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A scatenare il coronavirus in Lombardia sono state le polveri sottili?

La Società di Medicina Ambientale e le università di Bologna e Bari hanno analizzato la correlazione tra PM10 e diffusione del coronavirus. Con risultati sorprendentiDi Andrea BaroliniLo smog nella Pianura Padana, in una foto satellitare del 2005 © Nasa

La presenza di polveri sottili nell’aria e la diffusione del coronavirus hanno un legame. Ad affermarlo è un position paper pubblicato dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e dalle università di Bologna e di Bari. L’analisi sottolinea come vi sia «una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (PM10 e PM2,5). È noto infatti che le polveri sottili funzionano da “carrier”, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus».

«Le polveri sottili fungono da vettore dei contaminanti, virus inclusi»

Questi ultimi, infatti, si «“attaccano”, con un processo di coagulazione, al particolato, costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze». In questo modo i virus possono «“viaggiare”, in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni. Il tasso di inattivazione dei virus nel particolato atmosferico dipende dalle condizioni ambientali. Mentre un aumento delle temperature e di radiazione solare influisce positivamente, un’umidità relativa elevata può favorire un più elevato tasso di diffusione».