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Uscire dal sistema capitalista: la mia esperienza

Uscire dal sistema capitalista: la mia esperienza

È quasi un anno ormai che ho deciso definitivamente d’uscire dal sistema economico capitalista. Non lavoro più come dipendente, non lavoro più per i soldi, eppure sto lavorando autonomamente di più di prima per cercare di crearmi un’attività che mi consenta di guadagnare giusto il necessario per vivere singolarmente e sto anche studiando molto.

Tuttavia il mio odio verso il capitalismo non è scaturito da convinzione ideologica, ma da esperienza diretta dopo circa 15 anni di vita lavorativa in questo sistema a cui è difficile sfuggire, visto che ormai ha attanagliato tutto il mondo.

Non sono quindi un comunista o un anarchico ideologico. Sono (e sono ancora) politicamente neutro. Non credo che il comunismo possa funzionare in questo mondo, anche se come ideologia è cento volte migliore del capitalismo. Quest’ultimo non è altro che l’adorazione del Dio Denaro, non ha niente d’umano. Che gli schiavi del capitalismo siano umani o robot non fa alcuna differenza per come funziona il sistema.

L’unica differenza consiste nelle modalità per metterlo insieme. Come immaginò Asimov nelle sue tre famosi leggi della robotica, basterebbe programmare nei robot una regola che devono ubbidire agli uomini (con alcune ovvie eccezioni, ad es. per evitare che ci aiutino a suicidarci) per essere sicuri che lavorino per noi. Nel caso degli uomini invece ciò non è possibile. Per rendere gli uomini schiavi di un’ ideologia o di altri uomini, devono essere escogitati meccanismi più subdoli e meno permanenti della legge robotica codificata nei cervelli positronici immaginati da Asimov, come quello messo in essere dal capitalismo, basato sul desiderio di possesso del denaro e sul divino strapotere attribuito ad esso.

Così se non sono nè comunista nè capitalista, forse sono anarchico. Non lo so nemmeno io cosa sono. Mi possono attaccare qualunque etichetta ed epiteto… ma il mio pensiero resta questo: bisogna evolvere verso una società in cui nessuno s’arricchisce sfruttando gli altri e tutti godono dei frutti del progresso scientifico e tecnologico nella giusta misura, senza gonfiare artificialmente le necessità naturali dell’uomo, come è stato fatto ad arte col consumismo. Il consumismo e il capitalismo lavorano l’uno per l’altro… un circolo vizioso per farti lavorare di più, allo scopo di avere i soldi per soddisfare bisogni del tutto inutili e per produrre i beni che li soddisfano. Spesso a scapito della terra, che per questa inutile sovrapproduzione di beni ha sofferto l’impauperimento e l’inquinamento delle sue risorse più preziose. Ma stai sicuro che da questo superconsumo e superlavoro ci sono pochi che non lavorano e ci guadagnano.

Ma torniamo alla mia esperienza. Sono un programmatore di computer. Mi sono licenziato perchè trovato ogni lavoro stupido. Una storia che suona quasi strana e assurda, visto che il problema principale della gente sembra essere la disoccupazione. Dico sembra, perchè la disoccupazione, intesa come il non aver niente da fare, non esiste in natura. È solo la conseguenza di un sistema economico sbagliato e viene usata anche come una minaccia per mantenere la gente schiava del sistema economico stesso. Può un animale essere disoccupato? È lo stesso per noi, si è disoccupati e poveri in un sistema che ti priva della possibilità di usufruire liberamente delle risorse naturali (è questa la più diretta conseguenza della proprietà privata) o di poter scambiare il tuo lavoro specializzato con quello degli altri, cosa di cui hai bisogno per poter vivere di un solo lavoro specializzato. Quest’ultimo caso accade di frequente: il capitalismo di per sé non garantisce in alcun modo che il tuo lavoro sia d’utilità agli altri e che rimanga tale. Al contrario certi tipi di lavoro creati dal capitalismo per soddisfare bisogni non naturali sono più soggetti a diventare obsoleti di quelli che soddisfano bisogni naturali e universali.

La disoccupazione non è un problema tuo. È un problema del sistema economico. Se il tuo lavoro non viene apprezzato, tu puoi sempre cambiare lavoro, finchè trovi qualcosa che lo è. In ogni caso è possibile per il singolo riuscire a trovare il modo per vivere del proprio lavoro direttamente e/o indirettamente, a meno che questo non gli venga impedito da un sistema economico fortemente ingiusto come il capitalismo. La condizione di povero e disoccupato è quindi innaturale e assurda al di fuori del capitalismo e dei vincoli che esso crea nella subordinazione dei lavoratori.

Anche quando c’è abbastanza lavoro per tutti o addirittura l’offerta supera la domanda, nel capitalismo devi limitarti a fare il tipo di lavoro che ti offre il sistema, alle condizioni che decide il sistema. Se il sistema non ti offre niente in una certa area geografica, o non accetti le condizioni, o non accetti di emigrare, allora sei disoccupato.

Io sono un esempio vivente del raro caso in cui il sistema non ti offre niente di adeguato su una vasta area geografica, ma la cosa è molto comune su aree geografiche di piccole dimensioni. A lungo ho cercato un posto di lavoro dove usare il cervello senza successo in tutta Europa. Nel Regno Unito i recrutatori del loro bel libero mercato del lavoro mi hanno sommerso d’offerte di lavoro tutte uguali, la maggior parte roba per cui ero chiaramente più che qualificato, e alcune ancora arrivano, nonostante le mie risposte tutte negative e dopo aver inoltrato richiesta di cancellazione dei miei dati da tutti i loro sistemi di collocamento.

La mia drastica decisione di rompere col capitalismo non è stata immediata. Inizialmente ho preso solo la decisione di lasciare il mio ultimo lavoro, pur senza avere alcuna altra prospettiva di qualcosa di meglio. Questa è stata una di quelle decisioni improvvise e dovuta a rabbia per l’impossibilità di trovare qualcosa d’interessante che consentisse di usare la mia intelligenza, dopo l’ennesimo inganno da parte del mio ultimo datore di lavoro. Avrei anche voluto avere un lavoro normale, nel senso di un lavoro che lascia un po’ di tempo libero e spazio per la vita privata. Nessuna delle due cose è stata possibile in questo sistema, nemmeno singolarmente. Non avevo posto alcuna condizione riguardo al salario: per un lavoro interessante ero disposto a lavorare per un salario basso (persino al limite della sussistenza e addirittura con straordinari non pagati) e disposto a trasferirmi dappertutto nel mondo. Non ho trovato niente d’interessante, solo lavori stupidi,  quelli sì e la maggior parte con salario basso e extralavoro non pagato. Se vuoi lavorare a basso costo e arricchire i capitalisti, è molto facile trovare un lavoro, anzi il lavoro trova te. Se vuoi lavorare poco per guadagnare poco oppure normalmente ma pretendi una giusta paga, diventa molto difficile. Indipendentemente dalle condizioni economiche e dal carico di lavoro, se cerchi un lavoro intelligente, diciamo qualcosa un po’ meglio della media, non trovi proprio niente, nè con alta nè con bassa paga.

Appena licenziatomi e uscito da questo odioso sistema stupido e schiavista che è il lavoro dipendente nel regime capitalista, ancora non mi ero reso conto di ciò, anzi speravo di trovare un lavoro decente. Ma l’impossibilità di ciò non ha tardato a rivelarsi. Ho presto compreso che anche se fossi in California, in America sarebbe stato molto difficile. Ho avuto una crisi e un periodo di depressione, da cui per fortuna sono uscito dopo pochi mesi per pura forza di reazione. La guarigione è avvenuta quando ho iniziato a lavorare per conto mio sui miei progetti e le mie idee e il lavoro s’è fatto tanto più interessante quanto i miei guadagni immediati sono fortemente diminuiti, così come pure la sicurezza lavorativa che ora non ho più affatto.

Vengo da un’area economicamente disastrata, inquinata, corrotta, mafiosa e spopolata dell’Italia meridionale, dove il lavoro manca e da tempo i giovani emigrano massicciamente, più dei loro padri e proprio come i loro bisnonni facevano nel secolo scorso. Nel passato ho sempre lavorato come dipendente. Finora mi era mancato il coraggio di mettermi in proprio, tuttavia ora che ho questo coraggio le cose sono cambiate, perchè ora odio il sistema capitalista per la sua stupidità e il modo in cui impiega le persone e non dà nessun valore all’intelligenza. Personalmente, sento che mi ha rubato 15 anni preziosi della mia vita e non voglio farne più parte.

Alla mia depressione s’è sostituita una forma di odio e disprezzo permanente nei confronti del capitalismo e di desiderio di rovesciarlo. Tuttavia vista la difficoltà di tale progetto, ho subito rinunciato alla lotta armata, essendo però sempre pronto a intervenire nel caso si crei una situazione favorevole.

Così la mia unica alternativa è stata d’adattarmi a vivere a modo mio nel sistema. Un sistema che non solo non approvo, ma che disprezzo. I soldi e i benefici che questo sistema garantisce al duro prezzo di renderti schiavo (compresa la pensione) non valgono più niente per me. Quello che conta per me nella vita è di fare qualcosa d’intelligente, di studiare, di dedicarmi alla scienza. Ho abbracciato in modo radicale la filosofia del downshifting e deciso di lavorare in questo tipo d’economia giusto quel poco che basta per soddisfare le esigenze basilari della vita, che significa in pratica pagare l’affitto, le bollette e comprarmi da mangiare e niente di più.

Anche se non ho i soldi per andare al ristorante e devo accontentarmi di un pranzo economico fatto in casa o indossare sempre lo stesso cappotto da 10 anni, tutto questo non lo vedo più come una punizione. Il tempo libero che posso dedicare allo studio e ai miei hobby vale per me molto di più dei soldi extra che potrei guadagnare lavorando più dello stretto necessario. Dopo aver rifiutato la logica perversa del capitalismo, ho perso soldi ma mi sono arricchito. Infatti io ora sono ricco, sono ricco di tempo e intelligenza. Ho così scoperto una ricchezza inaspettata e consumismo e capitalismo mi paiono ora entrambi assurdi e stupidi come non mai!

Sono arrivato ad un punto in cui dò il giusto valore al tempo e vivo ogni giorno come se dovessi morire domani. Il che non significa che sono privo di scopi nella vita, anzi il contrario, perseguo solo scopi che ritengo importanti nell’arco di tutta la vita, difatti il mio obiettivo ora è di diventare uno scienziato. I soldi che servono per questo sono pochi, molti di meno di quelli che si guadagnano lavorando a tempo pieno. Servono pochi soldi e molto studio. Rinunciando a tutti i divertimenti ho deciso di lavorare giusto per mantenermi agli studi. Ancora notate la frase: non lavoro per i soldi, lavoro per mantenermi agli studi. Una volta soddisfatte le mie necessità non lavoro più: come il leone sazio che non va a caccia di un’altra preda finché non ha fame di nuovo.

Ma la vita è dura. Non è facile vivere così, alla giornata, come dovrebbe essere. Nel sistema capitalista sono oramai un soggetto visto male: uno che non vuole lavorare per fare più soldi come tutti gli altri. Non vuole lavoro a tempo pieno o fisso, a cui ci si deve dedicare completamente. È insensibile al denaro e disprezza i ricchi, dice che si dovrebbero vergognare perchè la loro ricchezza non può essere frutto di soli meriti personali, ma si basa sul sistema ingiusto del capitalismo, sullo sfruttamento di qualcosa, molto spesso di altri esseri umani. Sono uno che non ha padroni. Eppure tutto questo dovrebbe essere normale.

Una volta eravamo tutti così, liberi. Com’è riuscito il capitalismo a schiavizzare la gente nel modo più subdolo, ovvero senza che s’accorgano d’essere schiavi, nonostante non hanno nemmeno il tempo di vivere e la vita è così breve? Semplice, con l’inganno, elevando a Dio il denaro. Facendo credere che col denaro si può comprare tutto, che il denaro è potenza infinita. Così milioni di lavoratori sono assoggettati ad una oligarchia di capitalisti ricchissimi di denaro, poveri d’intelletto e del tutto privi di principi morali, che sfruttano il lavoro della gente per arricchirsi sempre di più. Mi fanno schifo ed avrei voglia di schiacciarli come mosche… si badi bene che questi sono pensieri personali, non intendo incitare alla violenza contro i ricchi nè tantomeno le mosche, anche perchè dicendo questo rischio bene di finire in galera: è reato anche solo pensarlo nella nostra “democrazia”.

La cosa assurda è che per guadagnarsi questo denaro in surplus si perde la libertà e il tempo e che spesso non si sa nemmeno come spenderlo. Ma a quest’ultimo problema hanno trovato una soluzione, che retroalimenta il sistema capitalistico rafforzando ancora di più la ricchezza e il potere dei capitalisti a discapito dei lavoratori: le banche. E la cosa ancora più assurda è che sono i lavoratori stessi che mettendo i loro risparmi in banca, svendono due volte i frutti del loro lavoro.

I banchieri sono una sottospecie di capitalisti che fanno profitto soltanto con l’immateriale, senza esercitare il controllo di nessun mezzo fisico di produzione: usano solo denaro per fare altro denaro. Ma sempre, beninteso, alle spalle dei lavoratori. I giochi d’azzardo sono matematicamente fatti in modo tale che “è sempre il banco che vince” e qui è lo stesso, “è sempre la banca che guadagna”. Infatti le banche prestano i soldi ad un tasso d’interesse molto più alto rispetto a quella miseria che danno ai lavoratori per convincerli a metterceli, miseria che non copre nemmeno l’inflazione a cui il denaro è soggetto, e i tassi d’interesse non seguono affatto l’inflazione, anzi il contrario.

Volete lavorare di più per arricchire i banchieri? Non conviene accumulare soldi, tra crisi economiche e inflazione galoppante, ce ne perderete parecchi. È come lavorare una giornata intera per essere pagati solo la metà. Tanto vale lavorare mezza giornata allora, fare giusto i soldi per vivere e per il resto divertirsi. Futtitinne e campa ‘a la jurnata è la risposta giusta per non fare gl’interessi di quegl’avvoltoi delle banche e dei finanziari.

Eccoci quindi al punto in cui oso dire senza peli sulla lingua quello che penso riguardo al denaro, al capitalismo e al consumismo. Sono tutte cose brutte, molto brutte.

Primo: i soldi sono un mezzo non un fine, proprio come lo scambio diretto di beni e servizi. I soldi sono solo un’alternativa pratica al baratto. Non è necessario avere soldi per soddisfare le necessità della vita, ma piuttosto qualcosa da barattare. In una società moderna il lavoro è diventato specializzato, non si può più provvedere singolarmente a tutte le proprie necessità. Così si deve lavorare, in modo specializzato, per avere qualcosa da barattare e poter soddisfare tutte le altre necessità della vita che il proprio lavoro non soddisfa direttamente. Per questo si lavora, non per i soldi. Ripeto ancora: i soldi sono solo un sistema per effettuare baratti in differita e differenziati. Insomma una merce di scambio, niente di più.

Il capitalismo e il consumismo non centrano proprio nulla con il lavoro, sono l’invenzione di menti subdole che tentano di sovvertire il sistema economico naturale (quello dei baratti, con e senza soldi, che per sua natura è del tutto egualitario) per girarlo a vantaggio di pochi singoli. Basta dire “no” e non prestarsi al loro gioco ed è finita per loro. I capitalisti dovranno mettersi a lavorare come gli altri, per avere qualcosa di buono da barattare con tutti gli altri, invece d’arricchirsi senza lavorare, facendo lavorare (o meglio sfruttando) la gente e sottraendogli buona parte del valore del loro lavoro.

Il invece non è una cosa brutta, è una necessità. Come lo è per gli animali procacciarsi il cibo. Il lavoro deve servire unicamente a soddisfare i propri bisogni, che variano in quantità e qualità da individuo a individuo, ma ce ne sono alcuni naturali che tutti condividiamo (come mangiare o vestirsi per ripararsi dal freddo).

Una società civile e avanzata dovrebbe garantire per legge il soddisfacimento dei bisogni di base di tutti a fronte di una minimo di lavoro richiesto a tutti quelli in grado di lavorare. Di conseguenza, questo minimo di lavoro, di ogni tipo, ha più o meno lo stesso valore, in quanto soddisfa bisogni che sono più o meno gli stessi per tutti. Difficilmente uno può mangiare 10 volte tanto di un’altro (senza schiattare per obesità oppure può essere così solo se il secondo muore di fame).

Uno può scegliere di lavorare di più e guadagnare in proporzione, usando i risparmi accumulati per acquistare di più di quello che gli serve, se proprio ci tiene, oppure per non lavorare poi in futuro per un certo periodo. Alcuni lavoreranno di più solo per passione, ma questo non è un certo un problema. Finchè il surplus di lavoro è volontario, questo non è un problema. Quando è imposto a tutti per mantenere la ricchezza di pochi, allora diventa sfruttamento, una subdola forma di schiavismo.

Si può fare una società in cui la ricchezza è equamente distribuita e ci sono delle maggiorazioni per chi lavora di più. Il tutto finchè si bilancia domanda e offerta. Siamo tutti abbastanza ricchi e felici e questo non è comunismo, ci sono ancora delle differenze, ma non così enormi ed ingiuste come nel capitalismo, la forma più selvaggia di organizzazione economica basata sul denaro.

A parità di ore lavorate, uno scienziato non deve guadagnare più di un contadino, così come un leone non ha più bisogno di carne di qualsiasi altro leone. Che mi piaccia fare lo scienziato o il contadino, la cosa non ha certo a che fare con i soldi! Del resto proprio queste disparità hanno prodotto un peggioramento della qualità del lavoro: la gente non fa più un lavoro solo per piacere e non fa più un buon lavoro solo per passione. È stata ingannata, indotta a pensare che solo i soldi contano e così si cerca solo il modo di fare più soldi o si fa a malavoglia un lavoro che non piace, solo per i soldi, ma con scarsi risultati. Ma i soldi non centrano proprio niente col lavoro. Il capitalismo fa dipendere tutto dai soldi, come se fossero l’unica molla che spinge l’umanità e con questo la rende schiava.

La parola schiavo non è esagerata: ci sono al mondo poche persone ricchissime che si stanno arricchendo sempre di più, accumulano sempre più denaro. Queste persone schiavizzano tutti gli altri in misura maggiore o minore a seconda sei casi.

Nel capitalismo solo il denaro ha importanza. Tutto ha un prezzo, anche la terra con tutto quello che contiene. E un minuto del nostro tempo che prezzo ha? Dipende dalla durata della vita (che non sappiamo) o è uguale per tutti? O dipende da quanto già sei ricco? Oppure se sei vecchio o giovane? O se stai soffrendo o sei felice? Come pretendono di dare un valore monetario a beni che spesso ne hanno anche uno affettivo?

Io ho deciso di lavorare in proprio con la seguente politica: faccio il lavoro il meglio che posso e il prezzo lo decide chi riceve il lavoro da me o lo scambia con altri beni e servizi (il denaro non è sempre necessario anche nell’epoca moderna). Questo viola le leggi dell’economia capitalistica, in cui il prezzo lo fa il mercato (quando non ci sono lobby che lo fissano) e lascia molta gente stupita. Molti non sono abituati a questo tipo di parcella libera e non hanno idea di quanto pagarmi. La maggior parte vuole sapere quanto tempo ci ho messo e moltiplica questo tempo per un certo costo orario che ritiene equo, quindi non si guadagna di più in questo modo. A che pro, allora?

La ragione per cui lo faccio non è per la speranza di guadagnare di più. Non so quanto potrei guadagnare fissando un prezzo. Nessuno sa quant’è questo prezzo di mercato per ogni prestazione. Il prezzo che pratica il tuo concorrente, non ti dice niente, perchè il lavoro che fai tu non è lo stesso del suo, in molti casi. Trovo quindi molto più giusto lasciare alle parti interessate e non al mercato di fissare i prezzi. Tra l’altro così il denaro che ricevo dal mio cliente (o l’equivalente lavoro da parte sua in alternativa se intende pagarmi con altro lavoro o un bene materiale se intende effettuare un baratto) mi dice anche quando il mio lavoro è stato apprezzato.

Questo è quello che ha valore per me. Quanto il mio lavoro viene apprezzato. Il capitalismo conosce il prezzo di tutto ma il valore di niente.

fonte:http://antonio-bonifati.blogspot.it/2012/07/uscire-dal-sistema-capitalista-la-mia.html

Il libero arbitrio esiste o è solo un’illusione?

Il libero arbitrio esiste o è solo un’illusione?

La libertà di scegliere è reale, o è solo un’illusione?
Una delle più antiche questioni in psicologia, e in altri campi come ad esempio la filosofia, è se gli esseri umani hanno il libero arbitrio. Cioè, siamo in grado di scegliere quello che faremo con le nostre vite?

Siamo davvero liberi di scegliere?

La questione del libero arbitrio è particolarmente spinosa perché rappresenta una collisione tra due prospettive opposte, ma ugualmente valide. Dal punto di vista puramente metafisico, se non abbiamo il libero arbitrio, perché siamo qui? Qual è il senso della vita, se non siamo in grado di scegliere i nostri percorsi? Eppure, da un punto di vista puramente scientifico, come è possibile che tutto possa accadere senza essere stato causato da qualcosa d’altro? Se possiamo davvero scegliere, quindi se queste scelte devono essere senza causa, cos’è che non può essere spiegato all’interno del modello di scienza su cui molti di noi si basano?

Non c’è riscontro all’interno della psicologia sul fatto che in realtà abbiamo il libero arbitrio, anche se gran parte di quello che viviamo sembra presumere di si. Freud e Skinner avevano idee decisamente differenti su molte cose, ma su una cosa erano d’accordo, cioè che il comportamento umano è determinato da influenze all’interno o all’esterno della persona. Freud ha parlato di conflitti inconsci come possibili cause del comportamento, e Skinner ha parlato di contingenze ambientali, ma in ogni modo per loro non siamo liberi di decidere…

Nuove “minacce”, sulla possibilità della “libera scelta”, provengono da campi quali la neuroscienze e la genetica. 

Molti neuroscienziati, armati con la risonanza magnetica funzionale e altri strumenti di scansione del cervello, sostengono che, ora che siamo in grado di scrutare il cervello, possiamo vedere che non c’è un “agente” di scelta. John Searle, (filosofo statunitense. Professore di filosofia all’Università della California, a Berkeley, noto per i suoi contributi alla filosofia del linguaggio e alla filosofia della mente), nel 1997 si avvicina alla coscienza da un punto di vista biologico e sostiene che il cervello non è più libero del fegato o dello stomaco. I genetisti stanno scoprendo che molte esperienze psicologiche sono collegate con le interazioni gene-ambientale, in modo tale che le persone con un gene specifico hanno maggiori probabilità di reagire in un certo modo. Uno studio fatto nel 2013, ha riscontrato che le ragazze con uno specifico gene del recettore dell’ossitocina aveva delle reazioni venendo a contatto con persone che le giudicavano, ma questo non avvenne con le altre ragazze sprovviste di questo gene. Questi risultati suggeriscono che almeno alcune di ciò che noi percepiamo come risposte “libere”, sono determinate dalla nostra biologia, dal nostro ambiente, o da entrambi.

In una serie di esperimenti controversi, il neuroscienziato Ben Libet, nel 1985 ha scansionato il cervello di alcune persone a cui ha chiesto di spostare il loro braccio. Libet ha scoperto che l’attività cerebrale aumentava ancora prima che i partecipanti fossero a conoscenza della loro decisione di spostare il loro braccio. Libet ha interpretato questo risultato nel senso che il cervello aveva in qualche modo “deciso” di fare quel movimento, e le persone che presero questa decisione, decisero solo quando il movimento era già avvenuto. Molti altri neuroscienziati hanno usato i risultati di Libet come prova che il comportamento umano è controllato dalla neurobiologia, e che il libero arbitrio non esiste.

Inoltre, lo psicologo di Harvard Daniel Wegner e i suoi colleghi, hanno condotto studi che suggeriscono che le persone hanno controllo sugli eventi che vengono avviati da altri. Ad esempio, i fan di un tale sport, cercano di “dare buone vibrazioni” al loro sportivo o squadra preferiti. Ma il buon senso ci dice che le nostre “vibrazioni” non hanno nulla a che fare con lo sportivo o la squadra in questione. Wegner sostiene che ciò che noi chiamiamo “libero arbitrio” è in realtà solo la causa degli eventi che non comprendiamo.

Vi è qualche speranza per il libero arbitrio? Siamo davvero controllati dalla nostra biologia e dal nostro ambiente?
Alcune teorie psicologiche sono in realtà basate su un presupposto di libero arbitrio, o almeno lo sono a prima vista. La teoria della autodeterminazione, per esempio, sostiene che il funzionamento-intenzionale volitivo, cioè la libera scelta, è un comportamento ed un bisogno umano di base. Teorie dell’identità personale, in particolare quelle radicate nel 1950 dalla psicologia dell’io di Erikson, affermano che gli adolescenti e i giovani adulti devono deliberatamente dare un senso al mondo che li circonda ed avere il loro posto all’interno di quel mondo. La teoria umanistica di Maslow riguarda l’auto-realizzazione-identificazione di vivere secondo le proprie più alte potenzialità, come lo scopo ultimo dell’esistenza umana.

Questo ci porta ad un’incompatibilità intrinseca. Come può una persona fare scelte auto-determinate e dare un senso al mondo, e desiderare l’auto-attualizzione quando le prove neuroscientifiche sembrano indicare che il nostro cervello prende decisioni ancora prima che ce ne accorgiamo? Stiamo rivendicando la responsabilità per gli eventi che hanno poco o nulla a che fare con l’intenzione cosciente? Siamo davvero solo automi, cioè creature che non hanno la possibilità di scegliere? Allora che cos’è la necessità del funzionamento volitivo, ovvero dare un senso al mondo, o la spinta verso l’auto-realizzazione? Un automa non avrebbe alcun bisogno di nessuna di queste cose.

Il problema del libero arbitrio è che da enormi problemi per molti settori della nostra società, tra cui il nostro ordinamento giuridico. Se un imputato non ha il libero arbitrio, allora non può essere ritenuto responsabile per il suo crimine, perché non avrebbe potuto scegliere altrimenti. Un bambino che non riesce in un esame non può essere punito, perché quel punteggio del test non avrebbe potuto essere diverso. Un genitore che vizia i suoi figli non sta facendo niente di”sbagliato”, perché non ha fatto la scelta di crescere i suoi figli in modo specifico.

Psicologi, come ad esempio Roy Baumeister, hanno cercato di sviluppare una scienza del libero arbitrio, ma gran parte del ragionamento di Baumeister si concentra sulle conseguenze del credere (o non credere) nel libero arbitrio, piuttosto che sulla necessità o meno della realtà che possediamo possedere il libero arbitrio. In altri termini, ciò che conta è: se pensiamo che stiamo facendo delle scelte, indipendentemente dal fatto che il nostro comportamento è davvero condizionato da una nostra scelta. Per Baumeister, crede che pensare di essere liberi porta ad agire di conseguenza, e lui ed i suoi colleghi: Masicampo, e DeWall, nel 2009, hanno condotto esperimenti i cui risultati riscontrarono che la gente non ha alcun libero arbitrio e questo li può portare a comportarsi in modo socialmente irresponsabile.

Abbiamo davvero il libero arbitrio? Uno scienziato che sia in grado di misurare tutti i fattori determinanti delle nostre scelte, deve essere in grado di spiegare al 100% il nostro comportamento. Se avessimo avuto il libero arbitrio, gli scienziati non avrebbero ottenuto risposte ad alcuni dei nostri comportamenti inspiegabili. Purtroppo, non conosciamo tutti i fattori determinanti del comportamento umano, e non possiamo, almeno per ora, capire tutte queste dinamiche. La domanda è se abbiamo o meno il libero arbitrio, o se questo interrogativo è destinato a rimanere un pantano filosofico.

Così ci ritroviamo più o meno dove siamo partiti. Gli esseri umani hanno il libero arbitrio? Questa è una domanda a cui i filosofi hanno dibattuto per secoli, e probabilmente continueranno a farlo. La psicologia può fornire alcuni spunti su come volontà o almeno una fede nella sua esistenza, potrebbe funzionare, ma al di là di questo, probabilmente, non siamo in grado di verificare o smentire la sua esistenza. Ciò che è importante, però, è che noi trattiamo l’un l’altro (e noi stessi) come esseri autonomi, i cui pensieri e sentimenti sono importanti. A tale proposito, la ricerca di Baumeister ha molto da insegnarci.

Fonte: it.anahera.news

Il lavoro come forma di schiavitù

Il lavoro come forma di schiavitù

Oggi l’impiego e’ il culmine della nostra vita, la risposta a tutte le nostre tribolazioni: a propagandare il binomio di schiavitù “lavoro-consumo” ci pensano politici, genitori, moralisti, industriali – ovviamente! – e non ultimi perfino intellettuali

Lavoriamo otto ore al giorno e anche più per poterci permettere cibo, un tetto sopra la testa, un abito che ci copra o un auto che ci trasporti da un posto all’altro.
Chi non ha un lavoro specie in questo periodo deve in qualche modo rinunciare in tutto o in parte a queste cose, e ce ne sono alcune, come il cibo ad esempio, cui proprio non si può’ rinunciare.
Eppure c’e’ stato un tempo in cui la società era diversa, e la ridottissima dipendenza dal denaro prevedeva ritmi di lavoro molto meno alienanti di quelli attuali: mi riferisco in particolare al periodo antecedente alla rivoluzione industriale, a quando cioè’ le famiglie erano autarchiche e si mangiava ciò’ che l’orto e le stagioni consentivano.
C’erano molti stenti, e’ vero, e sarebbe inimmaginabile tornare indietro, ma la gente in quei periodi era più libera… di vivere; soprattutto era più libera di fare le uniche due cose per cui vale davvero la pena continuare a vivere, vale a dire pensare e soprattutto amare.

Il lavoro ci rende pigri alla vita, apatici alle novità’, e produce – vuoi o non vuoi – una forma di stolidità’ in quanto ogni giorno si ripetono le stesse mansioni in modo meccanico se non robotico.
“Usa molto i sensi e poco la mente” dicevano i grandi capitalisti americani all’inizio della rivoluzione, aggiungendo anche frasi del tipo “pensa poco, leggi ancora meno ma lavora sempre di più'”.

In periodi di crisi come questo, dove molte famiglie sono sul lastrico per via di una crisi economica “finta” perchè creata ad hoc da banche private che prestano soldi agli Stati e che hanno semplicemente chiuso i rubinetti per poterli dominare meglio, parlare di lavoro come schiavitù‘ sembra quasi blasfemo per non dire paradossale: il punto pero’, a mio avviso, e’ proprio questo, ovvero riconoscere l’intero meccanismo di schiavitù‘ che questo sistema genera, da cima a fondo, meccanismo che tra le altre cose si perpetua grazie alla nostra ignoranza o  peggio ancora alla nostra indifferenza.