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Fuori dalla fabbrica, fuori dall’inferno ( Lettera di un disadattato moderno)

Fuori dalla fabbrica, fuori dall’inferno ( Lettera di un disadattato moderno)

Tempo fa ho ricevuto questa bellissima lettera da un ragazzo di 27 anni che preferisce rimanere anonimo. Nel titolo ho voluto usare il termine “disadattato moderno”, per evidenziare in modo ironico come oggi vengono soprannominati tutti quelli che trovano insensato e profondamente sbagliato questo modo di vivere:

“La giornata finalmente è finita, e tiro un respiro di sollievo mentre percorro l’interminabile corridoio di questa maledetta fabbrica per raggiungere lo spogliatoio, dove, con grande sollievo raccoglierò le mie cose e terrò sulla mia mano destra la chiave della macchina per portarmi in fretta, o quasi, a casa. Via di qui e alla svelta !

Fuori il sole sta già tramontando ma non sono dell’umore giusto per ammirarlo, gli uccellini cantando sui rami degli alberi sembrano quasi prendersi gioco di me e di tutti noi, forse si stanno chiedendo come mai ogni giorno scegliamo di rinchiuderci in quella gabbia di cemento per 8 interminabili ore al giorno, entrando freschi come rose ed uscendo ogni volta stanchi morti.

Certo quelli uccellini mica devono fare i conti con l’affitto, i mutui, non devono andare al supermercato per fare la spesa, loro hanno sempre un sacco di tempo libero, ecco perché cantano tanto nonostante la costante minaccia di essere sbranati da un gatto che gli tende un agguato, ma infondo quel pericolo rappresenta tutto sommato una morte dignitosa se paragonato all’ebrezza del volare liberi e spensierati.

Mentre apro la macchina mi sento confuso, ho fame, ho sete, ho voglia di andare a casa e sdraiarmi sul divano, la stanchezza prevale in me e mi accompagnerà fino a cena.

Risultati immagini per chiuso in camera
La sera tutto si fa più tranquillo, ma so già che la notte faticherò a prender sonno nonostante sia stanco morto, i dottori parlano di ansia, ma si chiedono mai quest’ansia da dove nasce?

Nasce dal pensare che domani sarà un altro giorno uguale ad oggi e uguale a ieri, io quella sveglia non la sopporto, come non sopporto quel vestirmi di fretta per raggiungere la cucina altrettanto di fretta, per poi mangiare un boccone in fretta per avere il tempo appena sufficiente di raggiungere il bagno per fare i miei sacrosanti bisogna ancora una volta di fretta!

Ansia, ansia, ansia !!!

Ansia che solo chi come me odia questo stupido modo di vivere può comprendere, perché parlano facile quelli che si sono adattati a tutto questo a dire che il nostro problema è che non abbiamo voglia di lavorare, ma la verità è che non tutti nasciamo “adattabili”, ci sono persone come me che hanno bisogno di stimoli per fare le cose, non solo di ordini!

Risultati immagini per adattatiNo, non sono capace di adattarmi a questo stile di vita e mai lo farò, trovo e troverò sempre orribile costringere gli esseri umani a passare intere giornate in fabbrica o altrove per poter continuare ad esistere, ma gli adattati privi di fantasia, privi di sogni, privi di ispirazioni, privi di un briciolo di poesia nei confronti della vita non possono capire la sofferenza quotidiana che provano tutti quelli come me a dover svolgere un lavoro che non piace.

Gli adattabili non sanno cosa significa la tortura delle ore che non passano mai, non sanno cosa significa il nodo alla gola all’inizio turno, non sanno cosa significano quelle maledette notti insonni o quel profondo senso di malinconia che si prova la domenica sera prima di ricominciare da capo la settimana, non sanno cosa significa sentirsi sempre stanchi morti perché ci si sente costretti a fare ciò che non piace.

E non basta un caffè per renderci attivi, perché quando si è stufi dentro si diventa apatici verso il mondo, ma io non voglio anestetizzare la mia sofferenza mentale a suon di psicofarmaci.

Risultati immagini per odiare il lavoroNessuno in realtà si preoccupa di chi odia lavorare, ma io non chiedo di non fare niente tutto il giorno, non chiedo di fare il mantenuto a vita, chiedo solo mi sia data la possibilità di fare un lavoro che mi piace, che mi stimoli ad andare avanti e se questo non è possibile vorrei solo lavorare meno, due, tre giorni la settimana al massimo o in alternativa cinque mattine la settimana, accetterò il fatto di guadagnare meno dei miei coetanei, accetterò il fatto di dover rinunciare a tante cose materiali, tirerò la cinghia pure sul mangiare se questo sarà necessario, ma voglio lavorare meno e godermi di più la vita, non chiedo grandi cose, solo il mio tempo e il diritto di spenderlo come voglio, anche se questo significa passare le mie ore a fissare l’infinito fuori dalla finestra.

Se non otterrò questo, se non otterremo questo, allora vorrà dire che questa società è profondamente malvagia ed io in un mondo simile mai e poi mai metterò al mondo un nuovo schiavo, destinato, magari come me, a detestare questa splendida vita per via di un lavoro che, come una zecca, succhia via tutte le energie giorno dopo giorno, portandoti ad odiare quel che è il dono più prezioso…

Si, sono uno svogliato, uno scansafatiche, sono uno che ama perdere tempo come dite voi, ma ho anche io il diritto di vivere.”

fonte:https://laschiavitudellavoro.blogspot.it/2018/03/fuori-dalla-fabbrica-fuori-dallinferno.html

Il Primo Maggio non è una Festa.

Il Primo Maggio non è una Festa.

Non potrà essere una festa quella che retoricamente sarà celebrata oggi in qualche frammento televisivo, sottratto all’ultima avventura notturna della velina di grido e la partita di calcio.

Non è una festa per chi il lavoro non lo ha, e che magari non lo sta più cercando, per quelli che lo hanno perso per le svariate concomitanze che alla fine si riducono nelle solite leggi di mercato, per quelli che alla fine si sono suicidati, nel silenzio dell’informazione ufficiale, e che tecnicamente non potranno partecipare alle manifestazioni, essendo morti.

Non è una festa per gli studenti di vario grado, illusi da vari percorsi accademici, con variopinti effetti speciali, che mirano esclusivamente a garantire i baroni e le loro cattedre, scolpite nel marmo delle raccomandazioni e delle conventicole del nostro sistema clientelare, aspiranti lavoratori in attesa della futura Genna, costituita da stage non retribuiti, lontananza dagli affetti familiari, condivisioni di sottoscala a prezzi inaccessibili, e ovviamente in nero, fonte di licenze rendite per certi speculatori, pronti alla confessione e conseguente perdono domenicale.

Ma, pensate un po’, non è nemmeno la festa di chi il lavoro ce l’ha e, sembra essere un privilegiato, uno che non si deve assolutamente lamentare, perché in grado di sostenersi e, soprattutto, comprare le sporcizie che il mercato mette a disposizione.

Ma quale prezzo? Il prezzo di vivere con le briciole che i padroni lasciano cadere dal tavolo della festa. Certo l’alcol, le partite di calcio, le vacanze di Ferragosto, la macchina nuova, comprata a rate e utilizzata per andare al lavoro, potranno sembrare argomenti validi per continuare a strisciare lungo i marciapiedi delle ore infinite rubate alla vita per produrre oggetti inutili che lo stesso mercato renderà poi appetibili.
Il primo maggio in sintesi non è proprio una festa per questa moltitudine di schiavi moderni che il sistema definisce lavoratori.
Gli unici che possono gioire sono, come al solito i padroni, i parassiti della società, coloro che, espropriando la vita al prossimo, possono godere appieno la propria.

Uscire dal sistema capitalista: la mia esperienza

Uscire dal sistema capitalista: la mia esperienza

È quasi un anno ormai che ho deciso definitivamente d’uscire dal sistema economico capitalista. Non lavoro più come dipendente, non lavoro più per i soldi, eppure sto lavorando autonomamente di più di prima per cercare di crearmi un’attività che mi consenta di guadagnare giusto il necessario per vivere singolarmente e sto anche studiando molto.

Tuttavia il mio odio verso il capitalismo non è scaturito da convinzione ideologica, ma da esperienza diretta dopo circa 15 anni di vita lavorativa in questo sistema a cui è difficile sfuggire, visto che ormai ha attanagliato tutto il mondo.

Non sono quindi un comunista o un anarchico ideologico. Sono (e sono ancora) politicamente neutro. Non credo che il comunismo possa funzionare in questo mondo, anche se come ideologia è cento volte migliore del capitalismo. Quest’ultimo non è altro che l’adorazione del Dio Denaro, non ha niente d’umano. Che gli schiavi del capitalismo siano umani o robot non fa alcuna differenza per come funziona il sistema.

L’unica differenza consiste nelle modalità per metterlo insieme. Come immaginò Asimov nelle sue tre famosi leggi della robotica, basterebbe programmare nei robot una regola che devono ubbidire agli uomini (con alcune ovvie eccezioni, ad es. per evitare che ci aiutino a suicidarci) per essere sicuri che lavorino per noi. Nel caso degli uomini invece ciò non è possibile. Per rendere gli uomini schiavi di un’ ideologia o di altri uomini, devono essere escogitati meccanismi più subdoli e meno permanenti della legge robotica codificata nei cervelli positronici immaginati da Asimov, come quello messo in essere dal capitalismo, basato sul desiderio di possesso del denaro e sul divino strapotere attribuito ad esso.

Così se non sono nè comunista nè capitalista, forse sono anarchico. Non lo so nemmeno io cosa sono. Mi possono attaccare qualunque etichetta ed epiteto… ma il mio pensiero resta questo: bisogna evolvere verso una società in cui nessuno s’arricchisce sfruttando gli altri e tutti godono dei frutti del progresso scientifico e tecnologico nella giusta misura, senza gonfiare artificialmente le necessità naturali dell’uomo, come è stato fatto ad arte col consumismo. Il consumismo e il capitalismo lavorano l’uno per l’altro… un circolo vizioso per farti lavorare di più, allo scopo di avere i soldi per soddisfare bisogni del tutto inutili e per produrre i beni che li soddisfano. Spesso a scapito della terra, che per questa inutile sovrapproduzione di beni ha sofferto l’impauperimento e l’inquinamento delle sue risorse più preziose. Ma stai sicuro che da questo superconsumo e superlavoro ci sono pochi che non lavorano e ci guadagnano.

Ma torniamo alla mia esperienza. Sono un programmatore di computer. Mi sono licenziato perchè trovato ogni lavoro stupido. Una storia che suona quasi strana e assurda, visto che il problema principale della gente sembra essere la disoccupazione. Dico sembra, perchè la disoccupazione, intesa come il non aver niente da fare, non esiste in natura. È solo la conseguenza di un sistema economico sbagliato e viene usata anche come una minaccia per mantenere la gente schiava del sistema economico stesso. Può un animale essere disoccupato? È lo stesso per noi, si è disoccupati e poveri in un sistema che ti priva della possibilità di usufruire liberamente delle risorse naturali (è questa la più diretta conseguenza della proprietà privata) o di poter scambiare il tuo lavoro specializzato con quello degli altri, cosa di cui hai bisogno per poter vivere di un solo lavoro specializzato. Quest’ultimo caso accade di frequente: il capitalismo di per sé non garantisce in alcun modo che il tuo lavoro sia d’utilità agli altri e che rimanga tale. Al contrario certi tipi di lavoro creati dal capitalismo per soddisfare bisogni non naturali sono più soggetti a diventare obsoleti di quelli che soddisfano bisogni naturali e universali.

La disoccupazione non è un problema tuo. È un problema del sistema economico. Se il tuo lavoro non viene apprezzato, tu puoi sempre cambiare lavoro, finchè trovi qualcosa che lo è. In ogni caso è possibile per il singolo riuscire a trovare il modo per vivere del proprio lavoro direttamente e/o indirettamente, a meno che questo non gli venga impedito da un sistema economico fortemente ingiusto come il capitalismo. La condizione di povero e disoccupato è quindi innaturale e assurda al di fuori del capitalismo e dei vincoli che esso crea nella subordinazione dei lavoratori.

Anche quando c’è abbastanza lavoro per tutti o addirittura l’offerta supera la domanda, nel capitalismo devi limitarti a fare il tipo di lavoro che ti offre il sistema, alle condizioni che decide il sistema. Se il sistema non ti offre niente in una certa area geografica, o non accetti le condizioni, o non accetti di emigrare, allora sei disoccupato.

Io sono un esempio vivente del raro caso in cui il sistema non ti offre niente di adeguato su una vasta area geografica, ma la cosa è molto comune su aree geografiche di piccole dimensioni. A lungo ho cercato un posto di lavoro dove usare il cervello senza successo in tutta Europa. Nel Regno Unito i recrutatori del loro bel libero mercato del lavoro mi hanno sommerso d’offerte di lavoro tutte uguali, la maggior parte roba per cui ero chiaramente più che qualificato, e alcune ancora arrivano, nonostante le mie risposte tutte negative e dopo aver inoltrato richiesta di cancellazione dei miei dati da tutti i loro sistemi di collocamento.

La mia drastica decisione di rompere col capitalismo non è stata immediata. Inizialmente ho preso solo la decisione di lasciare il mio ultimo lavoro, pur senza avere alcuna altra prospettiva di qualcosa di meglio. Questa è stata una di quelle decisioni improvvise e dovuta a rabbia per l’impossibilità di trovare qualcosa d’interessante che consentisse di usare la mia intelligenza, dopo l’ennesimo inganno da parte del mio ultimo datore di lavoro. Avrei anche voluto avere un lavoro normale, nel senso di un lavoro che lascia un po’ di tempo libero e spazio per la vita privata. Nessuna delle due cose è stata possibile in questo sistema, nemmeno singolarmente. Non avevo posto alcuna condizione riguardo al salario: per un lavoro interessante ero disposto a lavorare per un salario basso (persino al limite della sussistenza e addirittura con straordinari non pagati) e disposto a trasferirmi dappertutto nel mondo. Non ho trovato niente d’interessante, solo lavori stupidi,  quelli sì e la maggior parte con salario basso e extralavoro non pagato. Se vuoi lavorare a basso costo e arricchire i capitalisti, è molto facile trovare un lavoro, anzi il lavoro trova te. Se vuoi lavorare poco per guadagnare poco oppure normalmente ma pretendi una giusta paga, diventa molto difficile. Indipendentemente dalle condizioni economiche e dal carico di lavoro, se cerchi un lavoro intelligente, diciamo qualcosa un po’ meglio della media, non trovi proprio niente, nè con alta nè con bassa paga.

Appena licenziatomi e uscito da questo odioso sistema stupido e schiavista che è il lavoro dipendente nel regime capitalista, ancora non mi ero reso conto di ciò, anzi speravo di trovare un lavoro decente. Ma l’impossibilità di ciò non ha tardato a rivelarsi. Ho presto compreso che anche se fossi in California, in America sarebbe stato molto difficile. Ho avuto una crisi e un periodo di depressione, da cui per fortuna sono uscito dopo pochi mesi per pura forza di reazione. La guarigione è avvenuta quando ho iniziato a lavorare per conto mio sui miei progetti e le mie idee e il lavoro s’è fatto tanto più interessante quanto i miei guadagni immediati sono fortemente diminuiti, così come pure la sicurezza lavorativa che ora non ho più affatto.

Vengo da un’area economicamente disastrata, inquinata, corrotta, mafiosa e spopolata dell’Italia meridionale, dove il lavoro manca e da tempo i giovani emigrano massicciamente, più dei loro padri e proprio come i loro bisnonni facevano nel secolo scorso. Nel passato ho sempre lavorato come dipendente. Finora mi era mancato il coraggio di mettermi in proprio, tuttavia ora che ho questo coraggio le cose sono cambiate, perchè ora odio il sistema capitalista per la sua stupidità e il modo in cui impiega le persone e non dà nessun valore all’intelligenza. Personalmente, sento che mi ha rubato 15 anni preziosi della mia vita e non voglio farne più parte.

Alla mia depressione s’è sostituita una forma di odio e disprezzo permanente nei confronti del capitalismo e di desiderio di rovesciarlo. Tuttavia vista la difficoltà di tale progetto, ho subito rinunciato alla lotta armata, essendo però sempre pronto a intervenire nel caso si crei una situazione favorevole.

Così la mia unica alternativa è stata d’adattarmi a vivere a modo mio nel sistema. Un sistema che non solo non approvo, ma che disprezzo. I soldi e i benefici che questo sistema garantisce al duro prezzo di renderti schiavo (compresa la pensione) non valgono più niente per me. Quello che conta per me nella vita è di fare qualcosa d’intelligente, di studiare, di dedicarmi alla scienza. Ho abbracciato in modo radicale la filosofia del downshifting e deciso di lavorare in questo tipo d’economia giusto quel poco che basta per soddisfare le esigenze basilari della vita, che significa in pratica pagare l’affitto, le bollette e comprarmi da mangiare e niente di più.

Anche se non ho i soldi per andare al ristorante e devo accontentarmi di un pranzo economico fatto in casa o indossare sempre lo stesso cappotto da 10 anni, tutto questo non lo vedo più come una punizione. Il tempo libero che posso dedicare allo studio e ai miei hobby vale per me molto di più dei soldi extra che potrei guadagnare lavorando più dello stretto necessario. Dopo aver rifiutato la logica perversa del capitalismo, ho perso soldi ma mi sono arricchito. Infatti io ora sono ricco, sono ricco di tempo e intelligenza. Ho così scoperto una ricchezza inaspettata e consumismo e capitalismo mi paiono ora entrambi assurdi e stupidi come non mai!

Sono arrivato ad un punto in cui dò il giusto valore al tempo e vivo ogni giorno come se dovessi morire domani. Il che non significa che sono privo di scopi nella vita, anzi il contrario, perseguo solo scopi che ritengo importanti nell’arco di tutta la vita, difatti il mio obiettivo ora è di diventare uno scienziato. I soldi che servono per questo sono pochi, molti di meno di quelli che si guadagnano lavorando a tempo pieno. Servono pochi soldi e molto studio. Rinunciando a tutti i divertimenti ho deciso di lavorare giusto per mantenermi agli studi. Ancora notate la frase: non lavoro per i soldi, lavoro per mantenermi agli studi. Una volta soddisfatte le mie necessità non lavoro più: come il leone sazio che non va a caccia di un’altra preda finché non ha fame di nuovo.

Ma la vita è dura. Non è facile vivere così, alla giornata, come dovrebbe essere. Nel sistema capitalista sono oramai un soggetto visto male: uno che non vuole lavorare per fare più soldi come tutti gli altri. Non vuole lavoro a tempo pieno o fisso, a cui ci si deve dedicare completamente. È insensibile al denaro e disprezza i ricchi, dice che si dovrebbero vergognare perchè la loro ricchezza non può essere frutto di soli meriti personali, ma si basa sul sistema ingiusto del capitalismo, sullo sfruttamento di qualcosa, molto spesso di altri esseri umani. Sono uno che non ha padroni. Eppure tutto questo dovrebbe essere normale.

Una volta eravamo tutti così, liberi. Com’è riuscito il capitalismo a schiavizzare la gente nel modo più subdolo, ovvero senza che s’accorgano d’essere schiavi, nonostante non hanno nemmeno il tempo di vivere e la vita è così breve? Semplice, con l’inganno, elevando a Dio il denaro. Facendo credere che col denaro si può comprare tutto, che il denaro è potenza infinita. Così milioni di lavoratori sono assoggettati ad una oligarchia di capitalisti ricchissimi di denaro, poveri d’intelletto e del tutto privi di principi morali, che sfruttano il lavoro della gente per arricchirsi sempre di più. Mi fanno schifo ed avrei voglia di schiacciarli come mosche… si badi bene che questi sono pensieri personali, non intendo incitare alla violenza contro i ricchi nè tantomeno le mosche, anche perchè dicendo questo rischio bene di finire in galera: è reato anche solo pensarlo nella nostra “democrazia”.

La cosa assurda è che per guadagnarsi questo denaro in surplus si perde la libertà e il tempo e che spesso non si sa nemmeno come spenderlo. Ma a quest’ultimo problema hanno trovato una soluzione, che retroalimenta il sistema capitalistico rafforzando ancora di più la ricchezza e il potere dei capitalisti a discapito dei lavoratori: le banche. E la cosa ancora più assurda è che sono i lavoratori stessi che mettendo i loro risparmi in banca, svendono due volte i frutti del loro lavoro.

I banchieri sono una sottospecie di capitalisti che fanno profitto soltanto con l’immateriale, senza esercitare il controllo di nessun mezzo fisico di produzione: usano solo denaro per fare altro denaro. Ma sempre, beninteso, alle spalle dei lavoratori. I giochi d’azzardo sono matematicamente fatti in modo tale che “è sempre il banco che vince” e qui è lo stesso, “è sempre la banca che guadagna”. Infatti le banche prestano i soldi ad un tasso d’interesse molto più alto rispetto a quella miseria che danno ai lavoratori per convincerli a metterceli, miseria che non copre nemmeno l’inflazione a cui il denaro è soggetto, e i tassi d’interesse non seguono affatto l’inflazione, anzi il contrario.

Volete lavorare di più per arricchire i banchieri? Non conviene accumulare soldi, tra crisi economiche e inflazione galoppante, ce ne perderete parecchi. È come lavorare una giornata intera per essere pagati solo la metà. Tanto vale lavorare mezza giornata allora, fare giusto i soldi per vivere e per il resto divertirsi. Futtitinne e campa ‘a la jurnata è la risposta giusta per non fare gl’interessi di quegl’avvoltoi delle banche e dei finanziari.

Eccoci quindi al punto in cui oso dire senza peli sulla lingua quello che penso riguardo al denaro, al capitalismo e al consumismo. Sono tutte cose brutte, molto brutte.

Primo: i soldi sono un mezzo non un fine, proprio come lo scambio diretto di beni e servizi. I soldi sono solo un’alternativa pratica al baratto. Non è necessario avere soldi per soddisfare le necessità della vita, ma piuttosto qualcosa da barattare. In una società moderna il lavoro è diventato specializzato, non si può più provvedere singolarmente a tutte le proprie necessità. Così si deve lavorare, in modo specializzato, per avere qualcosa da barattare e poter soddisfare tutte le altre necessità della vita che il proprio lavoro non soddisfa direttamente. Per questo si lavora, non per i soldi. Ripeto ancora: i soldi sono solo un sistema per effettuare baratti in differita e differenziati. Insomma una merce di scambio, niente di più.

Il capitalismo e il consumismo non centrano proprio nulla con il lavoro, sono l’invenzione di menti subdole che tentano di sovvertire il sistema economico naturale (quello dei baratti, con e senza soldi, che per sua natura è del tutto egualitario) per girarlo a vantaggio di pochi singoli. Basta dire “no” e non prestarsi al loro gioco ed è finita per loro. I capitalisti dovranno mettersi a lavorare come gli altri, per avere qualcosa di buono da barattare con tutti gli altri, invece d’arricchirsi senza lavorare, facendo lavorare (o meglio sfruttando) la gente e sottraendogli buona parte del valore del loro lavoro.

Il invece non è una cosa brutta, è una necessità. Come lo è per gli animali procacciarsi il cibo. Il lavoro deve servire unicamente a soddisfare i propri bisogni, che variano in quantità e qualità da individuo a individuo, ma ce ne sono alcuni naturali che tutti condividiamo (come mangiare o vestirsi per ripararsi dal freddo).

Una società civile e avanzata dovrebbe garantire per legge il soddisfacimento dei bisogni di base di tutti a fronte di una minimo di lavoro richiesto a tutti quelli in grado di lavorare. Di conseguenza, questo minimo di lavoro, di ogni tipo, ha più o meno lo stesso valore, in quanto soddisfa bisogni che sono più o meno gli stessi per tutti. Difficilmente uno può mangiare 10 volte tanto di un’altro (senza schiattare per obesità oppure può essere così solo se il secondo muore di fame).

Uno può scegliere di lavorare di più e guadagnare in proporzione, usando i risparmi accumulati per acquistare di più di quello che gli serve, se proprio ci tiene, oppure per non lavorare poi in futuro per un certo periodo. Alcuni lavoreranno di più solo per passione, ma questo non è un certo un problema. Finchè il surplus di lavoro è volontario, questo non è un problema. Quando è imposto a tutti per mantenere la ricchezza di pochi, allora diventa sfruttamento, una subdola forma di schiavismo.

Si può fare una società in cui la ricchezza è equamente distribuita e ci sono delle maggiorazioni per chi lavora di più. Il tutto finchè si bilancia domanda e offerta. Siamo tutti abbastanza ricchi e felici e questo non è comunismo, ci sono ancora delle differenze, ma non così enormi ed ingiuste come nel capitalismo, la forma più selvaggia di organizzazione economica basata sul denaro.

A parità di ore lavorate, uno scienziato non deve guadagnare più di un contadino, così come un leone non ha più bisogno di carne di qualsiasi altro leone. Che mi piaccia fare lo scienziato o il contadino, la cosa non ha certo a che fare con i soldi! Del resto proprio queste disparità hanno prodotto un peggioramento della qualità del lavoro: la gente non fa più un lavoro solo per piacere e non fa più un buon lavoro solo per passione. È stata ingannata, indotta a pensare che solo i soldi contano e così si cerca solo il modo di fare più soldi o si fa a malavoglia un lavoro che non piace, solo per i soldi, ma con scarsi risultati. Ma i soldi non centrano proprio niente col lavoro. Il capitalismo fa dipendere tutto dai soldi, come se fossero l’unica molla che spinge l’umanità e con questo la rende schiava.

La parola schiavo non è esagerata: ci sono al mondo poche persone ricchissime che si stanno arricchendo sempre di più, accumulano sempre più denaro. Queste persone schiavizzano tutti gli altri in misura maggiore o minore a seconda sei casi.

Nel capitalismo solo il denaro ha importanza. Tutto ha un prezzo, anche la terra con tutto quello che contiene. E un minuto del nostro tempo che prezzo ha? Dipende dalla durata della vita (che non sappiamo) o è uguale per tutti? O dipende da quanto già sei ricco? Oppure se sei vecchio o giovane? O se stai soffrendo o sei felice? Come pretendono di dare un valore monetario a beni che spesso ne hanno anche uno affettivo?

Io ho deciso di lavorare in proprio con la seguente politica: faccio il lavoro il meglio che posso e il prezzo lo decide chi riceve il lavoro da me o lo scambia con altri beni e servizi (il denaro non è sempre necessario anche nell’epoca moderna). Questo viola le leggi dell’economia capitalistica, in cui il prezzo lo fa il mercato (quando non ci sono lobby che lo fissano) e lascia molta gente stupita. Molti non sono abituati a questo tipo di parcella libera e non hanno idea di quanto pagarmi. La maggior parte vuole sapere quanto tempo ci ho messo e moltiplica questo tempo per un certo costo orario che ritiene equo, quindi non si guadagna di più in questo modo. A che pro, allora?

La ragione per cui lo faccio non è per la speranza di guadagnare di più. Non so quanto potrei guadagnare fissando un prezzo. Nessuno sa quant’è questo prezzo di mercato per ogni prestazione. Il prezzo che pratica il tuo concorrente, non ti dice niente, perchè il lavoro che fai tu non è lo stesso del suo, in molti casi. Trovo quindi molto più giusto lasciare alle parti interessate e non al mercato di fissare i prezzi. Tra l’altro così il denaro che ricevo dal mio cliente (o l’equivalente lavoro da parte sua in alternativa se intende pagarmi con altro lavoro o un bene materiale se intende effettuare un baratto) mi dice anche quando il mio lavoro è stato apprezzato.

Questo è quello che ha valore per me. Quanto il mio lavoro viene apprezzato. Il capitalismo conosce il prezzo di tutto ma il valore di niente.

fonte:http://antonio-bonifati.blogspot.it/2012/07/uscire-dal-sistema-capitalista-la-mia.html