodeterminato. Ma se lo si svolge solo sotto la pressione di imperativi economici e sociali, allora una vita buona diventa impossibile». Certo, qualcosa bisogna pur mangiare, e così Faßmann, Lenz e tutti i collaboratori a tempo pieno si arrangiano con lavori part-time di vario genere per arrivare alla fine del mese. Ma, anche se i soldi sono pochi e la fatica tanta, sono soddisfatti perché riescono a non perdere il senso di quello che fanno: contribuire a immaginare un nuovo mondo del lavoro.

capitalismo-europeo1Il “tribunale del capitalismo”. E in quest’ottica rientra anche il nuovo progetto di Haus Bartleby, il “tribunale del capitalismo”. Si tratta di una piattaforma online su cui ogni cittadino può indicare gli aspetti dell’attuale sistema economico che ritiene maggiormente patogeni e da superare. In breve tempo sono arrivati sul sito già quattrocento “capi d’accusa” che toccano questioni molto diverse tra loro come l’austerity e il potere delle multinazionali, la distribuzione della ricchezza e la ripartizione sociale del lavoro. L’anno prossimo i temi più sentiti saranno presentati e dibattuti alla Haus der Kulturen der Welt. I Karriereverweigerer dicono di fare sul serio, di non proporre soltanto una provocazione estetica o un’utopia in stile paese di cuccagna, con benessere per tutti e lavoro soltanto per chi lo desidera. Certo, dopo la pars destruens, manca loro un progetto politico preciso. Ma, come mostrano le proteste di Nuit Debout (che Sodenkamp ha seguito da vicino), il malessere causato dal modello sociale vigente è forte. E qualcosa, prima o poi, dovrà cambiare. Chissà che i progressi nel campo dell’automazione e i dibattiti sul reddito di base non segnino la strada da seguire per una società libera dai feticci neoliberisti della carriera e della produttività a ogni costo.

Fonte:http://berlinocacioepepemagazine.com/la-vita-non-e-solo-lavoro-a-berlino-nasce-il-centro-per-il-rifiuto-della-carriera/

Nei prossimi anni non troverai un lavoro decente, perché il capitalismo sta crollando

Nei prossimi anni non troverai un lavoro decente, perché il capitalismo sta crollando

La morte del capitalismo è realtà. Ma quali effetti produce nell’interiorità di tutti noi? È tempo di riconoscere questa sofferenza, per poi cominciare a costruire una civiltà planetaria inclusiva in armonia con la Terra. Le riflessioni e e le analisi di Joe Brewer in un articolo di portata generazionale.

Può essere spiazzante sapere che nei prossimi anni non troverai un lavoro decente, non salderai i tuoi prestiti studenteschi, e non darai nessun acconto per una casa – anche se ti sei laureato in una università di alto livello o hai referenze fantastiche dopo tutti gli stage non retribuiti che ti hanno portato fin qui, dove ti trovi in questo momento.


Anche sei hai la fortuna di essere in una situazione come questa, sei comunque soltanto uno delle centinaia di candidati che fanno domanda sempre per gli stessi impieghi.

E in futuro vedrai il mondo diventare ancora piùdiseguale, e ridursi ulteriormente le opportunità di essere pagato per fare ciò che ti senti chiamato a compiere nel lavoro e nella vita.

Oltretutto i tuoi amici non ti aiuteranno granché, perché la maggior parte di loro (e non tutti) stanno vivendo le stesse difficoltà. Sono tempi difficili e dolorosi, che ci stanno colpendo tutti insieme contemporaneamente.

Alcuni ti diranno che è colpa tua.
Che non ci stai provando abbastanza. Ma è gente colpevole di perpetuare unagrande menzogna tipica di questo periodo storico. Le ipotesi standard su come avere successo nella vita, che funzionavano fino a pochi decenni fa, oggi semplicemente non si applicano più. La colpa e la vergogna che senti è la malattia mentale del capitalismo in fase avanzata. Abbraccia questa realtà e liberati.

Per renderti conto di quanto tutto sia sottosopra, devi pensare in modo sistemico. Prendi nota dei sistemi che hanno costruito al preciso scopo di creare questa situazione e capirai come sia successo, così vedrai perché non possiamo andare avanti per questa strada.

Prima di tutto una diagnosi del problema:

è stato sistematicamente creato un Progetto Globale per il Drenaggio della Ricchezza, così da ritorcere il gioco economico contro di te. Ecco perché una minuscola percentuale di persone (il conto attuale è 62) detiene più ricchezza della metà della popolazione mondiale.

Decenni di ricchezze nascoste nei paradisi fiscali, di accordi commerciali progettati per sottrarre ricchezza ai paesi poveri, regolamenti bancari e misure di austerità intese a destabilizzare intere economie in modo che enormi spostamenti di ricchezze possano andare da chiunque altro a una piccolissima élite finanziaria, e regole elettorali che garantiscono esclusivamente chi diventa laprostituta che opera affinché i magnaccia finanziari occupino per sempre i loro uffici di lusso.

Quindi sì, non c’è niente di male a sentirsi inquieti mentre il capitalismo si spinge fino a danneggiare la società su un piano sistemico.

Perché dico che il capitalismo (nella sua forma corporativa e drena-ricchezza) sta morendo?

C’è una storia lunga e dettagliata che potremmo raccontare. Per amore di brevità, risponderò con due punti essenziali, che mostrano che il business as usual, cioè andare avanti come al solito, non ha futuro. Gli è fisicamente impossibile andare avanti.

Ragione 1: non ci sono più soldi da drenare

Come hanno eloquentemente descritto nei loro testi Jeremy Rifkin e Paul Mason, il motivatore primario dei capitalisti – drenare ricchezza dallo scambio consumistico sotto forma di guadagno monetario – è compromesso dal fatto che la scienza del profitto è ormai così avanzata che ogni nuova onda produce rendimenti inferiori. Quello che gli economisti chiamano “costo marginale”, la differenza fra quanto costa produrre qualcosa e quanto le persone vogliono o possono pagarlo, è prossimo a zero per praticamente tutto ciò che produciamo o forniamo come servizio. Questa tendenza al costo marginale zero sta facendo crollare il capitalismo, come inattesa conseguenza del suo successo spettacolare.

Si aggiunga che la maggior parte della crescita nell’economia globale degli ultimi 40 anni è da speculazione finanziaria. Il sistema monetario cresce più in fretta dell’economia “reale” produttiva, con la prevedibile conseguenza del crollo dei mercati, dei collassi finanziari e degli aggiustamenti strutturali (drenaggio di ricchezza) quando la differenza fra previsioni e realtà si allarga troppo. Ciò con cui finiamo per trovarci è un debito così grande che nessuno riuscirà mai a risarcirlo. Combinato con la fine del suddetto gioco di ammassare ricchezza, questa è la campana a morte per il capitalismo così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 100 anni.

Ragione 2: il danno recato alla natura

Non esiste una economia al di fuori del mondo fisico. L’illusione che i mercati siano separati dalla natura ha guidato la politica economica mainstream per lungo tempo, e ora assistiamo alle conseguenze sotto forma di estinzioni di massa, perdita del suolo coltivabile, cambiamento climatico, collasso della disponibilità di pesce in tutti i mari, livello crescente di inquinamento, e altro ancora.

I fisici descriverebbero tutto questo come entropia in aumento, e semplicemente vuol dire che la crescita di complessità sociale delle attività economiche si accompagna a un corrispondente deterioramento degli ambienti naturali in cui sono incorporate. E per la prima volta noi abbiamo varcato la filigrana della storia nel 20° secolo – con la crescita esplosiva della popolazione, e l’attraversamento di diversi confini planetari essenziali (ciascuno dei quali, se superato, mette a repentaglio la nostra civiltà). Stando ai calcoli attuali, ne abbiamo superati quattro.

E così nella bara del capitalismo ci sono già i chiodi. Resta da vedere se questo farà crollare anche la nostra civiltà. Nutro qualche speranza, non eccessiva, sulle nostre prospettive. Saranno tempi molto turbolenti (per il resto delle nostre vite) ma penso che possiamo farcela riconoscendo che è tutto vero, chiamando per nome il progetto di drenaggio della ricchezza che ha creato questo danno sistemico, e smantellare questo sistema globalizzato per liberare risorse monetarie vitali per l’emersione di un nuovo paradigma di sviluppo economico radicato nell’affermazione della vita.

So che fa male

Ma prima di cominciare questa grande opera dei nostri tempi, è necessario che noi riconosciamo il dolore che il sistema capitalistico morente crea nelle nostre vite personali. So che fa male. È solo naturale vergognarsi quando ci provi con tutto te stesso e fai del tuo meglio, e, niente, non ce la fai. Dovrai cambiare le regole del gioco (alcune delle quali ho sottolineato qui). E farlo richiederà di passare attraverso un processo di guarigione interiore per te e i tuoi amici.

Non sei solo

Tutti noi, 7,4 miliardi attualmente viventi, ci stiamo passando. Lo stiamo facendo insieme. È ora di diventare totalmente consapevoli della natura sistemica di ciò che ci sta succedendo. Il futuro non sarà come il passato. Sarà doloroso e confuso a volte. Nondimeno le prospettive di successo in questa lotta sono legate al fiorire di una civiltà planetaria inclusiva e che nutra tutti, restando in armonia con il nostro pianeta natale, la Terra.

Avanti, miei compagni umani.

Fonte: http://ilnuovomondodanielereale.blogspot.it/