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La Terra è più verde di 20 anni fa (ed è grazie a Cina e India)

La Terra è più verde di 20 anni fa (ed è grazie a Cina e India)

A dirlo è una ricerca basata sui dati satelliti NASA, secondo cui l’effetto del “più verde” deriverebbe dagli ambiziosi programmi di piantagione di alberi in Cina e dall’agricoltura intensiva in entrambi i Paesi. Solo nel 2017, per esempio, l’India ha battuto il  record mondiale dopo che alcuni volontari hanno piantato 66 milioni di alberelli in sole 12 ore.

Il fenomeno del rinverdimento è stato rilevato per la prima volta dai ricercatori che utilizzavano i dati satellitari a metà degli anni ‘90, ma non sapevano se l’attività umana fosse una delle cause principali e dirette. La nuova intuizione, oggi, è stata resa possibile da un record di dati di quasi 20 anni da uno strumento della NASA in orbita attorno alla Terra su due satelliti.

Si tratta del cosiddetto Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer, o MODIS, e i suoi dati ad alta risoluzione forniscono informazioni molto accurate, aiutando i ricercatori a capire in dettaglio che sta accadendo con la vegetazione della Terra, fino al livello di 500 metri sul terreno.

Nell’insieme, l’inverdimento del pianeta negli ultimi due decenni rappresenta un aumento dell’area fogliare su piante e alberi equivalente all’area coperta da tutte le foreste pluviali amazzoniche. Ci contano ora più di due milioni di miglia quadrate di superficie fogliare extra verde all’anno, rispetto ai primi anni 2000, il che equivale a un aumento del 5%.

La Cina e l’India rappresentano un terzo del greening, ma contengono solo il 9% della superficie terrestre coperta di vegetazione – una scoperta sorprendente, considerando la nozione generale di degrado dei terreni in paesi popolosi a causa dello sovrasfruttamento del territorio”, ha detto Chi Chen del Dipartimento di Terra e Ambiente presso l’Università di Boston e autore principale dello studio.

Quando è stato osservato per la prima volta l’inverdimento della Terra, abbiamo pensato che fosse dovuto a un clima più caldo e più umido e alla fertilizzazione dal biossido di carbonio aggiunto nell’atmosfera, portando ad una maggiore crescita delle foglie nelle foreste settentrionali, per esempio. Ora, con i dati di MODIS che ci permettono di capire il fenomeno a scala veramente piccola, vediamo che anche gli esseri umani stanno contribuendo”, ha spiegato Rama Nemani, coautore del nuovo lavoro.

Il contributo straordinario della Cina alla tendenza globale all’ecologia arriva per il 42% dai programmi di conservazione e di espansione delle foreste. Questi sono stati sviluppati nel tentativo di ridurre gli effetti dell’erosione del suolo, dell’inquinamento atmosferico e dei cambiamenti climatici. Un altro 32% proviene da coltivazioni intensive di colture alimentari (l’82% per l’India).terrestre utilizzata per coltivare colture è paragonabile in Cina e in India e non è cambiata molto dai primi anni del 2000. Eppure queste regioni hanno notevolmente aumentato sia la loro superficie verde annuale totale delle foglie che la loro produzione alimentare. Ciò si è ottenuto attraverso pratiche di coltivazione multiple, in cui un campo viene ripiantato per produrre un altro raccolto diverse volte all’anno. La produzione di cereali, verdure, frutta e altro è aumentata del 35-40% circa dal 2000 per alimentare le loro grandi popolazioni.

In che modo la tendenza all’ecologia potrebbe cambiare in futuro dipende da numerosi fattori, sia su scala globale che a livello locale. Ad esempio, l’aumento della produzione alimentare in India è facilitato dall’irrigazione delle acque sotterranee. Se l’acqua sotterranea è esaurita, questa tendenza potrebbe cambiare.

Ma ora che sappiamo che l’influenza umana diretta è un elemento chiave della Terra ecologista, dobbiamo tenerne conto nei nostri modelli climatici – dichiara Nemani. Questo aiuterà gli scienziati a fare previsioni migliori sul comportamento dei diversi sistemi terrestri, che aiuteranno i paesi a prendere decisioni migliori su come e quando agire”.

Una bella notizia, insomma? Non esattamente. I ricercatori ci tengono a sottolineare che il guadagno di “green” osservato in tutto il mondo dominato da India e Cina non compensa il danno derivante dalla perdita di vegetazione naturale nelle regioni tropicali, come Brasile e Indonesia.Le conseguenze devastanti per la sostenibilità e la biodiversità in quegli ecosistemi rimangono.

Quel che c’è di positivo, chiosano gli studiosi, è il messaggio che deriva da simili scoperte. “Una volta che le persone si rendono conto che c’è un problema, tendono a risolverlo. Negli anni ‘70 e ‘80 in India e in Cina la situazione intorno alla perdita della vegetazione non era buona; negli anni ‘90, la gente se ne accorse e oggi le cose sono migliorate. Gli umani sono incredibilmente resilienti. Questo è ciò che vediamo nei dati del satellite”.

Sarà proprio così?

Fonte:greenme

Nel 2030 supereremo il punto di non ritorno per salvare la terra

Nel 2030 supereremo il punto di non ritorno per salvare la terra

Il 2030 è l’anno in cui supereremo il punto di non ritorno per fermare i cambiamenti climatici e salvare la Terra. Perderemo 65 milioni di posti di lavoro e moriranno 700mila persone a causa dell’inquinamento atmosferico. A tracciare questo inquietante ma realistico scenario è stato il nuovo rapporto della Global Commission on the Economy and Climate.Il dossier, che verrà presentato al segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, è stato redatto tra gli altri da Felipe Calderón, l’ex primo ministro della Nuova Zelanda Helen Clark e l’ex ministro delle finanze nigeriano Ngozi Okonjo-Iweala insieme agli economisti Lord Nicholas Stern e Helen Mountford.

Nel 2030 il punto di non ritorno
I prossimi 10-15 anni saranno un momento unico per la storia economica e climatica mondiale. Secondo gli autori dello studio, siamo prossimi al punto di non ritorno. Se non si effettuerà un cambiamento decisivo, entro il 2030 passeremo il momento in cui saremo di contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2° C.

Purtroppo oggi si va a rilento e siamo a un bivio: da una parte possiamo abbracciare una rinascita economica verde, dall’altra abbiamo ci troviamo ad affrontare un futuro da incubo, all’insegna del riscaldamento globale.

“Ogni anno che passa, i rischi del cambiamento climatico senza sosta aumentano. Gli ultimi 19 anni hanno incluso 18 degli anni più caldi mai registrati, peggiorando i rischi per la sicurezza alimentare e idrica e aumentando la frequenza e la gravità dei pericoli come gli incendi boschivi. I disastri provocati dai pericoli legati al clima sono stati responsabili di migliaia di morti e di perdite per 320 miliardi di dollari nel 2017. I cambiamenti climatici porteranno a eventi più frequenti e più estremi come le inondazioni, la siccità e le ondate di calore” spiegano gli analisti.

La sfida ora è accelerare la transizione verso una nuova economia climatica, più inclusiva e nuova articolata in 5 sistemi economici chiave: energia, città, cibo e uso del suolo, acqua e industria.

Contrastare i cambiamenti climatici produrrebbe ricchezza
Pur riconoscendo le carenze degli attuali modelli economici, l’analisi prodotta per la relazione ha rilevato che un’azione audace potrebbe produrre addirittura un guadagno economico diretto di 26 mila milioni di dollari da oggi al 2030. E questa è probabilmente una stima prudente.

“Nel 2014, la Commissione globale per l’economia e il clima ha calcolato che un’ambiziosa azione per contrastare i cambiamenti climatici non avrebbe bisogno di costare molto di più rispetto alla crescita normale” si legge nel documento.

Oggi, più che mai, ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici sarebbe una straordinaria opportunità di crescita.

Che fare?
La transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio e resiliente è solo una parte di questa più ampia trasformazione, che – se gestita bene – ha il potenziale per garantire una crescita più equa e prospera. Nel corso di 2-3 anni dovranno essere adottate molte delle decisioni sulle politiche e sugli investimenti che influenzeranno l’economica per i prossimi 10-15 anni. Secondo il dossier, le priorità sono:

Fissare il prezzo del carbonio e passare alla divulgazione obbligatoria dei rischi finanziari legati al clima, come parte di un più ampio pacchetto di politiche;
Accelerare gli investimenti nelle infrastrutture sostenibili, supportata da chiare strategie e programmi nazionali;
Sfruttare il potere del settore privato, anche per favorire l’innovazione e far avanzare la trasparenza della catena di approvvigionamento. I regolamenti e gli incentivi che ostacolano il passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio e circolare dovrebbero essere riformati, così come i sussidi, le agevolazioni fiscali e i regolamenti che incoraggiano attività insostenibili.
Il professor Nicholas Stern, presidente del Grantham Research Institute sui cambiamenti climatici e l’ambiente, ha detto di essere molto ottimista sulla possibilità di evitare il pericoloso riscaldamento globale, pur nella consapevolezza che “le emissioni globali potrebbero raggiungere il picco nei prossimi cinque anni”.

Johan Rockström, co-direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research e uno degli autori principali dello studio ha spiegato che nel peggiore dei casi con 4-5 gradi in più entro 200 anni vivremo in “un pianeta senza ghiaccio permanente. La siccità e le ondate di calore estreme renderebbero inabitabili i tropici. Ciò spingerebbe la popolazione mondiale verso i poli”.

Le conseguenze dei cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti ma oggi possiamo ancora trovare il modo di cambiare le cose. Tra qualche decennio sarà un lusso che non potremo più permetterci

fontehttps://www.greenme.it/informarsi/ambiente/28718-2030-clima-punto-non-ritorno-stern .

Surriscaldamento, la Terra al punto di non ritorno?

Surriscaldamento, la Terra al punto di non ritorno?
Surriscaldamento,fa sempre più caldo, c’è sempre meno wilderness (un decimo del totale è sparita dal 1990, in poco più di 20 anni) e sempre più anidride carbonica nell’aria. Sono tutti fattori che minano l’ecosistema Terra riducendone la sostenibilità per la vita. Preoccupa in particolare il dato registrato dalla Scripps Institution of Oceanography di 400 ppm (parti per milione) di CO2 alla stazione di misurazione di Mauna Loa nell’intero mese di settembre. Considerando che il livello si abbassa con l’autunno per la riduzione della fotosintesi, c’è da aspettarsi che anche ottobre andrà sopra quota 400. Negli ultimi 20 anni solo quattro volte (2002, 2008, 2009, 2012) ottobre ha fatto registrare valori di anidride carbonica inferiori rispetto al mese precedente. Il 2012 è anche l’anno in cui per la prima volta una regione terrestre, l’Artico, ha oltrepassato le 400 ppm. Cosa ha di tanto brutto questa quota? Significa che il mondo è in ritardo nell’azione di freno delle emissioni dei cosiddetti gas serra – responsabili del surriscaldamento climatico – malgrado l’accordo sul clima, la Cop 21 di Parigi che in questi giorni sta passando alla ratifica in molti Paesi e che prevede di non superare 1,5 gradi di innalzamento medio della temperatura rispetto all’era antecedente la rivoluzione industriale.

In realtà, secondo Robert Watson, già direttore dell’Intergovernmental Panel for Climate Change, il gruppo di lavoro dell’Onu sul clima che ha messo a punto lo studio per il quale è nato l’accordo, ritiene che quell’obiettivo sia stato già mancato e si arriverà a +1,5 gradi già nel 2030 e a +2C nel 2050. Watson e altri scienziati, fra cui l’italiano Carlo Carraro, direttore scientifico della Fondazione Eni ‘Enrico Mattei’, ritengono che se anche tutti gli Stati – quasi 200 i firmatari – rispettassero in pieno gli impegni di Parigi, ciò non basterebbe per restare al di sotto dei 2 gradi. Per centrare l’obiettivo bisognerebbe infatti portare le emissioni globali dai 54 miliardi di tonnellate attuali a 42 miliardi nel 2030, mentre, con i provvedimenti promessi, le emissioni al 2030 sarebbero ancora tra 52 e 57 miliardi di tonnellate. Per raggiungere il risultato prefissato, i governi dovrebbero, secondo Watson, duplicare o triplicare gli sforzi rispetto agli impegni promessi grazie all’accordo parigino.

Le conseguenze del riscaldamento sono catastrofiche e ormai documentate da più studi: estinzione di specie viventi – che potrebbero arrivare a 10mila l’anno secondo stime del WWF – e accelerazione del processo già innescato di estinzioni di massa nella biosfera che potrebbe arrivare a un quarto di tutte le specie, secondo Nature Conservancy, appunto nel 2050; innalzamento del livello dei mari con conseguente allagamento permanente di zone costiere dove abitano decine di milioni di persone, un processo già iniziato per alcune coste basse nel Pacifico; considerando inoltre che il livello si alza anche per lo scioglimento di ghiacci su terraferma, come in Groenlandia e Antartide, non scenderebbe più anche se l’aumento della temperatura fosse contenuto sotto i 2 gradi; alterazione delle catene trofiche che spezzano la circolarità della catena alimentare in cima alla quale si colloca la specie umana; acidificazione degli oceani che hanno finora assorbito gran parte della CO2 immessa nell’atmosfera e crollo delle popolazioni ittiche oggi risorse alimentari di centinaia di milioni di persone. Il sito Motherboard ricorda le molte prove dei disastri associati al surriscaldamento climatico, come lo sbiancamento del corallo. Al peggioramento della qualità dell’aria sono associate inoltre diverse patologie respiratorie: secondo il rapporto pubblicato a giugno dall’International Energy Agency, a livello globale l’inquinamento causa 6,5 milioni di decessi l’anno ed è il quarto fattore killer per gli esseri umani.