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Gli esseri umani in 44 anni hanno spazzato via il 60% degli animali selvatici

Gli esseri umani in 44 anni hanno spazzato via il 60% degli animali selvatici

L’attività dell’uomo ha causato un calo massiccio degli animali selvatici negli ultimi decenni.

A rilevarlo è un rapporto del Wwf, che afferma che pesci, uccelli, anfibi e rettili sono stati decimati, arrivando a diminuire del 60 per cento tra il 1970 e il Il pianeta, secondo l’Ong, sta perdendo la biodiversità a un ritmo registrato solo durante le estinzioni di massa.

Il rapporto Living Planet Report, che esce ogni due anni, esorta i politici a stabilire nuovi obiettivi in funzione di uno sviluppo sostenibile del pianeta.

Per il Wwf solo un quarto della superficie terrestre del mondo è ora libero dall’impatto dell’attività umana, e la proporzione scenderà a un decimo nel 2050. Il cambiamento è legato alla crescente produzione di cibo e alla domanda di energia, terra e acqua.

A minacciare le specie selvatiche sono soprattuto il sovrasfruttamento e il consumo eccessivo delle risorse naturali da parte dell’uomo.

Di grande rilevanza è anche il cambiamento climatico, così come l’inquinamento e altri fattori come la presenza di specie invasive, dighe e miniere.

Il Sudamerica e l’America Centrale hanno sofferto il più drammatico declino delle popolazioni di vertebrati, una perdita dell’89 per cento rispetto al 1970.

Le specie di acqua dolce – che vivono in laghi, fiumi e zone umide – sono particolarmente a rischio, afferma il rapporto, e hanno registrato un calo dell’83 per cento.

Il Wwf chiede quindi una nuova intesa globale che migliori gli accordi di Parigi del 2015, e che riesca ad affrontare il problema dei cambiamenti climatici portando a una riduzione delle emissioni di gas serra.

I dati, raccolti da numerosi studi, coprono oltre 16.700 popolazioni appartenenti a 4mila specie in tutto il mondo.

“La situazione è davvero pessima e continua a peggiorare”, ha detto il direttore generale del Wwf Marco Lambertini. “L’unica buona notizia è che ora sappiamo esattamente quello che sta succedendo”.

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Se non fermeremo la perdita di biodiversità, saremo destinati all’estinzione anche noi

Se non fermeremo la perdita di biodiversità, saremo destinati all’estinzione anche noi

Se non fermeremo la perdita di biodiversità, saremo destinati all’estinzione. Non c’è più tempo. A lanciare l’allarme è il numero uno dell’Onu in tema di biodiversità.

Il mondo deve trovare immediatamente un nuovo accordo per tutelare la natura nei prossimi due anni o l’umanità potrebbe essere la prima specie a documentare la propria estinzione.

In vista della conferenza internazionale in cui si discuterà lo stato di salute degli ecosistemi, Cristiana Paşca Palmer ha detto che le persone di tutti i paesi devono fare pressioni sui loro governi ed elaborare ambiziosi obiettivi globali entro il 2020 per proteggere insetti, uccelli, piante e mammiferi, vitali per la produzione alimentare globale, l’acqua pulita e la cattura del carbonio.

“La perdita di biodiversità è un killer silenzioso”, ha detto al Guardian. “È diversa dai cambiamenti climatici, i cui effetti sono visibili alle persone nella vita di tutti i giorni. Con la biodiversità non è così chiaro, ma nel momento in cui scopri ciò che sta accadendo, potrebbe essere troppo tardi”.

Paşca Palmer è direttore esecutivo della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica – l’organismo mondiale responsabile del mantenimento dei sistemi naturali di supporto vitale da cui dipende l’umanità.

I 196 stati membri si incontreranno a Sharm el Sheikh, in Egitto, questo mese per iniziare le discussioni su un nuovo quadro per la gestione degli ecosistemi e della fauna selvatica del mondo.

Ciò darà inizio a due anni di frenetici negoziati, che Paşca Palmer spera culmineranno in un nuovo accordo globale, da siglare in occasione della conferenza di Pechino nel 2020.

Un po’ come l’accordo di Parigi sul clima, allo stesso si dovrà cercare di gestire a livello mondiale la perdita di biodiversità, argomento che finora ha ricevuto poca attenzione, nonostante abbia al pari dei cambiamenti climatici un peso altrettanto gravoso per la nostra sopravvivenza.

Gli ultimi due importanti accordi sulla biodiversità – nel 2002 e nel 2010 – non sono riusciti a contenere le perdite. Otto anni fa, sotto il protocollo di Aichi, le nazioni hanno promesso di dimezzare la perdita di habitat naturali, garantire una pesca sostenibile in tutte le acque ed espandere le riserve naturali dal 10% al 17% della terra del mondo entro il 2020. Ma molti stati non hanno tenuto fede alle promesse e anche quelli che hanno creato più aree protette hanno fatto ben poco per controllarle.

La questione è stata posta in secondo piano anche nell’agenda politica. Rispetto ai summit sul clima, pochi capi di stato parteciperanno ai colloqui sulla biodiversità. Grandi assenti gli Stati Uniti.

Secondo Paşca Palmer non tutto è perduto. Diverse specie in Africa e in Asia sono state recuperate (sebbene la maggior parte sia in declino) e la copertura forestale in Asia è aumentata del 2,5% (anche se è diminuita altrove a un ritmo più rapido).

Anche le aree marine protette si sono ampliate. Ma nel complesso, la situazione è preoccupante. I già elevati tassi di perdita di biodiversità derivanti dalla distruzione dell’habitat, dall’inquinamento chimico e dalle specie invasive accelereranno nei prossimi 30 anni a seguito del cambiamento climatico e dell’aumento della popolazione umana.

Entro il 2050, ci si aspetta che l’Africa perda il 50% dei suoi uccelli e mammiferi e che la pesca in Asia crolli completamente. La perdita di piante e vita marina ridurrà la capacità della Terra di assorbire il carbonio, creando un circolo vizioso.

Il mese scorso, le principali istituzioni per il clima e la biodiversità e gli scienziati delle Nazioni Unite hanno tenuto la loro prima riunione congiunta. Hanno concordato che le soluzioni basate sulla tutela della natura – protezione delle foreste, piantagione di alberi, ripristino dei terreni e gestione del suolo – potrebbero fornire fino a un terzo dell’assorbimento di carbonio necessario a mantenere il riscaldamento globale entro i parametri dell’accordo di Parigi.

Cambiamenti climatici e riscaldamento globale sono due facce della stessa medaglia. Se ne parlerà anche in occasione del prossimo vertice del G7 in Francia, nel 2019.

Cambiare rotta è ancora possibile, basta solo volerlo e tenere fede ai propri impegni. Dalla sopravvivenza delle specie animali e vegetali dipende anche la nostra.

fonte:https://www.greenme.it/informarsi/natura-a-biodiversita/29348-perdita-biodiversita-onu?fbclid=IwAR1BAkAkZbiitTm3IM7EkxT3Y-ZOEkuGfpzhKGdyjhUEq2IKWjXS8CuzZXQ