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Cosa significa per te oggi rifiuto del lavoro?

Cosa significa per te oggi rifiuto del lavoro?

Rifiuto del lavoro vuol dire quello che ha sempre voluto dire, partendo dai limiti imposti dalla lingua italiana, che non aiuta (in inglese “lavoro salariato” è labour, “attività produttiva” è work e questo già dipinge due mondi distinti): rifiuto di produrre in un regime di obbligo o necessità.

Vuol dire rifiutare di farsi il culo per qualcun altro, sabotare i meccanismi di produzione e riproduzione di un sistema di merda, che garantisce sofferenza per molt* e ricchezza per pochi.

Vuol dire lavorare il meno possibile, sabotare il lavoro, cercando di contenere la nocività che deriva direttamente dall’imposizione di una forma esistenziale che ci prospetta (e nemmeno garantisce) la mera sopravvivenza: alienazione, stress, burnout, malattie fisiche e psicosomatiche.

Il lavoro è ciò che frustra le nostre molteplici attitudini produttive, che non possono essere soddisfatte da un ruolo imposto dalla divisione del lavoro e dalla ripartizione tra tempo produttivo e tempo “libero”.

Rifiutarlo è anche negarsi alla soggettivazione come individui in costante competizione, che vivono male oggi per godere domani di carriere e successo immaginari. È il rifuggire e decostruirci dalla reificazione neoliberista.

Ma vuol dire anche mantenere questa propensione verso la libertà ovunque, senza una distinzione tra il pubblico e il privato: il lavoro non ci è imposto solo dall’azienda, ma pure dall’ideologia, lavoro di merda è anche quello che ci costringiamo a fare a macchinetta nel volontariato ma anche come militanti rivoluzionari, sempre seguendo la linea del sacrificio oggi per godere forse di qualcosa domani, sempre mantenendo un approccio utilitaristico e cinico nelle relazioni umane, spesso riproducendo la stessa frustrante division of labour che ci aliena.

La pratica rivoluzionaria non può essere ridotta a “negotium” come il resto dell’attività umana, credo bisognerebbe essere invece in grado di bilanciare sforzo ed “otium” (nel senso latino del termine) in un’ottica di controsoggettivazione collettiva che si determini a partire dalla decostruzione come soggetti economici, e dalla tensione a soddisfare i propri desideri.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Per quanto riguarda la mia esperienza praticare questo rifiuto vuol dire rallentare e sabotare la produzione, abbassare costantemente le aspettative dei padroni. Ciò si traduce nell’organizzarsi insieme ai/alle collegh* e lo sfruttare i bug lasciati dalla controparte.

Organizzarsi, sia per lanciare delle lotte che producano un rovesciamento dei rapporti di forza rispetto alla dittatura del boss, dei suoi galoppini e del controllo tecnico, sia per sfruttare bug e diffondere il sabotaggio produttivo. Organizzarsi per fare in modo che le pause vengano rispettate, che si blocchino gli straordinari, che non ci si senta sol* quando si dice di no ad una data di consegna troppo vicina, che l’assenteismo si diffonda. È anche una costante opera di educazione reciproca con i/le propr* collegh*, perché il rifiuto del lavoro è comunque diffuso, anche se in forma di microresistenze individuali e spontanee, che comunque si possono condividere e amplificare nel momento in cui si sviluppino rapporti di complicità in ufficio. Noi militanti non siamo avanguardia e abbiamo molto da apprendere da chi lotta insieme a noi. Dobbiamo essere complici con chi sceglie di stare con noi e con cui noi scegliamo di organizzarci e condividere spazi di vita: non guide.

La complicità è essenziale, permette di pararsi il culo a vicenda con i/le collegh* e di rallentare insieme il ritmo, aiuta a tirare le linee tra i nemici e noi, a sentirsi parte di una collettività che resiste e rilancia una lotta per una vita migliore a partire da oggi.

Fonte: L’individualista

Morti sul lavoro, il 2018 è già un anno record

Morti sul lavoro, il 2018 è già un anno record

Con i due morti nel bergamasco nel giorno di Pasqua, salgono a 151 i lavoratori morti sui luoghi di lavoro nel 2018. Lo si apprende dall’Osservatorio indipendente di Bologna, che da dieci anni monitora gli infortuni mortali.

Un numero notevolmente superiore rispetto ai 113 dello stesso periodo del 2017. L’anno scorso i morti sui luoghi di lavoro, sempre secondo l’Osservatorio, sono stati 632. Con 20 morti è il Veneto la Regione che conduce la triste classifica, segue la Lombardia e poi Piemonte. Milano, con 8 decessi, è la la provincia con più morti sul lavoro, seguono due province venete, Treviso e Verona con 7 morti.

Quello di Bergamo è il terzo caso di morti multiple nel 2018: il 20 marzo due vigili del Fuoco sono morti di Catania, mentre il 28 marzo due lavoratori sono morti nel Porto di Livorno. I due vigili del fuoco sono morti, ed altri due sono rimasti gravemente feriti, in un appartamento nel centro storico di Catania. La squadra dei pompieri era intervenuta in via Garibaldi in seguito alla segnalazione di una fuga di gas. Prima ancora di poter intervenire, i quattro pompieri che si stavano avvicinando alla porta sono stati travolti dalla violentissima esplosione. Anche i due operai di Livorno sono stati travolti ed uccisi da una esplosione: stavano concludendo le operazioni di svuotamento del serbatoio 62, contenente acetato di etile, nella zona industriale del porto di Livorno.

Secondo l’ultimo report relativo al 2017, il 20% delle vittime sono agricoltori schiacciati dal trattore. Ma a morire più di tutti sul lavoro sono gli edili: la maggior parte di loro sono vittime di cadute dall’alto (tetti e impalcature). Gli stranieri morti sono stati oltre il 10% del totale, mentre il 25% delle vittime ha più di 60 anni. Secondo i dati ufficiali dell’Inail, poi, oltre alle morti crescono anche gli infortuni sul lavoro: tra gennaio a luglio dello scorso anno le denunce sono state circa 380mila. 4.750 in più rispetto al 2016, con un incremento dell’1,3 per cento.

Non tutti gli infortunati censiti dall’Inail riceveranno un indennizzo economico: di norma solo il 65% dei casi vengono riconosciuti come tali. Inoltre moltissimi infortuni sfuggono alle rilevazioni dell’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro. Restano fuori, per esempio, tutti i lavoratori che per legge non devono iscriversi all’Inail, i pensionati che lavorano (ad esempio in campagna), e naturalmente tutti i lavoratori in nero. Ecco perché i dati dell’Osservatorio indipendente di Bologna contano per l’anno in corso 151 morti sul lavoro, più di quelli censiti dall’Inail e molti di più rispetto ai 133 dello stesso periodo del 2017.

Tornando ai numeri dell’Inail – il bilancio 2017 è ancora provvisorio, e lo sarà fino alla relazione annuale di luglio – va registrato un calo delle denunce di infortunio, 635.433 (lo 0,2% in meno sul 2016, merito largamente del miglioramento registrato in agricoltura). Però gli infortuni non mortali aumentano nettamente nelle Regioni economicamente più forti, come al Nord, dove spiccano i casi di Lombardia (+1708 denunce) ed Emilia Romagna (+1177).

Una vera e propria strage, che come certificano ancora i dati Inail dopo molti anni di discesa sono tornati ad aumentare in modo evidente. Gli infortuni mortali dal 2000 al 2016 si erano dimezzati. Nel 2017 e in questo scorcio di 2018 sono tornati a crescere.

Lo Stato si fonda sulla schiavitù del lavoro, Max Stirner

Lo Stato si fonda sulla schiavitù del lavoro, Max Stirner

Oggi, nasceva nel 1806 Max Stirner, pseudonimo di Johann Caspar Schmidt (Bayreuth, nella Baviera settentrionale, 25 ottobre 1806 – Berlino, 26 giugno 1856), è stato un filosofo tedesco, radicale sostenitore di posizioni anti-stataliste che danno importanza, all’individualismo, all’egoismo etico ed a un primordiale concetto di anarchismo.

Il nom de plume deriva da un soprannome che gli era stato dato dai compagni di scuola a motivo della sua alta fronte (da Stirn, che in tedesco significa appunto “fronte”).

Il suo libro, ostico, più famoso e più setacciato è “L’unico e le sue proprietà”

Qualche brano nel virgolettato:

“Lo Stato chiama “legge” la propria violenza e “crimine” quella dell’individuo.”

“Lo Stato si fonda sulla schiavitù del lavoro.
Se il lavoro diventerà libero, lo Stato sarà perduto. ”

Infatti, ci hanno fregato quando hanno scritto il primo articolo della costituzione, con ciò lo Stato italiano si loda e va forte di questo punto di riferimento che ci ingabbia tutti in questo grande campo di concentramento peninsulare.

Per Loro se non lavori non sei nessuno, e per di più devi lavorare alle Loro condizioni disumane per una paga che viene rosicata da spese che tornano sempre a Loro, ancor prima di ricevere la prossima busta, per chi non è precario (oggi sempre meno).