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Le utopie realizzate

Le utopie realizzate

Comunità alternative (quasi) perfette, scuole e fattorie anarchiche. Un gruppo di ragazzi ha tracciato una strana mappa. Quella delle utopie applicate. Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo”.13891808_1249256131765439_3696757196995430311_n

Sembra che qualcuno abbia ascoltato le parole di Oscar Wilde, quando ha deciso di tracciare una mappa delle utopie d’Europa: Isa e John sono due attivisti del Laboratory of Insurrectionary Imagination che stanno facendo il giro del nostro continente e lo stanno narrando in un blog (www.utopias.eu) che alla fine del loro lungo viaggio, l’inverno prossimo, diventerà anche un libro e un film. Il loro sguardo si rivolge a utopie molto concrete: luoghi in cui le persone sperimentano modi di vivere differenti e immaginano società egualitarie, ecologiche, che partano dalle esperienze personali. “utopie su piccola scala ma che hanno le potenzialità per rivoluzionare la società”, come dicono Isa e John. Alla fine di dicembre saranno in Italia per visitare i nostri centri sociali, “esperienze molto interessanti perché offrono spazi in cui cercare risposte collettive ai problemi degli ambienti urbani. Sono stati luoghi di resistenza al neoliberismo ma hanno proposto anche alternative concrete e idee nuove”, spiega Isa dalla Francia, dove è ospite di tre comunità agricole autogestite nel sud del Paese, ultima tappa prima dell’arrivo in Italia.

13891808_1249256131765439_3696757196995430311_nIl viaggio è cominciato in settembre da Landmatters, un collettivo che gestisce una cooperativa di produzione agricola nel Devonshire, in Inghilterra. Il nome è un gioco di parole che significa sia “le cose della terra” che “la terra è importante” e infatti gli abitanti di Landmatters praticano la permacultura, un insieme di tecniche agricole sostenibili che rispetta i ritmi della Terra. Quali i motivi che hanno spinto i due ad affrontare questo anno di viaggio? “Tutti prima o poi accarezzano il sogno di migliorare il mondo o cambiare vita. Bene. C’è chi l’ha fatto prima di noi. L’ha teorizzato, messo in pratica. In assoluto contrasto con la società competitiva, consumista e autoritaria dominante. Quindi, perché non andare a vedere com’era andate a finire? Ci siamo così imbattuti in realtà non solo corrette da un punto di vista etico ed ecologico, ma anche belle, appaganti. Chi voglia intraprendere il nostro stesso viaggio, può mettere a confronto (provandoli) tutti i diversi modi di vivere alternativi rispetto al sistema capitalistico.

Si arriva, ci si presenta, ci si propone per collaborare e condividere il loro tempo, le attività di una comunità, esattamente come avevano fatto, a loro tempo, gli hippie. Non abbiamo inventato nulla”. Attenzione però: le utopie non sono soltanto ecologiche o rurali. Anzi, come dice Isa, “abbiamo deciso di visitare esperimenti tra di loro diversi: una scuola, un ecovillaggio, una fattoria, uno squat…”. Per esempio Paideia, una delle scuole basate su principi anarchici più longeve del mondo: da quasi 30 anni opera in Estremadura, in Spagna.

Una scuola in cui i 60 studenti e i 10 insegnanti prendono le decisioni insieme, in assemblea, una scuola affatto tradizionale, “a parte qualche lavagna e i libri sparsi dappertutto, non ci sono orologi né campanelle” e i bambini vengono educati alla non violenza e all’autogestione. Dopo la tappa in Italia, Isa e John andranno a conoscere i lavoratori di Jugoremedija, una fabbrica occupata in Serbia, e Zajazka, scuola di cultura popolare slovacca, per terminare il viaggio nella Città libera di Christiania, il quartiere anarchico di Copenhagen che dal 1971 porta l’utopia nel cuore di una capitale europea e oggi meta di curiosi, turisti, irriducibili degli anni Settanta e hippie del terzo millennio. “In Europa succedono un sacco di cose. Spesso le persone pensano ad alternative lontanissime, come le comunità zapatiste in Chiapas.

Le realtà che stiamo visitando non sono fisse e immutabili: cambiano di continuo, si evolvono, imparano dai propri errori. Li accomuna il fatto di impegnarsi per un mondo rispettoso degli ecosistemi e delle persone che li abitano. In cui il lavoro sia appagante, ma non fagocitante. Sembrano slogan logori, mi rendo conto. E invece rappresentano un’altra forma di felicità. Più faticosa”.

 

Fonte:  Repubblica delle Donne
Promiseland