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“E TU COSA FAI NELLA VITA?”

“E TU COSA FAI NELLA VITA?”

Programmati come tanti manichini dediti all’obbedienza, ogni qual volta ci incontriamo nei bar, tra le strade o nelle piazze, sfoderiamo sempre la solita scontata domanda:

“E tu cosa fai nella vita?”

La risposta è altrettanto scontata, da buoni schiavi scolarizzati ed educati quali siamo:

-“Io lavoro in una compagnia di assicurazioni – io lavoro per quella azienda (solitamente andandone fiero) , io faccio questo e quello e bla bla bla…”

Notate niente? Si è orribile, identifichiamo continuamente le nostre vite con ciò che facciamo, trasformando i nostri doveri in un distintivo da esibire con il prossimo.

Mai, e dico mai, nessuno che ti risponda: “Io nella vita vivo, faccio l’amore, mi diverto con gli amici, coltivo le mie passioni e pratico i miei hobby.”

Senza uscita, siamo senza uscita, a partire dalla terza media quando genitori e insegnanti cominciano a chiederti cosa vuoi fare da grande, non cosa vuoi diventare, ma cosa vuoi fare. Questa sottile ma abissale differenza, fa in modo che con gli anni ogni essere umano impari a identificarsi con il proprio lavoro, con il proprio ruolo sociale.

Matrix, la gabbia, i ruoli, la schiavitù e la società, siamo noi a crearle, certo chi ha il potere dirige l’orchestra, ma quelli che decidono di suonare siamo sempre e solo noi singoli individui. Quindi attento a come parli, la schiavitù del linguaggio a volte è peggiore di quella materiale e non puoi pensare di cambiare il mondo se prima non cambi il tuo modo di pensare e di parlare.

Fonte: https://laschiavitudellavoro.blogspot.com/2016/01/e-tu-cosa-fai-nella-vita.html

Charles Bukowski: “La schiavitù non è mai stata abolita, è stata solo estesa per includere tutti i colori della pelle”.

Charles Bukowski: “La schiavitù non è mai stata abolita, è stata solo estesa per includere tutti i colori della pelle”.

Charles Bukowski, prima di diventare uno scrittore di fama mondiale, lavorava per le poste degli Stati Uniti, e trovava quel lavoro estremamente noioso e mortificante.

Ed è proprio per questo che l’8 dicembre del 1986 Bukowski scrisse al suo editore John Martin che gli aveva offerto 100 dollari al mese per tutta la vita a patto che lo scrittore lasciasse il suo lavoro e scrivesse a tempo pieno:

Ciao John,

Risultati immagini per Charles Bukowski

grazie per la bella lettera.
Non credo che faccia male, ogni tanto, ricordare da dove si è venuti. Tu conosci da dove vengo. Perfino le persone che provano a scriverne o a farci film non ci riescono.

Li chiamano “dalle 9 alle 5”. Ma non è mai dalle 9 alle 5, non c’è una pausa pranzo libera in quei posti, in effetti in molti di quei posti per continuare ad avere un lavoro non pranzi.

E poi c’è lo STRAORDINARIO e sembra che non lo registrino mai correttamente e se te ne lamenti, ecco, c’è un altro poveraccio pronto a prendere il tuo posto.

Conosci il mio vecchio detto:

“La schiavitù non è mai stata abolita, è stata solo estesa per includere tutti i colori della pelle”.
 
 
E quel che fa male è la costante diminuzione di umanità di coloro che combattono per tenersi lavori che non vogliono ma temono un’alternativa peggiore. Le persone semplicemente si sono svuotate. Sono corpi con teste ubbidienti e piene di paura.
Il colore abbandona i loro occhi. La voce s’imbruttisce. E il corpo. I capelli. Le unghie. Le scarpe. Tutto s’imbruttisce.

Quando ero giovane non riuscivo a credere che le persone potessero desiderare di rinunciare alle proprie vite a simili condizioni.

Ora che sono anziano, non riesco ancora a crederci.

 
Perché lo fanno? Sesso? Tv? 
Un’auto a rate? O per i figli? 
 
Figli che finiranno per fare le stesse cose che hanno fatto loro?
 
 

Tempo fa, quando ero ancora abbastanza giovane e passavo da un lavoro all’altro, ero così stupido da arrivare a dire ai miei colleghi:

 “Ehi, il capo potrebbe arrivare qui da un momento all’altro e licenziarci tutti, ve ne rendete conto?”.

Immagine correlataLoro mi guardavano e basta. Stavo ponendo una questione che non volevano entrasse nelle loro teste.

Ora nell’industria si stanno operando ampi licenziamenti (acciaierie fallite, cambiamenti tecnologici). Centinaia di migliaia di persone vengono licenziate e le loro facce sono allibite:

– “Ho dato all’azienda 35 anni…”

– “Non è giusto…”

– “Non so cosa fare…”

Non pagano mai gli schiavi abbastanza da dargli la possibilità di ottenere la libertà, solo quanto basta per sopravvivere e tornare al lavoro. Io riuscivo a vedere tutto questo. Perché gli altri no? Mi sono reso conto che la panchina del parco poteva essere un posto altrettanto buono, o anche il bancone del bar. Perché non arrivare lì da solo, prima che mi ci mettano gli altri? Perché aspettare?

Non pagano mai gli schiavi abbastanza da dargli la possibilità di ottenere la libertà
 
 
 

Ho scritto solo per il disgusto verso tutto questo, ed è stato un sollievo uscire da questo sistema. E ora che sono qui, un cosiddetto scrittore professionista, dopo aver dato via i primi 50 anni della mia vita, ho scoperto che ci sono altre cose disgustose oltre al sistema.

Mi ricordo una volta, mentre stavo lavorando come imballatore in questa azienda di lampadine, uno degli imballatori all’improvviso disse: “Non sarò mai libero!”.

Uno dei capi stava passando di lì (si chiamava Morrie) e scoppiò in questa fragorosa risata, godendosi il fatto che questo tizio fosse intrappolato per la vita…

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Così la fortuna che ho avuto a tirarmi finalmente fuori da quei posti, non importa quanto tempo c’è voluto, mi ha dato una gioia, la gioiosa felicità del miracolo.

Ora scrivo da un corpo vecchio e da una vecchia mente, ben oltre il tempo in cui la maggior parte degli uomini penserebbe mai di portare avanti una cosa del genere, ma avendo cominciato così tardi sono in dovere con me stesso di continuare, e quando le parole incominciano a vacillare o e ho bisogno di essere aiutato a salire le scale e non sono più in grado di distinguere un merlo da una graffetta, sento tuttavia che una parte di me ricorderà (non importa quanto sarò andato lontano) come sarò arrivato, passando per l’omicidio e i guai e la circoncisione, fino almeno a una morte dignitosa.

Non aver sprecato del tutto la propria vita mi sembra una degna realizzazione, almeno per me.

Charles Bukowski

fonte:http://laschiavitudellavoro.blogspot.it/2017/04/charles-bukowski-la-schiavitu-non-e-mai.html

La gente non ha mica capito che il lavoro è schiavitù.

La gente non ha mica capito che il lavoro è schiavitù.

Chi si ribella al lavoro trovando forme di boicottaggio o comunque metodi per ricavarne più profitti (cosa più che giusta dato che tutta la ricchezza che produciamo dovrebbe essere tutta nostra) viene preso per delinquente dagli altri sfruttati, i quali però muoiono dalla voglia di fare come i primi, ma siccome non sanno farlo (stupida morale!)… li denunciano, diventano sbirri, aiutano il capitale e i padroni.

Qui sarebbe da riappropriarci di ogni cosa, ma ormai la gente crede che sia la schiavitù del lavoroquella che garantisce dignità.

Da dove viene questa credenza?

Da dove arriva questa deformazione?

Da dove proviene questa fede nelle catene pensate come libertà?

Dall’educazione, o meglio, da un tipo preciso di educazione e di cultura. Ma agli schiavi non toccargli neanche la cultura dello schiavo, che ne va fiero e la insegna pure ai figli, pensa che sia cultura di libertà.

Ah! Come ci hanno fottuto alla grandissima!

Testo di Paolo Dicino