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Clima: amministrazione Trump nega effetti dell’anidride carbonica

Clima: amministrazione Trump nega effetti dell’anidride carbonica

L’amministrazione Trump conferma il suo orientamento negazionista nei confronti dei cambiamenti climatici. Questa volta ad andare contro quelle che sono le convinzioni della quasi totalità del panorama scientifico mondiale è Scott Pruitt, posto dal neo Presidente USA a capo della Environmental Protection Agency (EPA, Agenzia federale per la protezione dell’ambiente).

 c L’anidride carbonica non produrrebbe alcun effetto rilevante nei confronti del clima secondo l’avvocato statunitense Scott Pruitt, cresciuto professionalmente negli USA portando avanti battaglie contro aborto, unioni gay e la stessa EPA che ora rappresenta, che ha dichiarato:

Credo che misurare con precisione l’impatto dell’attività degli uomini sul clima sia qualcosa di molto difficile. Sul livello di questo impatto mi sembra che esista un immenso disaccordo, io direi che le emissioni di CO2 non incidono, non sono d’accordo che si tratti di un fattore primario nel riscaldamento globale.

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Non sembrano aver convinto lo scettico Pruitt i numerosi studi prodotti da NASA e NOAA, l’ultimo dei quali riportava (appena lo scorso gennaio un pericoloso allarme riguardante l’innalzamento della temperatura media della Terra:

La temperatura media del pianeta è aumentata di circa 2,0 gradi Fahrenheit (1,1 gradi Celsius) dalla fine del diciannovesimo secolo, un cambiamento dovuto in gran parte all’aumento di anidride carbonica e di altri emissioni nell’atmosfera dovute all’attività dell’uomo.

Pruitt avrebbe al contrario ricevuto il pieno sostegno di Trump, il cui negazionismo climatico non è mai stato un mistero. Lo stesso Presidente USA ha dichiarato in più occasioni di ritenere i mutamenti climatici una “bufala inventata dai cinesi”

IL TIMELAPSE DI GOOGLE CHE MOSTRA COME È CAMBIATA LA TERRA NEGLI ULTIMI 30 ANNI

IL TIMELAPSE DI GOOGLE CHE MOSTRA COME È CAMBIATA LA TERRA NEGLI ULTIMI 30 ANNI

Il progetto di Google, cominciato nel 2013 e arricchitosi con immagini sempre più nitide in questi tre anni, permette a chiunque, navigando in una mappa del mondo, di vedere come la Terra sia cambiata dal 1984 ad oggi.Ci sono cose che si vedono meglio dall’alto.

Soprattutto quelle che riguardano il nostro pianeta. I cambiamenti che riguardano la Terra non sono visibili da un giorno all’altro, ma sono lenti e costanti (e a volte, purtroppo, inarrestabili).

Nell’ultimo secolo abbiamo avuto un impatto sulla natura senza precedenti. Il riscaldamento globale e le sue conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Oggi più che mai, grazie a Google, e in particolare al suo servizio Earth Engine, anche noi possiamo vedere con i nostri occhi cosa è successo e sta succedendo.

Non soltanto le stagioni che scorrono ma soprattutto gli effetti dell’uomo sulla natura: come le deforestazioni in Brasile, le espansione della città sulla costa, ecc. Si possono vedere anche le zone del mondo che ci toccano ancora più da vicino, come la città in cui siamo cresciuti, le coste che amiamo frequentare durante l’estate e le montagne d’inverno.

Il grande lavoro di Google è stato possibile grazie anche all’aiuto della Nasa, del servizio geologico degli Stati Uniti e della rivista statunitense Time. L’azienda di Mountain View ha scritto: “Crediamo che questo sia il quadro più completo del nostro pianeta che cambia, mai messo prima a disposizione del pubblico”.

Questa mappa qui sopra è molto semplice da usare, basta spostarsi con il cursore nella zona prescelta e azionare play in fondo alla mappa per azionare il timelapse.

Anche se l’arco di tempo è breve visto che stiamo parlando di appena trent’anni (cosa sono rispetto all’età del pianeta?) difficilmente si rimane indifferenti davanti a simili cambiamenti. Quello che ci rimane dentro dopo aver fatto questo viaggio attraverso lo spazio e il tempo è l’aver capito che la terra è un corpo vivo che per questo va protetto e rispettato.

La Norvegia rende illegale la deforestazione: un passo nella giusta direzione?

La Norvegia rende illegale la deforestazione: un passo nella giusta direzione?

La Norvegia che, in quanto parte dell’iniziativa delle Nazioni Unite “Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation” lanciata nel 2008, si è impegnata a finanziare il Guyana con 250 milioni di dollari a favore della conservazione della foresta; un’iniziativa ancora maggiore è andata in porto lo scorso anno quando la partnership era tra Norvegia e Brasile. In quel caso fu stanziato ben un miliardo di dollari a completamento di un percorso decennale che è riuscito a far decrescere del 75% la deforestazione in Brasile, un risultato che è stato, in quel decennio, il maggior singolo contributo al taglio delle emissioni di gas serra a livello globale. Purtroppo nello stesso decennio è stato raggiunto il picco massimo mai registrato fino ad oggi di emissioni di gas serra da attività umane: oltre 34 miliardi di tonnellate, una cifra enorme che però avrebbe potuto essere addirittura più alta se azioni come quella intrapresa dalla Norvegia non fossero mai state svolte. Un percorso che ha portato la Norvegia a chiudere i propri mercati a tutte quelle merci che contribuiscono alla deforestazione, come la soia, la carne di manzo, l’olio di palma ed il legname.
Le azioni di partnership che hanno coinvolto la Norvegia sono andate davvero sulla giusta strada: hanno incluso un accordo con la Liberia, che grazie ai fondi norvegesi è diventata il primo stato africano a interrompere l’abbattimento di alberi accettando di porre il 30% delle proprie foreste sotto tutela entro il 2020.Anche altri paesi, primi tra tutti l’Inghilterra e la Germania, dovranno seguire presto la strada della Norvegia nel rispetto degli impegni siglati durante il Summit per il clima del 2014, il quale prevedeva iniziative di livello nazionale volte a creare filiere di approvvigionamento di beni che siano libere da rischi di deforestazione.
Se osserviamo quali sono i paesi che hanno maggiormente influito sulle emissioni di CO2 collegate al disboscamento, scopriamo che negli anni più recenti sette paesi  (Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Indonesia, Malesia e Papua Nuova Guinea)  hanno contribuito in misura determinante con circa il 44% delle emissioni.
Fin qui la notizia che ci arriva da fonti attendibili (BBC, CNN e altri) ma viziate dal semplice fatto di riportare correttamente una notizia certamente positivacomunque la si guardi, ma che rischia di essere fuorviante se svincolata in un’analisi globale, e di scenario. E qui c’è un problema serio, di comunicazione giornalistica, se non altro. Una di queste analisi di scenario è stata compiuta da Jorgen Randers nel libro 2052 “Scenari globali per i prossimi quarant’anni” edito da Edizioni Ambiente. La cito perché Randers è vicino da anni al governo Norvegese ed è forse dietro ad alcune delle iniziative che hanno portato a questi risultati. E sarebbe quasi un peccato. Se non altro perché la posizione di Randers e del WWF Internazionale è assai più radicale di quanto emerga dalle pur ottime intenzioni (e dai buoni risultati) del governo norvegese.
Naturalmente la strada di accordi come quelli stipulati dalla Norvegia potrebbe essere quella giusta se si volesse equilibrare la quantità di fondi elargiti con obiettivi precisi e vincolanti. E magari anche legando atti politici davvero vincolanti a livello internazionale ad iniziative come quelle sopra riportate. Che tutto questo però accada all’interno dei consueti Summit sul clima appare poco credibile: fino ad adesso sono serviti principalmente come arma difensiva da parte dei paesi economicamente più influenti, i quali avrebbero potuto fare enormemente di più per favorire lo sviluppo globale e anche il contenimento delle emissioni ritoccando semplicemente le norme che regolano il commercio internazionale e favorendo l’innovazione tecnologica in settori che non siano quelli ormai tradizionali.

http://www.ecowatch.com/norway-becomes-worlds-first-country-to-ban-deforestation-1891166989.html