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Ventidue anni in carcere da innocente, chiesti 66 milioni di risarcimento allo Stato e a tre carabinieri: “Mi torturarono”

Ventidue anni in carcere da innocente, chiesti 66 milioni di risarcimento allo Stato e a tre carabinieri: “Mi torturarono”

Fu condannato per una strage che non aveva mai commesso e passò in carcere 22 anni. Per questo motivo Giuseppe Gulotta ha chiesto un risarcimento da 66 milioni di euro. L’uomo, che ora ha 61 anni, fu accusato dell’omicidio di due giovani carabinieri della caserma di Alcamo Marina avvenuto il 26 gennaio del 1976. Arrestato e condannato all’ergastolo, quando aveva 18 anni, venne assolto dalla Corte d’appello di Reggio Calabria, dopo una lunga serie di processi e una vita passata dietro le sbarre. Era stato risarcito per la ingiusta detenzione con 6,5 milioni di euro, ma i suoi legali pretendono che paghino anche coloro che portarono i giudici a emettere una sentenza ingiusta. “I giudici stabilirono che la confessione venne estorta e gli venne riconosciuto un risarcimento di sei milioni e mezzo di euro” dice l’avvocato Baldassare Lauria, spiegando che il ragionamento della Corte è che “possono liquidare soltanto l’indennizzo per i giorni che Gulotta ha espiato in maniera indebita”.

I giudici che si sono occupati della revisione hanno accertato “come l’errore giudiziariocui sono incorse le diverse Corti che hanno sentenziato la condanna all’ergastolo … sia stato la diretta conseguenza degli illeciti posti in essere da un terzo (id est: appartenenti all’Arma dei Carabinieri) che, inquinando il giudizio penale, attraverso la produzione diprove estorte illecitamente (confessioni ed accuse estorte con le sevizie e torture), ha indotto in errore il giudice e condotto all’ingiusta condanna”. “Per trentasei anni sono stato un assassino“, aveva raccontato in un libro del 2013 lo stesso Gulotta, “dopo che mi hanno costretto a firmare una confessione con le botte, puntandomi una pistola in faccia, torturandomi per una notte intera. Mi sono autoaccusato: era l’unico modo per farli smettere”.

 

Fonte:https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/25/ventidue-anni-in-carcere-da-innocente-chiesti-66-milioni-di-risarcimento-allo-stato-e-a-tre-carabinieri-mi-torturarono/4924134/?fbclid=IwAR2grGDb1wa-3miHeVlLhPkStq9mblqtINN1Spx7i86GfsZe5fepSn1Po64

Nessuna giustizia per riccardo magherini

Nessuna giustizia per riccardo magherini

La Corte di Cassazione ha oggi annullato la condanna ai tre carabinieri per la morte di Riccardo Magherini perché “il fatto non costituisce reato.”
Nel luglio del 2016 il Tribunale di Firenze aveva condannato i tre carabinieri imputati per omicidio colposo nell’ambito del processo per la morte di Riccardo Magherini, 40enne fiorentino deceduto nella notte tra il 2 e 3 marzo 2014 durante un arresto in una strada del centro di Firenze.
La notte del 3 marzo 2014, a Firenze, in pieno centro storico, Riccardo, padre di un bimbo di due anni, muore stroncato da un arresto cardiaco mentre tre carabinieri lo tengono bloccato a terra. Come Federico Aldrovandi anche, ‘Richy’ è morto per ‘asfissia posturale’ mentre gridava: “Aiuto! Ho un figlio!”. Ma i segni sul suo corpo raccontano di violente percosse ricevute proprio mentre era immobilizzato, a terra ed a pancia in giù. “I carabinieri gli tiravano calci e Riccardo urlava di essere un bravo ragazzo, che non aveva fatto niente e che aveva figli mentre due persone incitavano ‘Dagliene ancora’ “. Cosi’ il racconto del testimone principale della vicenda di Magherini, Matteo Torretti, che aggiunge ” i militari hanno tirato calci a Riccardo: cinque all’addome e due in faccia”. Torretti racconta l’azione dei militari: “I carabinieri lo hanno accerchiato, poi portato in ginocchio e buttato a terra, dopodiche’ gli sono saliti sopra fino ad averlo letteralmente schiacciato”. “Il carabiniere piu’ anziano – continua – era su Magherini schiacciandogli la testa con due mani e teneva un ginocchio sul collo”. Poi descrive l’atteggiamento di Riccardo: “Agitato, ma non aggressivo. Ha anche liberato le braccia – continua il testimone – poteva colpire qualcuno ma non l’ha fatto”. Quando Torretti suggerisce ai carabinieri di non tirare calci, bensi’ di chiamare un’ambulanza per sedare Magherini, i militari rispondono dicendogli di “non rompere i coglioni”. Poi prendono le sue generalita’, e alla domanda di Torretti ‘Tutto a posto?’, rispondono: “Se e’ tutto a posto lo decidera’ il maresciallo”. Quando sente arrivare l’ambulanza, Torretti si allontana. Di li’ a poco, iniziano le manovre di rianimazione del personale paramedico ma per Riccardo, ormai, non c’è più niente da fare.

40 carabinieri contro 8 donne: il manuale dello sgombero a Milano

40 carabinieri contro 8 donne: il manuale dello sgombero a Milano

14225490_1745128145712122_5729513040859085593_nPrendete 40 carabinieri e ordinate una carica su un gruppo di 8 donne. Il risultato è tre di queste, fra cui una minorenne, in ospedale – presso il centro Ortopedico Galeazzi di Milano. Per una donna si è temuto il trauma cranico dopo che la stessa ha lamentato un appannamento parziale della vista. Il referto medico verrà consegnato solo oggi in giornata.

Accade mercoledì mattina in via del Danubio 6, Bruzzano, periferia nord della città. Lo sgombero effettuato ai danni di una famiglia occupante: padre, madre, figlia di quindici mesi – che con ogni probabilità fra un anno si vedranno riconosciuti i requisiti per la casa popolare, come accade sempre più di frequente in questi casi. Nel frattempo Aler preferisce metterli per strada e forzare la mano al tavolo della Prefettura per la programmazione degli sgomberi, indicando il nome di quella specifica famiglia. E per non saper né leggere né scrivere, la forza pubblica decide anche di sfasciare i servizi igienici della casa, in modo tale da renderla non abitabile e impedire occupazioni future. Proprio come avveniva cinque anni fa, quando l’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale “assumeva” gruppi di sudamericani per mettere fuori uso le case svuotate dagli inquilini abusivi, con tanto di mazze.

Questa volta viene attuato anche un diversivo, come se si trattasse di una battaglia: lo sgombero era previsto per lunedì 19 ottobre, quando sotto l’abitazione di Bruzzano si sono però radunati decine di militanti per il diritto alla casa. Le forze dell’ordine non si sono nemmeno presentate. Poi ieri mattina viene annunciato un altro sgombero, in via Ponale, ai danni di un signore di 80 anni. Tutti si recano in zona Fulvio Testi per fare resistenza ma dei carabinieri nemmeno l’ombra, che nel frattempo agiscono indisturbati a Bruzzano – dove gli inquilini delle case popolari sono quasi tutte donne e ragazze madri.

14457284_1757124521179151_1172321161207159051_nC’è anche il retroscena della guerra intestina alle stesse forze dell’ordine: il commissariato di Polizia della Comasina si rifiuta di inviare i propri uomini, inventa scuse, li disloca in altre zone. E allora la Prefettura invia cinquanta fra carabinieri e uomini in borghese. Appena la notizia si diffonde alcune donne del Comitato Niguarda scendono in strada, compiono azioni di boicottaggio nei confronti della gru che sarebbe servita a svuotare l’appartamento e per questo vengono caricate.

La lotta intestina alle forze dell’ordine: il commissariato di polizia della Comasina si è rifiutato di inviare i propri uomini. Inutile sgomberare una famiglia che fra 12 mesi si vedrà riconosciuti i requisiti per gli alloggi popolari

E il silenzio imbarazzante del Comune di Milano e della giunta, che al tavolo della Prefettura siede con i propri delegati dell’assessorato alla Casa. Nel 2011, durante la campagna elettorale, era stato promesso che nessuna famiglia in condizioni di estrema povertà e stato di necessità sarebbe stata cacciata di casa, messa per strada o nelle costose comunità fuori Milano – dove comunque gli uomini non entrano e le famiglie vengono separate.

E oltre alle promesse tradite, la sinistra milanese dimostra di non capire la portata politica del tema alloggi popolari e occupanti abusivi, di non avere nemmeno il minimo cinismo elettorale che serve in questi casi: tutti sanno – anche se nessuno si azzarda dirlo ad alta voce – che la strategia di Aler, controllata da Regione Lombardia, è quella di mettere pressione sulla giunta di centrosinistra. Ogni sgombero eclatante – non a caso sono aumentati per frequenza e intensità dalla scorsa primavera, nell’anno che porta alle elezioni comunali – lo pagano Pisapia&Co in termini elettorali. Chi viene viene cacciato di casa poi non ha voglia di distinguere fra palazzo Marino e l’azienda di viale Romagna.

In questi quartieri nel 2011 il centrosinistra ha sbancato ai seggi elettorali, basta guardare i dati del ballottaggio di fine maggio di quell’anno per rendersene conto. Se la situazione persiste qui si assisterà a un’emorragia di voti. Più difficile un travaso verso movimenti politici di destra, anche se da settimane si aggirano per tastare il polso esponenti di quel mondo, come Maurizio Lupi e Corrado Passera. Dei candidati alle primarie del centrosinistra invece nemmeno l’ombra, evidentemente troppo intenti a organizzare eventi nei teatri di corso Magenta e Porta Romana. Consiglio non richiesto ai progressisti del capoluogo lombardo: chi non ha una casa difficilmente gioisce del presunto successo di Expo o del bike sharing.

Un altro fatto noto, ma da sussurrare a bassa voce, è che se anche Aler recuperasse al 100 per cento i mancati affitti, resterebbe comunque nella casse dell’azienda una voragine di bilancio. La morosità, per Aler, è causa di meno di un terzo dell’indebitamento complessivo. Negli ultimi 20 anni gli investimenti sbagliati sono stati fatti in decine e decine di società partecipate, che costano molto e portano molti voti, in cambio di mansioni dalla dubbia utilità, come la cura delle aiuole pubbliche a Brescia. Ad aprile di quest’anno molte quote sono state dismesse, ma un serio piano di risanamento al momento non esiste. E ogni anno i dirigenti dell’azienda che gestisce oltre 60.000a alloggi in tutta Lombardia si recano al Pirellone col cappello in mano, implorando di mettere mano al portafogli pubblico.

In cambio di queste generose elargizioni si ottiene solo un trattamento al limite dell’inumano quando non semplicemente inutile: ieri sera il nucleo familiare sgomberato ha occupato un’altra abitazione, non avendo possibilità di fare diversamente. Quindi il bilancio della giornata in sintesi è questo: tre donne all’ospedale, 50 agenti di forza pubblica mobilitati (e pagati), una casa inagibile che va a ingrossare il nefasto patrimonio di 10.000 alloggi non abitabili per le fatiscenti condizioni e una famiglia occupante che rimane occupante semplicemente qualche centinaio di metri più in là. Abbiamo a che fare con dei talenti inauditi dei circoli viziosi a spese della collettività.

Mentre la giunta di Milano tace. Delle due l’una: o è favorevole a questo genere di azioni eclatanti e allora dovrebbe rivendicarlo e pagarne le conseguenze nelle urne, oppure è colpevolmente ignorante e ne pagherà le conseguenze nelle urne.

http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2015/10/22/40-carabinieri-contro-8-donne-il-manuale-dello-sgombero-a-milano/23347/