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Ecco perchè odio il lavoro

Ecco perchè odio il lavoro

I governi, le istituzioni, il Papa, il presidente, fino ad arrivare ad amici e parenti, vorrebbero sentirvi dire che amate il vostro lavoro, perché il sistema schiavista in cui vivono ha insegnato loro che una brava persona è quella che si spacca la schiena dalla mattina alla sera, quella che si guadagna il pane con il sudore della propria fronte, ma io non sono uno di quelli e non voglio esserlo.

Io odio il lavoro e lo ammetto, l’ho odiato dal primo stage scolastico, quando mi spedirono in una falegnameria per “imparare il mestiere“, lasciate che vi dica, attrezzi e legno in quattro settimane non ne ho mai toccati, al contrario avevo sempre tra le mani scopa e paletta e sacchi delle immondizia, infine non ho visto un solo euro, a conto che ho ripulito loro l’intera falegnameria da cima a fondo, dopo anni che non vedeva acqua pulita.

Avevo 16 anni allora e mi entrò bene in testa il concetto di “padrone” colui che da ordini e passa ogni tanto a controllare che i propri servi producano bene, accertandosi che non chiacchierino tra loro, la noia fa parte dello stipendio a quanto pare, questa è un’altra cosa che ho capito.

Odio il lavoro perché ti allontana dalla vita, basti osservare gli uomini a fine giornata al bar, con i loro volti smarriti nel vuoto, ormai privi di gioia, rassegnati a questa vita infame che non hanno il coraggio di cambiare.

Odio il lavoro perché mi ha rubato i pomeriggi spensierati, passati a giocare con i miei amici.

Odio il lavoro perché toglie alle persone il tempo di pensare, di leggere, di emozionarsi, di meravigliarsi.

A me non interessa la macchina nuova a rate, il vestitino di marca, ne l’ultimo modello di Iphone, non mi interessa spendere 100 euro nel locale di tendenza della mia città ogni venerdì sera, io non voglio regalare la mia vita alla produttività, voglio il tempo di smarrire il mio sguardo nel vuoto e abbandonarmi allo scorrere dei pensieri.

Vi dirò di più, sono pronto ad accettare le malvagità della gente, che penserà che io sia uno scansafatica, uno svogliato, lascerò che le loro parole scorrano via da me come acqua, non mi interessa, io non voglio vivere come uno schiavo, non voglio fare sacrifici per il mio paese che mi considera un cittadino solo quando si tratta di votare.

Odiare il lavoro per me è una cosa normale, avendo visto fin da piccolo i miei genitori tornare stremati e nervosi dalle loro faticose giornate, dicevano “la vita è dura“. Ora li capisco.

Risultati immagini per SOLI IN CASAAllora tornavo da scuola, cucinavo e mangiavo da solo a tavola e non mi piaceva, il lavoro già da piccolo mi rubava la presenza dei miei genitori, come potrei quindi amarlo, sapendo che metterò al mondo dei figli destinati anch’essi alla solitudine domestica?

Lo stipendio ti paga il lavoro che fai, ma non le ore che perdi, non la tua fatica, né le tue energie spese, tanto meno ti paga gli anni che se ne vanno per sempre.

Se sapessi che hai ancora 3 mesi di vita, valuteresti ancora la tua vita al prezzo di 5-7 euro l’ora? Soprattutto, passeresti i tuoi ultimi giorni lavorando?

Fonte: la schiavitù del lavoro

Lavorando tutti 4 ore al giorno porremmo fine a guerre e fame nel mondo

Lavorando tutti 4 ore al giorno porremmo fine a guerre e fame nel mondo

lo penso che in questo mondo si lavori troppo, e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa; insomma, nei moderni paesi industriali bisogna predicare in modo ben diverso da come si è predicato sinora

lo voglio dire, in tutta serietà, che la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, e che la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro.

Il concetto del dovere, storicamente parlando, è stato un mezzo escogitato dagli uomini al potere per indurre altri uomini a vivere per l’interesse dei loro padroni anziché per il proprio.

L’ozio è essenziale per la civiltà e nei tempi antichi l’ozio di pochi poteva essere garantito soltanto dalle fatiche di molti.
Tali fatiche avevano però un valore non perché il lavoro sia un bene, ma al contrario perché l’ozio è un bene.

La tecnica moderna ci consente di distribuire il tempo destinato all’ozio in modo equo, senza danno per la civiltà.

Se il salariato lavorasse quattro ore al giorno, ci sarebbe una produzione sufficiente per tutti e la disoccupazione finirebbe, sempre che si ricorra a un minimo di organizzazione. Questa idea scandalizza la gente perbene, convinta che i poveri non sappiano che farsene di tanto tempo libero.

In un mondo invece dove nessuno sia costretto a lavorare più di quattro ore al giorno, ogni persona dotata di curiosità scientifica potrebbe indulgervi.

Soprattutto ci sarebbe nel mondo molta gioia di vivere invece di nervi a pezzi, stanchezza e dispepsia Il lavoro richiesto a ciascuno sarebbe .sufficiente per farci apprezzare il tempo libero, e non tanto pesante da esaurirci.

E non essendo esausti, non ci limiteremmo a svaghi passivi e vacui. Almeno l’uno per cento della popolazione dedicherebbe il tempo non impegnato nel lavoro professionale a ricerche di utilità pubblica e, giacché tali ricerche sarebbero disinteressate, nessun freno verrebbe posto alla originalità delle idee.

Ma i vantaggi di chi dispone di molto tempo libero possono risultare evidenti anche in casi meno eccezionali. Uomini e donne di media levatura, avendo l’opportunità di condurre una vita più felice, diverrebbero più cortesi, meno esigenti e meno inclini a considerare gli altri con sospetto-a smania di far la guerra si estinguerebbe in parte per questa ragione, e in parte perché un conflitto implicherebbe un aumento di duro lavoro per tutti.

Il buon carattere è, di tutte le qualità morali, quella di cui il mondo ha più bisogno, e il buon carattere è il risultato della pace e della sicurezza, non di una vita di dura lotta.

I moderni metodi di produzione hanno reso possibile la pace e la sicurezza per tutti;

Noi abbiamo invece preferito far lavorare troppo molte persone lasciandone morire di fame altre.

Perciò abbiamo continuato a sprecare tanta energia quanta ne era necessaria prima dell’invenzione

Elogio dell’Ozio di Bertrand Russell.

“E TU COSA FAI NELLA VITA?”

“E TU COSA FAI NELLA VITA?”

Programmati come tanti manichini dediti all’obbedienza, ogni qual volta ci incontriamo nei bar, tra le strade o nelle piazze, sfoderiamo sempre la solita scontata domanda:

“E tu cosa fai nella vita?”

La risposta è altrettanto scontata, da buoni schiavi scolarizzati ed educati quali siamo:

-“Io lavoro in una compagnia di assicurazioni – io lavoro per quella azienda (solitamente andandone fiero) , io faccio questo e quello e bla bla bla…”

Notate niente? Si è orribile, identifichiamo continuamente le nostre vite con ciò che facciamo, trasformando i nostri doveri in un distintivo da esibire con il prossimo.

Mai, e dico mai, nessuno che ti risponda: “Io nella vita vivo, faccio l’amore, mi diverto con gli amici, coltivo le mie passioni e pratico i miei hobby.”

Senza uscita, siamo senza uscita, a partire dalla terza media quando genitori e insegnanti cominciano a chiederti cosa vuoi fare da grande, non cosa vuoi diventare, ma cosa vuoi fare. Questa sottile ma abissale differenza, fa in modo che con gli anni ogni essere umano impari a identificarsi con il proprio lavoro, con il proprio ruolo sociale.

Matrix, la gabbia, i ruoli, la schiavitù e la società, siamo noi a crearle, certo chi ha il potere dirige l’orchestra, ma quelli che decidono di suonare siamo sempre e solo noi singoli individui. Quindi attento a come parli, la schiavitù del linguaggio a volte è peggiore di quella materiale e non puoi pensare di cambiare il mondo se prima non cambi il tuo modo di pensare e di parlare.

Fonte: https://laschiavitudellavoro.blogspot.com/2016/01/e-tu-cosa-fai-nella-vita.html