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Uscire dal sistema capitalista: la mia esperienza

Uscire dal sistema capitalista: la mia esperienza

È quasi un anno ormai che ho deciso definitivamente d’uscire dal sistema economico capitalista. Non lavoro più come dipendente, non lavoro più per i soldi, eppure sto lavorando autonomamente di più di prima per cercare di crearmi un’attività che mi consenta di guadagnare giusto il necessario per vivere singolarmente e sto anche studiando molto.

Tuttavia il mio odio verso il capitalismo non è scaturito da convinzione ideologica, ma da esperienza diretta dopo circa 15 anni di vita lavorativa in questo sistema a cui è difficile sfuggire, visto che ormai ha attanagliato tutto il mondo.

Non sono quindi un comunista o un anarchico ideologico. Sono (e sono ancora) politicamente neutro. Non credo che il comunismo possa funzionare in questo mondo, anche se come ideologia è cento volte migliore del capitalismo. Quest’ultimo non è altro che l’adorazione del Dio Denaro, non ha niente d’umano. Che gli schiavi del capitalismo siano umani o robot non fa alcuna differenza per come funziona il sistema.

L’unica differenza consiste nelle modalità per metterlo insieme. Come immaginò Asimov nelle sue tre famosi leggi della robotica, basterebbe programmare nei robot una regola che devono ubbidire agli uomini (con alcune ovvie eccezioni, ad es. per evitare che ci aiutino a suicidarci) per essere sicuri che lavorino per noi. Nel caso degli uomini invece ciò non è possibile. Per rendere gli uomini schiavi di un’ ideologia o di altri uomini, devono essere escogitati meccanismi più subdoli e meno permanenti della legge robotica codificata nei cervelli positronici immaginati da Asimov, come quello messo in essere dal capitalismo, basato sul desiderio di possesso del denaro e sul divino strapotere attribuito ad esso.

Così se non sono nè comunista nè capitalista, forse sono anarchico. Non lo so nemmeno io cosa sono. Mi possono attaccare qualunque etichetta ed epiteto… ma il mio pensiero resta questo: bisogna evolvere verso una società in cui nessuno s’arricchisce sfruttando gli altri e tutti godono dei frutti del progresso scientifico e tecnologico nella giusta misura, senza gonfiare artificialmente le necessità naturali dell’uomo, come è stato fatto ad arte col consumismo. Il consumismo e il capitalismo lavorano l’uno per l’altro… un circolo vizioso per farti lavorare di più, allo scopo di avere i soldi per soddisfare bisogni del tutto inutili e per produrre i beni che li soddisfano. Spesso a scapito della terra, che per questa inutile sovrapproduzione di beni ha sofferto l’impauperimento e l’inquinamento delle sue risorse più preziose. Ma stai sicuro che da questo superconsumo e superlavoro ci sono pochi che non lavorano e ci guadagnano.

Ma torniamo alla mia esperienza. Sono un programmatore di computer. Mi sono licenziato perchè trovato ogni lavoro stupido. Una storia che suona quasi strana e assurda, visto che il problema principale della gente sembra essere la disoccupazione. Dico sembra, perchè la disoccupazione, intesa come il non aver niente da fare, non esiste in natura. È solo la conseguenza di un sistema economico sbagliato e viene usata anche come una minaccia per mantenere la gente schiava del sistema economico stesso. Può un animale essere disoccupato? È lo stesso per noi, si è disoccupati e poveri in un sistema che ti priva della possibilità di usufruire liberamente delle risorse naturali (è questa la più diretta conseguenza della proprietà privata) o di poter scambiare il tuo lavoro specializzato con quello degli altri, cosa di cui hai bisogno per poter vivere di un solo lavoro specializzato. Quest’ultimo caso accade di frequente: il capitalismo di per sé non garantisce in alcun modo che il tuo lavoro sia d’utilità agli altri e che rimanga tale. Al contrario certi tipi di lavoro creati dal capitalismo per soddisfare bisogni non naturali sono più soggetti a diventare obsoleti di quelli che soddisfano bisogni naturali e universali.

La disoccupazione non è un problema tuo. È un problema del sistema economico. Se il tuo lavoro non viene apprezzato, tu puoi sempre cambiare lavoro, finchè trovi qualcosa che lo è. In ogni caso è possibile per il singolo riuscire a trovare il modo per vivere del proprio lavoro direttamente e/o indirettamente, a meno che questo non gli venga impedito da un sistema economico fortemente ingiusto come il capitalismo. La condizione di povero e disoccupato è quindi innaturale e assurda al di fuori del capitalismo e dei vincoli che esso crea nella subordinazione dei lavoratori.

Anche quando c’è abbastanza lavoro per tutti o addirittura l’offerta supera la domanda, nel capitalismo devi limitarti a fare il tipo di lavoro che ti offre il sistema, alle condizioni che decide il sistema. Se il sistema non ti offre niente in una certa area geografica, o non accetti le condizioni, o non accetti di emigrare, allora sei disoccupato.

Io sono un esempio vivente del raro caso in cui il sistema non ti offre niente di adeguato su una vasta area geografica, ma la cosa è molto comune su aree geografiche di piccole dimensioni. A lungo ho cercato un posto di lavoro dove usare il cervello senza successo in tutta Europa. Nel Regno Unito i recrutatori del loro bel libero mercato del lavoro mi hanno sommerso d’offerte di lavoro tutte uguali, la maggior parte roba per cui ero chiaramente più che qualificato, e alcune ancora arrivano, nonostante le mie risposte tutte negative e dopo aver inoltrato richiesta di cancellazione dei miei dati da tutti i loro sistemi di collocamento.

La mia drastica decisione di rompere col capitalismo non è stata immediata. Inizialmente ho preso solo la decisione di lasciare il mio ultimo lavoro, pur senza avere alcuna altra prospettiva di qualcosa di meglio. Questa è stata una di quelle decisioni improvvise e dovuta a rabbia per l’impossibilità di trovare qualcosa d’interessante che consentisse di usare la mia intelligenza, dopo l’ennesimo inganno da parte del mio ultimo datore di lavoro. Avrei anche voluto avere un lavoro normale, nel senso di un lavoro che lascia un po’ di tempo libero e spazio per la vita privata. Nessuna delle due cose è stata possibile in questo sistema, nemmeno singolarmente. Non avevo posto alcuna condizione riguardo al salario: per un lavoro interessante ero disposto a lavorare per un salario basso (persino al limite della sussistenza e addirittura con straordinari non pagati) e disposto a trasferirmi dappertutto nel mondo. Non ho trovato niente d’interessante, solo lavori stupidi,  quelli sì e la maggior parte con salario basso e extralavoro non pagato. Se vuoi lavorare a basso costo e arricchire i capitalisti, è molto facile trovare un lavoro, anzi il lavoro trova te. Se vuoi lavorare poco per guadagnare poco oppure normalmente ma pretendi una giusta paga, diventa molto difficile. Indipendentemente dalle condizioni economiche e dal carico di lavoro, se cerchi un lavoro intelligente, diciamo qualcosa un po’ meglio della media, non trovi proprio niente, nè con alta nè con bassa paga.

Appena licenziatomi e uscito da questo odioso sistema stupido e schiavista che è il lavoro dipendente nel regime capitalista, ancora non mi ero reso conto di ciò, anzi speravo di trovare un lavoro decente. Ma l’impossibilità di ciò non ha tardato a rivelarsi. Ho presto compreso che anche se fossi in California, in America sarebbe stato molto difficile. Ho avuto una crisi e un periodo di depressione, da cui per fortuna sono uscito dopo pochi mesi per pura forza di reazione. La guarigione è avvenuta quando ho iniziato a lavorare per conto mio sui miei progetti e le mie idee e il lavoro s’è fatto tanto più interessante quanto i miei guadagni immediati sono fortemente diminuiti, così come pure la sicurezza lavorativa che ora non ho più affatto.

Vengo da un’area economicamente disastrata, inquinata, corrotta, mafiosa e spopolata dell’Italia meridionale, dove il lavoro manca e da tempo i giovani emigrano massicciamente, più dei loro padri e proprio come i loro bisnonni facevano nel secolo scorso. Nel passato ho sempre lavorato come dipendente. Finora mi era mancato il coraggio di mettermi in proprio, tuttavia ora che ho questo coraggio le cose sono cambiate, perchè ora odio il sistema capitalista per la sua stupidità e il modo in cui impiega le persone e non dà nessun valore all’intelligenza. Personalmente, sento che mi ha rubato 15 anni preziosi della mia vita e non voglio farne più parte.

Alla mia depressione s’è sostituita una forma di odio e disprezzo permanente nei confronti del capitalismo e di desiderio di rovesciarlo. Tuttavia vista la difficoltà di tale progetto, ho subito rinunciato alla lotta armata, essendo però sempre pronto a intervenire nel caso si crei una situazione favorevole.

Così la mia unica alternativa è stata d’adattarmi a vivere a modo mio nel sistema. Un sistema che non solo non approvo, ma che disprezzo. I soldi e i benefici che questo sistema garantisce al duro prezzo di renderti schiavo (compresa la pensione) non valgono più niente per me. Quello che conta per me nella vita è di fare qualcosa d’intelligente, di studiare, di dedicarmi alla scienza. Ho abbracciato in modo radicale la filosofia del downshifting e deciso di lavorare in questo tipo d’economia giusto quel poco che basta per soddisfare le esigenze basilari della vita, che significa in pratica pagare l’affitto, le bollette e comprarmi da mangiare e niente di più.

Anche se non ho i soldi per andare al ristorante e devo accontentarmi di un pranzo economico fatto in casa o indossare sempre lo stesso cappotto da 10 anni, tutto questo non lo vedo più come una punizione. Il tempo libero che posso dedicare allo studio e ai miei hobby vale per me molto di più dei soldi extra che potrei guadagnare lavorando più dello stretto necessario. Dopo aver rifiutato la logica perversa del capitalismo, ho perso soldi ma mi sono arricchito. Infatti io ora sono ricco, sono ricco di tempo e intelligenza. Ho così scoperto una ricchezza inaspettata e consumismo e capitalismo mi paiono ora entrambi assurdi e stupidi come non mai!

Sono arrivato ad un punto in cui dò il giusto valore al tempo e vivo ogni giorno come se dovessi morire domani. Il che non significa che sono privo di scopi nella vita, anzi il contrario, perseguo solo scopi che ritengo importanti nell’arco di tutta la vita, difatti il mio obiettivo ora è di diventare uno scienziato. I soldi che servono per questo sono pochi, molti di meno di quelli che si guadagnano lavorando a tempo pieno. Servono pochi soldi e molto studio. Rinunciando a tutti i divertimenti ho deciso di lavorare giusto per mantenermi agli studi. Ancora notate la frase: non lavoro per i soldi, lavoro per mantenermi agli studi. Una volta soddisfatte le mie necessità non lavoro più: come il leone sazio che non va a caccia di un’altra preda finché non ha fame di nuovo.

Ma la vita è dura. Non è facile vivere così, alla giornata, come dovrebbe essere. Nel sistema capitalista sono oramai un soggetto visto male: uno che non vuole lavorare per fare più soldi come tutti gli altri. Non vuole lavoro a tempo pieno o fisso, a cui ci si deve dedicare completamente. È insensibile al denaro e disprezza i ricchi, dice che si dovrebbero vergognare perchè la loro ricchezza non può essere frutto di soli meriti personali, ma si basa sul sistema ingiusto del capitalismo, sullo sfruttamento di qualcosa, molto spesso di altri esseri umani. Sono uno che non ha padroni. Eppure tutto questo dovrebbe essere normale.

Una volta eravamo tutti così, liberi. Com’è riuscito il capitalismo a schiavizzare la gente nel modo più subdolo, ovvero senza che s’accorgano d’essere schiavi, nonostante non hanno nemmeno il tempo di vivere e la vita è così breve? Semplice, con l’inganno, elevando a Dio il denaro. Facendo credere che col denaro si può comprare tutto, che il denaro è potenza infinita. Così milioni di lavoratori sono assoggettati ad una oligarchia di capitalisti ricchissimi di denaro, poveri d’intelletto e del tutto privi di principi morali, che sfruttano il lavoro della gente per arricchirsi sempre di più. Mi fanno schifo ed avrei voglia di schiacciarli come mosche… si badi bene che questi sono pensieri personali, non intendo incitare alla violenza contro i ricchi nè tantomeno le mosche, anche perchè dicendo questo rischio bene di finire in galera: è reato anche solo pensarlo nella nostra “democrazia”.

La cosa assurda è che per guadagnarsi questo denaro in surplus si perde la libertà e il tempo e che spesso non si sa nemmeno come spenderlo. Ma a quest’ultimo problema hanno trovato una soluzione, che retroalimenta il sistema capitalistico rafforzando ancora di più la ricchezza e il potere dei capitalisti a discapito dei lavoratori: le banche. E la cosa ancora più assurda è che sono i lavoratori stessi che mettendo i loro risparmi in banca, svendono due volte i frutti del loro lavoro.

I banchieri sono una sottospecie di capitalisti che fanno profitto soltanto con l’immateriale, senza esercitare il controllo di nessun mezzo fisico di produzione: usano solo denaro per fare altro denaro. Ma sempre, beninteso, alle spalle dei lavoratori. I giochi d’azzardo sono matematicamente fatti in modo tale che “è sempre il banco che vince” e qui è lo stesso, “è sempre la banca che guadagna”. Infatti le banche prestano i soldi ad un tasso d’interesse molto più alto rispetto a quella miseria che danno ai lavoratori per convincerli a metterceli, miseria che non copre nemmeno l’inflazione a cui il denaro è soggetto, e i tassi d’interesse non seguono affatto l’inflazione, anzi il contrario.

Volete lavorare di più per arricchire i banchieri? Non conviene accumulare soldi, tra crisi economiche e inflazione galoppante, ce ne perderete parecchi. È come lavorare una giornata intera per essere pagati solo la metà. Tanto vale lavorare mezza giornata allora, fare giusto i soldi per vivere e per il resto divertirsi. Futtitinne e campa ‘a la jurnata è la risposta giusta per non fare gl’interessi di quegl’avvoltoi delle banche e dei finanziari.

Eccoci quindi al punto in cui oso dire senza peli sulla lingua quello che penso riguardo al denaro, al capitalismo e al consumismo. Sono tutte cose brutte, molto brutte.

Primo: i soldi sono un mezzo non un fine, proprio come lo scambio diretto di beni e servizi. I soldi sono solo un’alternativa pratica al baratto. Non è necessario avere soldi per soddisfare le necessità della vita, ma piuttosto qualcosa da barattare. In una società moderna il lavoro è diventato specializzato, non si può più provvedere singolarmente a tutte le proprie necessità. Così si deve lavorare, in modo specializzato, per avere qualcosa da barattare e poter soddisfare tutte le altre necessità della vita che il proprio lavoro non soddisfa direttamente. Per questo si lavora, non per i soldi. Ripeto ancora: i soldi sono solo un sistema per effettuare baratti in differita e differenziati. Insomma una merce di scambio, niente di più.

Il capitalismo e il consumismo non centrano proprio nulla con il lavoro, sono l’invenzione di menti subdole che tentano di sovvertire il sistema economico naturale (quello dei baratti, con e senza soldi, che per sua natura è del tutto egualitario) per girarlo a vantaggio di pochi singoli. Basta dire “no” e non prestarsi al loro gioco ed è finita per loro. I capitalisti dovranno mettersi a lavorare come gli altri, per avere qualcosa di buono da barattare con tutti gli altri, invece d’arricchirsi senza lavorare, facendo lavorare (o meglio sfruttando) la gente e sottraendogli buona parte del valore del loro lavoro.

Il invece non è una cosa brutta, è una necessità. Come lo è per gli animali procacciarsi il cibo. Il lavoro deve servire unicamente a soddisfare i propri bisogni, che variano in quantità e qualità da individuo a individuo, ma ce ne sono alcuni naturali che tutti condividiamo (come mangiare o vestirsi per ripararsi dal freddo).

Una società civile e avanzata dovrebbe garantire per legge il soddisfacimento dei bisogni di base di tutti a fronte di una minimo di lavoro richiesto a tutti quelli in grado di lavorare. Di conseguenza, questo minimo di lavoro, di ogni tipo, ha più o meno lo stesso valore, in quanto soddisfa bisogni che sono più o meno gli stessi per tutti. Difficilmente uno può mangiare 10 volte tanto di un’altro (senza schiattare per obesità oppure può essere così solo se il secondo muore di fame).

Uno può scegliere di lavorare di più e guadagnare in proporzione, usando i risparmi accumulati per acquistare di più di quello che gli serve, se proprio ci tiene, oppure per non lavorare poi in futuro per un certo periodo. Alcuni lavoreranno di più solo per passione, ma questo non è un certo un problema. Finchè il surplus di lavoro è volontario, questo non è un problema. Quando è imposto a tutti per mantenere la ricchezza di pochi, allora diventa sfruttamento, una subdola forma di schiavismo.

Si può fare una società in cui la ricchezza è equamente distribuita e ci sono delle maggiorazioni per chi lavora di più. Il tutto finchè si bilancia domanda e offerta. Siamo tutti abbastanza ricchi e felici e questo non è comunismo, ci sono ancora delle differenze, ma non così enormi ed ingiuste come nel capitalismo, la forma più selvaggia di organizzazione economica basata sul denaro.

A parità di ore lavorate, uno scienziato non deve guadagnare più di un contadino, così come un leone non ha più bisogno di carne di qualsiasi altro leone. Che mi piaccia fare lo scienziato o il contadino, la cosa non ha certo a che fare con i soldi! Del resto proprio queste disparità hanno prodotto un peggioramento della qualità del lavoro: la gente non fa più un lavoro solo per piacere e non fa più un buon lavoro solo per passione. È stata ingannata, indotta a pensare che solo i soldi contano e così si cerca solo il modo di fare più soldi o si fa a malavoglia un lavoro che non piace, solo per i soldi, ma con scarsi risultati. Ma i soldi non centrano proprio niente col lavoro. Il capitalismo fa dipendere tutto dai soldi, come se fossero l’unica molla che spinge l’umanità e con questo la rende schiava.

La parola schiavo non è esagerata: ci sono al mondo poche persone ricchissime che si stanno arricchendo sempre di più, accumulano sempre più denaro. Queste persone schiavizzano tutti gli altri in misura maggiore o minore a seconda sei casi.

Nel capitalismo solo il denaro ha importanza. Tutto ha un prezzo, anche la terra con tutto quello che contiene. E un minuto del nostro tempo che prezzo ha? Dipende dalla durata della vita (che non sappiamo) o è uguale per tutti? O dipende da quanto già sei ricco? Oppure se sei vecchio o giovane? O se stai soffrendo o sei felice? Come pretendono di dare un valore monetario a beni che spesso ne hanno anche uno affettivo?

Io ho deciso di lavorare in proprio con la seguente politica: faccio il lavoro il meglio che posso e il prezzo lo decide chi riceve il lavoro da me o lo scambia con altri beni e servizi (il denaro non è sempre necessario anche nell’epoca moderna). Questo viola le leggi dell’economia capitalistica, in cui il prezzo lo fa il mercato (quando non ci sono lobby che lo fissano) e lascia molta gente stupita. Molti non sono abituati a questo tipo di parcella libera e non hanno idea di quanto pagarmi. La maggior parte vuole sapere quanto tempo ci ho messo e moltiplica questo tempo per un certo costo orario che ritiene equo, quindi non si guadagna di più in questo modo. A che pro, allora?

La ragione per cui lo faccio non è per la speranza di guadagnare di più. Non so quanto potrei guadagnare fissando un prezzo. Nessuno sa quant’è questo prezzo di mercato per ogni prestazione. Il prezzo che pratica il tuo concorrente, non ti dice niente, perchè il lavoro che fai tu non è lo stesso del suo, in molti casi. Trovo quindi molto più giusto lasciare alle parti interessate e non al mercato di fissare i prezzi. Tra l’altro così il denaro che ricevo dal mio cliente (o l’equivalente lavoro da parte sua in alternativa se intende pagarmi con altro lavoro o un bene materiale se intende effettuare un baratto) mi dice anche quando il mio lavoro è stato apprezzato.

Questo è quello che ha valore per me. Quanto il mio lavoro viene apprezzato. Il capitalismo conosce il prezzo di tutto ma il valore di niente.

fonte:http://antonio-bonifati.blogspot.it/2012/07/uscire-dal-sistema-capitalista-la-mia.html

Non vivete per lavorare, lavorate per vivere.

Non vivete per lavorare, lavorate per vivere.
Esiste un mito molto diffuso secondo il quale lavorare di più ogni giorno aiuta a forgiare un futuro professionale migliore. Si tratta, appunto, di un mito perché, anche se di certo avere lunghe giornate lavorative può aiutare a migliorare i propri introiti, con il tempo ciò serve solo a sviluppare fatica professionale e a rendere meno sul lavoro.
Lavorare duramente viene visto da molti come la strada verso il successo. In parte è vero, perché non ci sono molte possibilità di trionfare se non a partire da uno sforzo continuo. Tuttavia, sbagliamo quando pensiamo che il lavoro duro implichi necessariamente una “sovraoccupazione”. È stato dimostrato, infatti, che lavorare troppo conduce a risultati più scarsi.
La cosa peggiore è che molti scoprono questa grande verità quando è ormai troppo tardi. Quando si sono ormai ammalati di stress o di qualsiasi altra patologia mentale. Questa scoperta avviene anche quando le persone si rendono conto che, a causa del loro livello di esigenza, si sono persi momenti che non potranno mai più recuperare e ai quali, razionalmente, non avrebbero mai rinunciato.
Devono affrontare divorzi a causa dell’allontanamento emotivo del proprio partner o si rendono conto che i loro figli sono ormai grandi e che non hanno mai giocato insieme a loro. Si svegliano un giorno e, appena aperti gli occhi, vengono invasi da una profonda tristezza, un dolore che, in fondo, i soldi o l’importanza sociale non guariscono facilmente.
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Le conseguenze di troppe ore di lavoro

Quasi tutti pensano di dover lavorare al massimo quando sono giovani, così da assicurarsi una buona pensione. Nonostante ciò, presto si rendono conto che dopo otto ore al giorno dedicate alla stessa attività, la mente inizia a divagare e a perdersi. È molto difficile concentrarsi su ciò che si fa e, a volte, avere anche un buon sonno ristoratore.
Con il tempo, quei sintomi si trasformano in uno sconforto generale. Ci si sente sempre tristi, pieni di angoscia perché si cerca sempre di rispettare tutti i propri doveri e si è invasi dai sensi di colpa perché non si riesce a fare tutto alla perfezione.
È allora che si diventa persone irritabili. Tutto, o quasi tutto, è un dispiacere. Questo cattivo umore viene giustificato dicendosi e dicendo di essere persone serie, che i nostri obiettivi sono molto ambiziosi e che non si può affrontare la vita sorridendo sempre a tutto. Magari si aggiunge anche che “per quello esistono i perditempo idealisti”.
Si ha la sensazione che ci sarà tempo per la vita personale. Abbiamo l’opportunità di farlo qui e ora e non si può lasciarla sfuggire. È ovvio che bisogna fare qualche sacrificio, ma i propri obbiettivi ne valgono la pena. Senza rendercene conto, diventiamo un pezzo dentro il meccanismo della produzione e stiamo scambiando la nostra salute e la nostra felicità per i soldi. Soldi che pensiamo di usare quando ormai non saremo più abbastanza giovani per farlo.

14095707_10154851131793912_4352938793457113043_nNon vivete solo per lavorare

Stando ad uno studio di Bannai e Tmakoshi, lavorare troppo è alla base di quasi tutti i problemi del sonno e delle malattie coronarie. È stato scoperto anche che chi lavora in eccesso, corre un rischio maggiore di essere  alcolista, di sviluppare il diabete di tipo 2 e di soffrire della sindrome da burnout.
Non importa da che lato si guarda, lavorare troppo non comporta nulla di buono, eccetto qualche euro in più alla fine del mese che, comunque, non serve a ripagare ciò che stiamo facendo alla nostra salute fisica ed emotiva.
L’unica via di uscita possibile per allontanarsi da questo circolo vizioso è la più ovvia: lavorare di meno. Il limite di otto ore al giorno e di cinque giorni a settimana è giusto, anche se ci sono lavori per cui bisognerebbe fare un giorno in meno. Se la fatica fisica, mentale o emotiva è troppo elevata, vale la pena considerare una giornata lavorativa di 6 ore come limite massimo.
Certo, sappiamo che non è facile e che lungo la strada del cambiamento possono sorgere due grandi ostacoli. Da una parte, il fatto che molti capi non vogliono che gli impiegati lavorino di meno e, dall’altra, saper convincere se stessi che lavorare di meno non è segno di debolezza, bensì di intelligenza.
Per quanto riguarda il primo problema, potete negoziare organizzando il vostro lavoro in modo da compiere la giornata lavorativa dedicando il numero di ore suggerite per i compiti più difficili e lasciando le restanti ore per quelli più facili. Per quanto riguarda il secondo ostacolo, dipende solo da voi.

precariTre consigli chiave per non lavorare troppo

Per evitare che il lavoro diventi un’attività senza fine, che consumi i migliori momenti della vostra vita e che vi rovini la salute, ecco tre idee che potrebbero tornarvi utili:
  • È meglio risparmiare di più e lavorare di meno. Nella maggior parte dei casi, quanto più si guadagna, più si spende. Per questo motivo, i soldi non bastano mai. Se decidete, invece, di impegnarvi per un risparmio continuo e consistente, i risultati ottenuti vi sorprenderanno. Forse dovete imparare a mettere da parte il piacere di spendere e gestire meglio le vostre finanze.
  • Ascoltate il vostro corpo. Nessuna malattia si presenta all’improvviso, bensì si sviluppa poco a poco e invia molti segnali prima di manifestarsi. Non siate insensibili a ciò che dice il vostro organismo. Dovete riconoscere i segnali della fatica e dedicare essi le giuste attenzioni.
  • Riconoscete e accettate i vostri limiti. La maturità comincia quando si è in grado di riconoscere i limiti della realtà, iniziando dai propri limiti. Forse volete trionfare più di tutti gli altri, ma non potete farlo in cambio della vostra salute e del vostro benessere. Dedicandovi con piacere al vostro lavoro, stabilendo un “fin qui” alla vostra giornata lavorativa, avrete maggiori possibilità di raggiungere l’eccellenza in ciò che fate. I soldi, anche se ci impiegheremo un po’ di più, alla fine arriveranno lo stesso.
  • fonte http://lamenteemeravigliosa.it/non-vivete-lavorare-lavorate-vivere/

IL DOGMA DEL LAVORO E IL SIGNORAGGIO BANCARIO: SCHIAVI PER SEMPRE

IL DOGMA DEL LAVORO E IL SIGNORAGGIO BANCARIO: SCHIAVI PER SEMPRE

13891808_1249256131765439_3696757196995430311_nCiò per cui oggi falsamente si blatera (per lusingare gli animi e cullare il sonno alle teste vuote), è la necessità di un rinnovamento del sistema occupazionale basato su una certa etica del lavoro.

Punto primo, l’introduzione di un regime meritocratico. Il che, per l’appunto, se mai si realizzasse (e non è chiaro quali siano le coordinate del/di merito), sarebbe nient’altro che un nuovo regime, peggiore dell’attuale.
L’unico criterio di scelta attuabile in luogo della raccomandazione, in un sistema produttivo tecnocratico governato ai vertici da potentati monetari e finanziari, sarebbe la totale sottomissione ai dettami produttivi. Chi osasse avanzare dubbi, rivendicare qualcosa o semplicemente biasimare il sistema, non meriterebbe la calda accoglienza in seno agli addendi di questa sommatoria, non sarebbe degno di tanta grazia benefattrice.
Ma questo non è che un punto irrisorio, una variante della questione.

Il problema è chiedersi perché questi infeltriti cadaveri che sgambettano in preda al mito del benessere lavorativo, degli scatti in carriera, plaudano all’inasprirsi di un regime sotto le cui ronde boccheggiano e marciscono da secoli. Perché si sentano entusiasti e lusingati dalle prospettive di una carriera basata sull’obbedienza, sulla dedizione, sullo straordinario, abbacinati dalla prospettiva di una cena col capo o da qualche centesimo in busta paga.
L’uomo, originariamente, è altro. Il suo impiego coatto e quotidiano (pena la fame)  nella catena di montaggio è una mostruosità che andrebbe perseguita con la galera.
Ogni singolo minuto della mia vita buttato al servizio di qualcuno dovrebbe valere, male che vada, alcuni miliardi, indipendentemente dalla mansione svolta. L’uomo dovrebbe avere la possibilità di poter vivere dignitosamente senza lavorare, perlomeno nel senso canonico del termine. Se lo vuole, dovrebbe poter affrontare un qualunque tipo di attività anche se non immediatamente valutabile in termini produttivi e dunque remunerativi. Dovrebbe avere la possibilità di dedicarsi ad una qualche forma d’arte o studio o ricerca senza per questo patire la fame.
Il lavoro canonicamente inteso deve rimanere una mera vocazione personale; non una necessità vitale.

La gente arriva ad osannare il proprio impiego quotidiano menando vanto del monte ore accumulato. Deride e discrimina chi vorrebbe sottrarsi alla tirannia della mercificazione umana bollandolo come scansafatiche. È talmente convinta che il lavoro sia la vita e che quest’ultima vada guadagnata e vissuta lavorando che difficilmente potrà considerare il detrattore qualcosa di più di in parassita. Ignora totalmente che in realtà la schiavitù del lavoro è funzionale agli unici veri parassiti in cima alla piramide. Ignora che questo sistema è semplicemente il peggiore, non l’unico, e che viene mantenuto sano (cioè malato) per scopi ben precisi.
Tutto ciò è talmente incredibile da creare, personalmente, sentimenti contrapposti: rabbia pena biasimo disgusto ironia…

La gente è talmente imbevuta di siero pubblicitario informativo e propagandistico da non essere minimamente sfiorata dal dubbio. E se lo è, il dubbio in causa è un sottoprodotto consentito e ugualmente manipolato dalla stessa propaganda, fisiologicamente vitale per il sistema medesimo. Un simile dubbio sarà sempre e comunque  volto nella direzione sbagliata. Sarà sempre un tassello illusorio dello stesso mosaico che persuade le menti circa una  presunta libertà di critica e di pensiero.
E, come disse Goethe, “non c’è peggior schiavo di colui che è falsamente convinto di essere libero”.
Come se non bastasse questo processo si fonda (ed è possibile) grazie ad ulteriori aberrazioni secolarizzate. Alcune ataviche stratificazioni mentali (che in qualche modo preordinano e bendispongono quello che Jung chiamerebbe inconscio collettivo) consentono questa nemesi ingannatrice: tradizione folclore superstizione religioni dogmi autorità politica e quant’altro.
Pertanto non si tratta di vivere in una illusione globale (metafisicamente intesa); o perlomeno non è di questo che ora si vuol trattare.
Qui è bene comprendere, o almeno scorgere, la portata globale dell’inganno cui più o meno consapevolmente (ma sempre colpevolmente) si soggiace.

Osserva Plotino nelle Enneadi:

Come sulle scene del teatro, così dobbiamo contemplare anche nella vita le stragi, le morti, la conquista e il saccheggio delle città come fossero tutti cambiamenti di scena e di costume, lamenti e gemiti teatrali. (…) Tali sono le azioni dell’uomo che sa vivere soltanto una vita inferiore ed esteriore e non sa che le sue lacrime e i suoi affanni sono un puro gioco. (…) Ma coloro che non conoscono ciò che è serio prendono sul serio i loro giochi e sono giocattoli essi stessi.

Oggigiorno, oltre allo squallore esistenziale dell’uomo medio incapace di sentire intuire meditare un suo valore potenziale, c’è lo squallore del gioco perverso nel gioco. Nella maestria del gioco ordinario della vita e nell’illusione dei suoi dettami, un altro inganno si cela, ben più vile e mediocre del primo. E non è quello cui allude Plotino. Non è quello indagato da Schopenhauer.
Semplicemente non è ordito dalla natura.
Non si è più giocattoli di un gioco universale; ma rottami di un grande giocattolo assemblato da vili giocattolai.
Le menti, perverse e pervertite ad un tempo (dal sistema nel sistema per il sistema), sono arrivate a considerare il lavoro un dovere, un dono, una nobilitazione, una fortuna, una grazia. Il lavoro, la ricerca spasmodica del posto di lavoro, dell’impiego umano sotto il mito del successo e del benessere, è divenuta dogma.

14034704_1348969721798025_3413663264631149114_nDomanda: riuscirete minimamente, dimenandovi tra turiboli e anestetici, a considerare (non dico scalfire) l’immonda infamia che nel tempo è riuscita a persuadervi di tutto ciò sino a farne oggetto di fede e di culto?
Non posso essere ottimista. Altri dogmi, da milleni, finanche più assurdi e incredibili di questo, permangono in ottima salute. Anzi: il tempo sembra addirittura consolidarli (in grazia del potere che si lascia consolidare nei secoli tra le mani di chi può trarne vantaggio).

La gente deve essere impiegata, il tempo della tua unica vita deve essere spremuto in una occupazione che distolga dal pensare, dal domandare, dal ritrovarsi, dal rendersi conto che in quanto uomo si è potenziali capolavori e che l’infame coercizione al sudore  per la sopravvivenza, per sbocconcellare appena, costituisce l’esatta negazione di quella meraviglia potenziale.
Ed è necessario far credere che quel sudore sia un privilegio che nobiliti la natura umana, che faccia fronte ad esigenze proprie, utili a se stesso, alla famiglia, alla convivenza sociale.
Non si sciopera sacrosantamente in massa per rivendicare il diritto umano a vivere senza lavorare. Si sciopera quando non si ha occupazione, sottomissione. Se non si è bestie da soma si reclama il giogo.

“Il lavoro nobilita l’uomo”… Questo è stato ripetuto, incessantemente. Mentre non può che ottunderlo e debilitarlo.
L’uomo, dovendo scegliere, è molto più vicino alla cicala che alla formica. Quella favola non è una innocente storiella volta a responsabilizzare il bambino sin dalla culla; non nel senso in cui si crede. Semplicemente è volta ad irreggimentarlo.
La scuola non è altro che un campo di concentramento didattico in cui si irreggimentano futuri automi e cadaveri. Sempre più non a caso si parla di scuola e proposte formative per il mondo del lavoro. Le scuole, le università, ti portano in gita nelle fabbriche, nelle multinazionali… Cercano subito di inserirti e inquadrarti nel mondo antietico e seriale del montaggio, del marketing e della predazione continua.
E intanto il mondo produce il triplo rispetto alla domanda. Ma bisogna ancora lavorare produrre indebitare… non distribuire e godere delle immense ricchezze senza dilaniare il pianeta. Tra disboscamenti di proporzioni inaudite, sfruttamenti intensivi del territorio, avvelenamenti derivanti da putrescenti industrie zootecniche, il 70% della produzione mondiale di cereali serve ad ingrassare le carni medicalizzate di ovini e bovini che a loro volta marciranno tra le carni medicalizzate e intossicate di tanti bipedi onnivori. La metà di quella percentuale basterebbe a scongiurare la fame nel mondo.

Si lavora per sottostare al p14183736_1379125145449043_3486255473513913867_neggiore regime schiavistico monetario mai concepito, in favore (volendo risalire ai vertici) di pochi banchieri settari.
Miliardi di persone lavorano per accentrare ogni potere nelle mani di costoro mantenendo le famiglie degli stessi nel lusso più sfrenato e perpetuando ogni loro privilegio e potere di generazione in generazione.
Migliaia di persone chiedono soldi a questi signori indebitandosi sino al collo per della carta inesistente, creata dal nulla, impegnando finanche il sudore dei padri affinché, con una nuova vita di  fatiche e sudori restituiscano pezzi di carta (questa volta reali giacché intrisi di martirio personale) a chi non elargì nulla, e, soprattutto, nulla di proprio.
Ma la gratitudine, per essere veramente tale, non potrà prescindere dal corrispondere, sotto forma di interessi, qualcosa in più rispetto al nulla elargito. E se mai si volesse essere talmente sconsiderati da negare quella gratitudine, la Giustizia interverrebbe nel rendere l’inadempiente perseguibile ai sensi di legge.

Beni e immobili acquisiti con decenni di duro lavoro (preventivamente ipotecati da solerti banchieri in grembiule e compasso), magari di famiglia da generazioni e con un inestimabile valore affettivo di fondo, andranno pianificatamente ad ingrassare l’ingente patrimonio reale di certi gloriosi “Cartelli“.
In più è giusto che il reddito proveniente dalla schiavitù sia ragguardevolmente tassato. E non per quei pochi penosi servizi che lo stato concede in contropartita; ma per pagare gli interssi sul debito eterno, inestinguibile, costituito da carta straccia.
In sostanza si tratta di drenare risorse al cittadino durante tutto l’arco della sua squallida vita lavorativa per restituire denaro ai banchieri centrali sovranazionali, consentendo così la perpetuazione di una truffa mondiale basata sul debito. Il tutto sotto la tacita connivenza dei governi e dei loro rappresentanti, semplici camerieri e burattini del sistema, veri e propri esattori in nome e per conto dei grassi paperoni internazionali.
Non a caso Thomas Jefferson ebbe a dire: “Credo sinceramente che le istituzioni bancarie col potere di creare ed emettere moneta siano più pericolose per la libertà che eserciti in armi”. Senza mezzi termini invece Henry Kissinger: “Chi controlla il denaro controlla il mondo”.

capitalismo-europeo1A chi dunque impone di elemosinare prestiti ed ha la benevolenza di concederli nominalmente affinché si abbia l’onore di lavorare dovendo un domani ricambiare col denaro e la vita qualcosa in più del nulla dato, sii grato ed obbediente: è per te che stai lavorando! L’impiego è la tua vera natura, il senso ultimo della tua esistenza, l’intima elevazione mentale e spirituale cui l’uomo può ambire.
Se non ci credi basta che ascolti chi dal pulpito rappresenta i tuoi interessi, chi predica e combatte ogni giorno per la tua dignità e realizzazione.
Forse il tuo Presidente della Repubblica non esorta ogni giorno in tal senso? Non conferma essere la dignità primariamente nel lavoro? Non lo hanno per questo scritto e sancito nel primo articolo della Sacra Costituzione? Non lo ripete forse anche il Sommo Pontefice dall’umile Loggia ecclesia in S. Pietro?
Non vorrai certo mettere in dubbio la parola di due infaticabili lavoratori o addirittura quella di Dio sceso in terra!? O vorresti che i banchieri di Dio cessassero il riciclo di capitali provenienti da traffico d’armi droga e malavita?

13891808_1249256131765439_3696757196995430311_nIl Signoraggio è il Signore Dio tuo.
Ormai non si tratta più di scoprire che la democrazia è una finzione, un lugubre gioco di facciata. Nemmeno si tratta di biasimare l’egemonica tirannia delle plebi. Sono le plebi ad essere, sia pure colpevolmente e vocazionalmente, tiranneggiate. I cenacoli politici non sono che un medium tra le plebi e l’elite, un diversivo che scongiuri lo svelamento. Elezioni, candidature, partecipazioni alla vita pubblica, referendum… tutto si risolve in belletto, maquillage d’accatto.
Corporazioni, banche ed alta finanza. Questo è ciò che si nasconde dietro le quinte della cronaca e della storia ufficiale. Ma la storia non solo è da riscrivere: è da cancellare. Esimi studiosi ancora brancolano nel buio. Ottusi accademici ancora emendano e revisionano storielle all’interno del medesimo inganno, concedendo varianti al loro sonno.
Banche centrali, Banca mondiale, Onu, Council on Foreign Relations, Nato, Commissioni Trilaterali, Bilderberg Group, FMI, OMS, Fratellanze…
Oramai non esistono più nemmeno i governi.

14141613_1379123055449252_1724435820531235820_nSe dunque devi essere occupato per raggiungere il tuo scopo, perché interrogarti? Hanno già tutte le risposte, e le offrono senza che tu perda tempo a cercarle. L’essenza della bestia/uomo è nel lavoro, non nel domandare. È nell’identificarsi con esso, nel pensare con esso, nel misurarsi e valutarsi per esso e con esso.
Per raggiungere questo autentico grado di consonanza con il tuo essere uomo, non hai che da faticare (otto dieci anche dodici ore al giorno), almeno sei giorni su sette.
E per non distoglierti da questa illuminata consapevolezza, nell’unica giornata d’aria concessati inonda gli stadi gli altari le piazze i negozi i dopolavori… Frequenta i tuoi pari e sbadiglia insieme a loro. Tanti più sarete, tanto più lo sbadiglio diverrà contagioso.
Ma se, dopotutto, comprensibilmente, sarai stanco, resta pure a casa… senza troppo pensare, senza troppo distoglierti dal torpore necessario alla mente, al domani denso di nuove fatiche e doveri. Basta che il dito intervenga ad illuminare uno schermo dove è possibile (anzi indispensabile) mirarsi vezzeggiarsi cullarsi per poi, finalmente, dormire… ancora russare e dormire.
Un’ultima premurosa raccomandazione onde evitare che tu incorra in spiacevoli sanzioni. Non dimenticare, prima di coricarti in un misero e pignorabile loculo domestico, di caricare la sveglia sul far dell’alba.
Non, sia chiaro, per godere del suo impareggiabile magistero cromatico; ma per correre a sudare il tuo pane quotidiano.
Questo è l’unico mistero eucaristico, ed ogni giorno si rinnova: la carne (la tua carne) diventa pane; il sangue, vino.

fonte:http://www.nexusedizioni.it/it/CT/il-dogma-del-lavoro-e-il-signoraggio-bancario-schiavi-per-sempre-23