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Dove c’è Benetton c’è sfruttamento e morte

Dove c’è Benetton c’è sfruttamento e morte

La famiglia Benetton è responsabile di morti, crolli, deforestazioni, saccheggi di risorse, sfruttamento di terre, persone e animali.
Il marchio United Colors of Benetton nasce nel 1965, è attualmente presente in 120 paesi e possiede più di 5mila negozi. A causa degli allevamenti di bestiame finalizzati alla creazione dei tessuti, l’azienda è responsabile della deforestazione di parte delle terre della Patagonia e della repressione del popolo Mapuche.
L’industria tessile Benetton è una delle più sfruttatrici sul mercato e con i peggiori salari. Per ridurre i costi ha esternalizzato la produzione in paesi dove la mano d’opera è più economica, diverse volte è stata accusata e processata per sfruttamento minorile nelle sue fabbriche.
Benetton controlla il 50,1 per cento di Autogrill, azienda leader nei servizi di ristorazione lungo le autostrade: Gilberto Benetton ne è il presidente.
il capitale di Autostrade per l’Italia è al 100 per cento della holding Atlantia, il cui principale azionista è la società Edizione, che è controllata con il 30 per cento delle quote dalla famiglia Benetton. Oggi la società Autostrade produce ricavi per circa 4 miliardi di euro l’anno. Questa impennata del fatturato è stata possibile anche grazie a un consistente aumento dei pedaggi autostradali. Ha investimenti nel settore sportivo e finanzia campagne elettorali.
La famiglia Benetton, tramite la holding Edizione, è azionista di molti giornali italiani: Corriere della Sera e de La Gazzetta dello Sport, detiene il 2 per cento de Il Sole 24 Ore e il 2,24 per cento di Caltagirone Editore, a cui fanno capo Il Messaggero, Leggo, Il Gazzettino, Il Mattino, Corriere Adriatico.
Nel 1994 fonda “Fabrica”, un centro di ricerca sulla comunicazione moderna e le arti visive. Per 18 anni Oliviero Toscani ha diretto la comunicazione visiva dell’azienda tessile attraverso campagne pubblicitarie ipocrite che affrontavano tematiche sociali forti come razzismo e omofobia, mettendo in scena una nuova interpretazione commerciale della “differenza” millantando il dialogo tra i popoli, uniti sotto un’unica bandiera: il marchio. Abito bianco e mani sporche di sangue:
Nell’agosto del 2017, durante una manifestazione a sostegno della tribù Mapuche che rivendica terreni comprati dal gruppo Benetton, muore per mano della gendarmeria Santiago Maldonado, un ragazzo argentino che lottava a fianco dei Mapuche della Patagonia contro la multinazionale italiana.
Nel 2013 a Dacca in Bangladesh avviene il crollo del Rana Plaza di Savar, un palazzo di 8 piani in cui aveva sede una delle fabbriche tessili a cui la Benetton appalta i suoi lavori e dove sono morti almeno 381 operai
6 giorni fa un ponte dell’ autostrada di Genova crolla e uccide 43 persone. Autostrade per l’Italia, la società controllata dalla famiglia Benetton, era responsabile del tratto di strada su cui si trovava il ponte e della sua manutenzione.

10 Paesi in cui la deforestazione è fuori controllo

10 Paesi in cui la deforestazione è fuori controllo

 Gli alberi sono essenziali per numerose specie animali, per l’uomo e per la terra. Ma in queste nazioni la deforestazione le sta cancellando

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Crescita della popolazione, sviluppo industriale nei Paesi emergenti, produzione in aumento. Sono i principali motivi che spingono la deforestazione a tassi preoccupanti. La terra ha bisogno degli alberi per restare fertile, prevenire l’erosione e gli smottamenti, assorbire l’acqua e mitigare o evitare le inondazioni. Ne hanno bisogno gli animali per sopravvivere e proliferare. Infine, non può prescinderne neanche l’uomo, in quanto le foreste rappresentano un naturale “aspiratore” di anidride carbonica, che stiamo spargendo nell’atmosfera in quantità sempre crescenti. In cambio, regalano ossigeno e un’aria più pulita. Nei Paesi con un minor numero di alberi, l’inquinamento atmosferico è superiore. Mentre alcuni Stati hanno adottato politiche per la conservazione delle foreste, ve ne sono 10 che negli ultimi anni hanno aumentato esponenzialmente il tasso di disboscamento.

 

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10. Laos – Tasso di deforestazione: 5.3%

Il Paese ha una grande varietà arborea, ed è per questo che viene ampiamente sfruttato dalle imprese. Il legno viene anche impiegato per usi medicinali e per altri prodotti di consumo: è dal 1980 che la deforestazione in Laos prosegue con tassi preoccupanti.

 

9. Portogallo – Tasso di deforestazione: 5.6%

Molti ricercatori hanno utilizzato il caso del Portogallo per evidenziare gli effetti negativi della deforestazione. Se il Paese prosegue su questi trend, nei prossimi anni sperimenterà gli effetti del cambiamento climatico e potrebbe trovarsi a fronteggiare siccità e carestie.

 

8. Svezia – Tasso di deforestazione: 6.2%

I problemi di salute nelle foreste europee sono evidenziati anche dal caso svedese. Nell’arco di questo decennio, il Paese ha mostrato una diminuzione significativa del manto forestale.

 

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7. Finlandia – Tasso di deforestazione: 6.4%

Si trovano qui alcune tra le più belle attrazioni naturali del mondo. Il Paese ha compiuto sforzi di recente per proteggere la sua foresta e prevenire il disboscamento. Nonostante questo, alcune regioni non sono protette dal governo, e rimangono alla mercé dei taglialegna.

 

6. Nicaragua – Tasso di deforestazione: 6.9%

Il più grande paese dell’America Centrale sta vivendo una serie di problemi ecologici e ambientali dal momento che il governo non fa molto per regolamentare questo settore. Di conseguenza, crescono le segnalazioni di inquinamento, scarsità d’acqua e dispute sulla terra.

 

5. Cambogia – Tasso di deforestazione: 7.1%

Qui il disboscamento è iniziato dopo la guerra del Vietnam, negli anni Settanta. In alcuni momenti, la Cambogia è stato anche il terzo Paese al mondo per tassi di deforestazione. Il dopoguerra fu il punto di partenza di una crescente domanda di legno, un fatto che ha permesso ai governi di svendere le risorse naturali alle compagnie.

 

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4. Guatemala – Tasso di deforestazione: 8.2%

Calamità devastanti sono seguite ai disboscamenti sconsiderati, dal momento che i pochi alberi non riescono a proteggere le persone da forti piogge. È capitato che le precipitazioni creassero enormi laghi di fango, mortali per la popolazione che ne veniva sommersa. Qualsiasi uragano che colpisca oggi lo Stato può rivelarsi letale per la sua gente.

 

3. Indonesia – Tasso di deforestazione: 8.4%

È uno dei Paesi del Sud Est Asiatico che negli ultimi anni ha visto sparire le foreste a velocità paurose. Le coltivazioni intensive di olio di palma occupano sterminate arre prima abitate da alberi tropicali. Divelti senza criterio, questi giganti hanno portato con sé verso l’estinzione numerose specie animali. Ciò che più preoccupa gli osservatori, è l’assenza di un rallentamento nel fenomeno.

 

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2. Paraguay – Tasso di deforestazione: 9.6%

Qui si estende gran parte del Gran Chaco, una delle più inesplorate zone forestate del mondo, ricchissima di biodiversità. Le compagnie del legname hanno minacciato di impedire agli scienziati di ricavare informazioni sull’area, seconda per vastità soltanto all’Amazzonia.

 

1. Malesia – Tasso di deforestazione: 14.4%

Da quando si è reso indipendente dagli inglesi, il Paese ha fatto affidamento sulla deforestazione per guadagnare stabilità finanziaria. Foreste lussureggianti sono state eradicate per soddisfare una domanda sempre crescente. Solo negli anni ’80 ci si è resi conto delle conseguenze, ma nonostante ciò i disboscamenti continuano ancora oggi.

La Norvegia rende illegale la deforestazione: un passo nella giusta direzione?

La Norvegia rende illegale la deforestazione: un passo nella giusta direzione?

La Norvegia che, in quanto parte dell’iniziativa delle Nazioni Unite “Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation” lanciata nel 2008, si è impegnata a finanziare il Guyana con 250 milioni di dollari a favore della conservazione della foresta; un’iniziativa ancora maggiore è andata in porto lo scorso anno quando la partnership era tra Norvegia e Brasile. In quel caso fu stanziato ben un miliardo di dollari a completamento di un percorso decennale che è riuscito a far decrescere del 75% la deforestazione in Brasile, un risultato che è stato, in quel decennio, il maggior singolo contributo al taglio delle emissioni di gas serra a livello globale. Purtroppo nello stesso decennio è stato raggiunto il picco massimo mai registrato fino ad oggi di emissioni di gas serra da attività umane: oltre 34 miliardi di tonnellate, una cifra enorme che però avrebbe potuto essere addirittura più alta se azioni come quella intrapresa dalla Norvegia non fossero mai state svolte. Un percorso che ha portato la Norvegia a chiudere i propri mercati a tutte quelle merci che contribuiscono alla deforestazione, come la soia, la carne di manzo, l’olio di palma ed il legname.
Le azioni di partnership che hanno coinvolto la Norvegia sono andate davvero sulla giusta strada: hanno incluso un accordo con la Liberia, che grazie ai fondi norvegesi è diventata il primo stato africano a interrompere l’abbattimento di alberi accettando di porre il 30% delle proprie foreste sotto tutela entro il 2020.Anche altri paesi, primi tra tutti l’Inghilterra e la Germania, dovranno seguire presto la strada della Norvegia nel rispetto degli impegni siglati durante il Summit per il clima del 2014, il quale prevedeva iniziative di livello nazionale volte a creare filiere di approvvigionamento di beni che siano libere da rischi di deforestazione.
Se osserviamo quali sono i paesi che hanno maggiormente influito sulle emissioni di CO2 collegate al disboscamento, scopriamo che negli anni più recenti sette paesi  (Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Indonesia, Malesia e Papua Nuova Guinea)  hanno contribuito in misura determinante con circa il 44% delle emissioni.
Fin qui la notizia che ci arriva da fonti attendibili (BBC, CNN e altri) ma viziate dal semplice fatto di riportare correttamente una notizia certamente positivacomunque la si guardi, ma che rischia di essere fuorviante se svincolata in un’analisi globale, e di scenario. E qui c’è un problema serio, di comunicazione giornalistica, se non altro. Una di queste analisi di scenario è stata compiuta da Jorgen Randers nel libro 2052 “Scenari globali per i prossimi quarant’anni” edito da Edizioni Ambiente. La cito perché Randers è vicino da anni al governo Norvegese ed è forse dietro ad alcune delle iniziative che hanno portato a questi risultati. E sarebbe quasi un peccato. Se non altro perché la posizione di Randers e del WWF Internazionale è assai più radicale di quanto emerga dalle pur ottime intenzioni (e dai buoni risultati) del governo norvegese.
Naturalmente la strada di accordi come quelli stipulati dalla Norvegia potrebbe essere quella giusta se si volesse equilibrare la quantità di fondi elargiti con obiettivi precisi e vincolanti. E magari anche legando atti politici davvero vincolanti a livello internazionale ad iniziative come quelle sopra riportate. Che tutto questo però accada all’interno dei consueti Summit sul clima appare poco credibile: fino ad adesso sono serviti principalmente come arma difensiva da parte dei paesi economicamente più influenti, i quali avrebbero potuto fare enormemente di più per favorire lo sviluppo globale e anche il contenimento delle emissioni ritoccando semplicemente le norme che regolano il commercio internazionale e favorendo l’innovazione tecnologica in settori che non siano quelli ormai tradizionali.

http://www.ecowatch.com/norway-becomes-worlds-first-country-to-ban-deforestation-1891166989.html