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Carrefour capofila dello sfruttamento (mentre i vip festeggiano)

Carrefour capofila dello sfruttamento (mentre i vip festeggiano)

Una catena di supermercati multimiliardaria come Carrefour Italia, capofila dello sfruttamento dei suoi dipendenti e dei lavoratori dei campi, pioniera del 7 giorni su 7 e 24/24h senza alcun rispetto neanche dei ritmi biologici umani, ha permesso ieri sera lo svolgimento della festa di compleanno di Fedez all’interno di un suo negozio.

Cibo lanciato a terra, gente nei carrelli con le scarpe, bibite bevute e poi rimesse con nonchalance al proprio posto, verdure strusciate su seni e fondoschiena, panettoni presi a calci sono solo alcune delle scene raccapriccianti condivise sui social dagli invitati.

Il festeggiato è corso subito ai ripari: da un video trapela il labiale in cui chiede alla moglie “dico che lo diamo in beneficenza?”. Due instastories in cui parla di moralisti e indignati, un paio di scuse, un’ora di assenza dai social ed è tutto ok. Perché è questo quello che siamo per la classe parassitaria di questa società: subumani a cui dare in beneficenza i loro scarti per sistemarsi la coscienza. E chissene se i genitori che comprano al supermercato il cibo per sfamare i loro bambini dovranno prendere dagli scaffali verdure e confezioni aperte e strusciate sui loro deretani.

La cosa che va sottolineata però non è tanto lo scempio e la totale mancanza di rispetto per un bene primario come il cibo, per i lavoratori che avranno dovuto pulire e sistemare: questi tamarri milionari (tragicamente esempio e ispirazione per decine di migliaia di ragazzini) sono solo il sintomo di una malattia.

La malattia è un sistema economico che permette lo sfruttamento dei lavoratori dell’agroalimentare, sottomessi al caporalato, alle mafie, costretti a vivere in condizioni pietose per due spicci. Lo sfruttamento di commessi e cassieri che lavorano con turni massacranti. Ma anche un sistema che permette che metà mondo faccia la fame e la sete, mentre l’1% ne detiene la ricchezza complessiva.

E non c’è niente di più esplicativo per spiegare la sostanza del capitalismo: l’immagine di un lavoratore che si spezza la schiena sotto il sole che si infrange contro quella di una parassita milionaria in un carrello, con il cibo spalmato addosso. Mi basta guardare questa immagine per capire che non c’è niente di più attuale della lotta per rovesciare questo sistema.

La psicopolizia: come la democrazia reprime il dissenso

La psicopolizia: come la democrazia reprime il dissenso

Tra i nuovi modelli repressivi messi a punto dalla struttura di potere vi è la psicopolizia. In un modello formalmente democratico non c’è bisogno di imponenti apparati militari visibili: è il controllo delle menti che fornisce la capacità di reprimere.

Tutto l’apparato mainstream concorre a questo lavoro. Facendo un’analisi di tipo marxiano esso è la sovrastruttura attuale, al posto di ideologia e politica come storicamente intese. Modellando bisogni, inconscio, visioni del mondo e colonizzando l’immaginario (cit. Latouche), le élite presidiano l’individuo nella sua sfera coscienziale, talvolta toccandone i desideri più intimi.

In ultim’analisi si crea quel meccanismo tale per cui il sistema non ha bisogno più del cane da guardia (apparati segreti, leggi speciali, meccanismi autoritari) ma il popolo si reprime da sé, non liberando quello che in cuor suo o nella sua mente reputa vero.

In questo quadro si erge la figura dello psicopoliziotto, termine utilizzato da George Orwell nella sua celebre opera 1984. Egli è un vero e proprio soldato a difesa dell’establishment, talmente pervaso dal controllo mediatico che non accetta l’esistenza stessa di chi non se ne fa influenzare. In pratica abbiamo delle forme mentis non avvezze alla riflessione critica, o che la inseriscono in segmenti di pensiero già impostate da altri per loro.

Su questa base, dunque, si crede studiando Marx si possa essere comunista, leggendo Pound fascista, vicini alla borghesia o ai lavoratori, alla fede o all’ateismo, all’evoluzione o alla creazione, punk o amante del jazz, e da qui tutto il categorizzabile possibile.

In altre parole, il fatto stesso che si possa concepire qualcosa di diverso e trasversale nello studio, nel relazionarsi e nel modo di vedere la realtà dà fastidio. Ricordiamo anche l’attitudine alla pigrizia o all’agorafobia intellettuale (cit. Costanzo Preve).

È molto comodo ragionare sulla base di schemi non corrispondenti al presente e che, tra l’altro, il sistema stesso ha sussunto e fatto propri. Ad esempio, in molti casi ci si definisce marxisti pur essendo funzionali a centri di potere e multinazionali varie (economiche, modaiole, umanitarie, ecc.).

Al tempo stesso, si ha talmente paura di dire la propria che si finisce col concorrere perfettamente al conformismo di pensiero; la suddivisone in categorie fa sentire sé stessi, in realtà identici ad altri, conferisce una sensazione di libertà.

Altro tema fondamentale è l’”amore” per il pensiero unico e per le verità calate dall’alto. La critica a determinati schemi tipici della società contemporanea fa inorridire. Guai a ipotizzare altri scenari geopolitici, a mettere in crisi determinati postulati scientifici – o meglio scientisti–, guai a porsi delle domande su tutta una serie divagazioni definite forzosamente “diritti”: di esempi, ne abbiamo a bizzeffe.

L’uomo conformato ama tanto la struttura di potere e quelle para-libertà che essa concede ai suoi schiavi – quelle sessuali parafrasando Huxley –, da comportarsi come in una sindrome di Stoccolma su vasta scala.

In preda ai peggiori demoni dell’isteria e di certa sovversione pilotata, va fuori dai gangheri davanti ad una qualunque forma di ragionevole principio. Essa infatti rappresenta un modello da distruggere, andando a servire, però, ben altri meccanismi di potere, molto più totalizzanti, che si manifestano dietro la maschera della libertà.

In virtù di ciò, è giusto eliminare la religione a prescindere, anche se può essere canalizzazione delle forze dell’anima; è giusto aderire a qualunque stile di vita disgregante, perché è libertà fare sempre quel che si vuole; è giusto mettere in crisi qualunque autorità, per il gusto di farlo e in base a principi mai ben riflettuti.

Naturale conseguenza è mettere in crisi la figura del padre, equiparare la madre a un’amica, sminuire il valore della comunità, tutto per poi eguagliare, democratizzare, abbattere, livellare ecc. Insomma un lavorio continuo che nel giro di poco tempo porterà l’uomo a confrontarsi “meritatamente” con l’ectoplasma.

Il tipo umano ideale per il ruolo di psicopoliziotto è uno in cui la pervasività di stereotipi, blocchi mentali e sciocchezze varie è a livelli esorbitanti. È da qui che si muovono quei meccanismi, talvolta inconsci talvolta no, che provocano quel ribollire interno per cui se non oggi, domani o dopodomani il pensiero non conforme sarà attaccato o emarginato.

La percentuale di colonizzazione coscienziale è talmente alta e i livelli di debolezza spirituale sono talmente forti, che il conformato preferisce aggredire chi si ribella anziché evolvere sé stesso. Sembra incredibile a dirsi, ma i primi a sviluppare simile atteggiamento sono proprio le persone più vicine (parenti, amici e conoscenti).

Oggi che il mondo del web darebbe la possibilità di essere attaccati ad ampio raggio, i più accaniti ad esercitare forme di controllo sono proprio i conformati. Le ragioni psicologiche di tutto ciò sono diverse e poco indagate.

Tra tutte, il fatto che questi soggetti possono sfogare liberamente i propri rancori, su persone le cui reazioni saranno sempre blande. Magari afflitti dal senso di colpa per contrariarsi con un amico, si cercherà, sbagliando, di riconciliarsi.

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum, di conseguenza il consiglio per chi vuole intraprendere un cammino di conoscenza, è – dopo due/tre volte – di lasciar stare questi elementi alle proprie rogne. Il dispendio di tempo ed energie mentali è tale che bloccherebbe il vostro lavoro intellettuale, politico o artistico che sia: in questo i governanti raggiungerebbero il loro risultato.

La psicopolizia agisce anche per un altro motivo: chi pensa con la propria testa e non aderisce a schemi preimpostati è un boccone tosto da mandar giù, proprio perché mostra nuove possibilità. Per lo psicopoliziotto è molto più comodo eseguire le cose dettate da altri. “Eseguire e basta” è la sua vita, mostrargli un’altra via o peggio ancora invitarlo a cambiare è operazione assai pericolosa. Egli non lo vorrà mai e detesterà sempre chiunque la proponga, perché vuole essere lasciato al suo mondo di certezze fasulle, manovrate da altri.

I metodi sono sempre gli stessi, sinonimo di viltà: diffamazione, delazione a presunti organi di controllo (osservatori democratici vari), mezzi informatici quali spam e messaggi privati in qualunque momento del giorno. Tutto giustificato da una presunta superiorità morale, il pretesto per attaccare il dissidente senza esclusione di colpi.

Tacciano di razzismo se si osa contestare anche solo l’operato delle ONG; di omofobia se si critica la fissazione gay odierna e l’aberrazione gender; di autoritarismo se si “giudica” – termine improprio visto che si giudica da sé – quello sfiancarsi di spinelli, droghe e superalcolici, ovvero ciò che costoro definiscono “divertimenti”.

Qualcosa per contrastare tutto ciò si sta palesando proprio grazie a internet: le armi dell’ironia sono infatti per ora abbastanza calzanti per far fronte al fenomeno e i meme in particolare risultano particolarmente efficaci, anche perché data la netta inconsistenza culturale, poche battute liquidano tranquillamente i bersagli.

Sarebbe comunque il caso di non rimanere solo sulla difensiva e creare dei centri che con la tattica del ribaltamento, riescano a coagulare informazioni e a rivolgerle contro gli stessi autori del controllo. In tal modo si aprirebbero scenari nuovi: le battaglie da mettere in atto sono, infatti, tutte basate sulla divulgazione informativa e sul potere mediatico.

«La vita? Non è solo lavoro»: a Berlino nasce il centro per il rifiuto della carriera

«La vita? Non è solo lavoro»: a Berlino nasce il centro per il rifiuto della carriera

Perché lavoriamo? chi ha stabilito che l’attuale mondo del lavoro debba fondarsi sull’ossessione per la carriera e sulla costante tensione verso l’automiglioramento?

Produciamo beni e servizi perché ne abbiamo realmente bisogno o solo perché possano tramutarsi in profitto?

13891808_1249256131765439_3696757196995430311_nQueste e altre domande affollavano la mente di Alix Faßmann quando, circa due anni fa, decise di abbandonare il suo lavoro di giornalista e addetta stampa per la SPD (il partito socialdemocratico tedesco) e di intraprendere un viaggio chiarificatore in Sicilia. Ed è stato lì che ha incontrato Anselm Lenz, autore teatrale presso l’Hamburger Spielhaus (uno dei teatri più prestigiosi di Germania) che, stanco a sua volta di sacrificare amicizie, passioni e tempo libero sull’altare della carriera, si era licenziato ed era partito alla volta dell’Italia. Lenz, affascinato dalle idee dell’allora 33enne Faßmann, la convinse a raccoglierle in un libro: fu così che, nella primavera del 2014, vide la luce Arbeit ist nicht unser Leben: Anleitung zur Karriereverweigerung (Il lavoro non è la nostra vita: guida al rifiuto della carriera). Il libro fu una sorta di manifesto programmatico per Haus Bartlebythink tank che i due fondarono pochi mesi dopo a Berlino intendendolo come un Zentrum für Karriereverweigerung, “centro per il rifiuto della carriera”. Ma, soprattutto, come pensatoio che, pur non disponendo di teorie e modelli per il mondo di domani, ritiene indispensabile elaborare spunti critici verso la società tardocapitalistica e le sue modalità di lavoro.

Il centro. Haus Bartleby, che ha sede a Neukölln, deve il suo nome a un romanzo di Herman Melville, Bartleby lo scrivano, il cui protagonista lavora come copista presso uno studio legale di Wall Street ma ad un tratto, dopo un periodo di attività intensissima, si rifiuta di continuare la sua ottundente mansione pronunciando la celebre frase I would prefer not to, che è appunto lo slogan del Zentrum berlinese. Haus Bartleby raccoglie professionisti dei settori più disparati, tutti accomunati dalla volontà di decostruire l’assunto in base al quale carriera e successo debbano determinare il valore di una persona. Un progetto culturale che ha evidentemente intercettato un nervo scoperto della società tedesca: gli abbonamenti alla rivista del centro sono infatti in crescita costante, mentre diversi importanti quotidiani (tra cui Die Welt, Die Zeit, Huffington Post) si sono interessati alla creatura di Faßmann e Lenz, che nel frattempo ha continuato a sfornare pubblicazioni, a incassare l’appoggio di istituti importanti come il Club of Rome e la Rosa-Luxemburg Stiftung e a organizzare una serie di conferenze con filosofi ed economisti sul futuro del lavoro. Tra i simpatizzanti dell’associazione, che ormai conta una decina di membri fissi e più di quaranta collaboratori esterni, ci sono anche Dirk von Lowtzow della celebre rock band amburghese Tocotronic e l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, entrambi autori di un saggio nell’antologia Sag alles ab!, pubblicata nel 2015.

 

13891808_1249256131765439_3696757196995430311_nLa filosofia di Haus Bartleby. «Il lavoro, così come si dà oggi, è una malattia. La proprietà, nelle forme attuali, un crimine di dimensioni storiche», si legge sul sito del centro. Il j’accuse di Haus Bartleby è radicale, e si rifà chiaramente a un filone di pensiero da sempre molto vivo in Germania, che abbraccia analisi marxiana, anticapitalismo, teoria critica. Ma queste riflessioni provengonoin primis dalle concrete esperienze di vita e di lavoro dei suoi fondatori. Che, prima di mollare tutto, non erano manager stressati o precari sottopagati, ma professionisti con mansioni stimolanti, almeno in apparenza. Tra di essi, c’è anche Hendrik Sodenkamp, 27enne ex assistente personale di Carl Hegemann (affermato drammaturgo del Berliner Volksbühne) e studente di letteratura tedesca prima di imbattersi in Haus Bartleby. Anche lui, come Faßmann e Lenz, sentiva che qualcosa non funzionava: ne aveva abbastanza di lavorare 60 ore alla settimana, di sacrificare amicizie e tempo libero, di piegarsi a logiche improntate alla competizione, al continuo self improvement, al mantra anni ’80 del “lavoratore imprenditore di se stesso”, così come ai meccanismi di un’università strutturata soltanto su crediti, voti e «attenzione alle richieste del mercato». E tutto questo per cosa? Per inseguire il mito della carriera, un’ambizione che costringe a vivere «costantemente proiettati nel futuro, nel prossimo step funzionale al successo, mentre nel “qui e ora” non facciamo mai quello che sarebbe giusto per noi», spiega Sodenkamp Die Zeit. Ma, suona la domanda posta da Haus Bartleby, a chi serviamo quando ci dedichiamo alla promessa della carriera? Non a noi stessi, se il nostro lavoro è determinato soltanto dalla necessità economica di portare a casa uno stipendio o dalla pressione sociale che ci impone di raggiungere una posizione adeguata alle aspettative nostre o di chi ci circonda. Ma nemmeno agli altri e al mondo, se il risultato di tanti processi produttivi – materiali o intellettuali – è soltanto «aria fritta» – così definisce Alix Faßmann le sue mansioni alla SPD – o spesso addirittura nocivo.

1002603_1392673127623220_324634993_nRifiuto della carriera, non elogio dell’ozio. Ma questi “negatori della carriera”, in realtà, non rifiutano il lavoro in sé, come potrebbe a prima vista sembrare, bensì soltanto quello eterodiretto (un tempo si sarebbe detto alienato), non incentrato sulla realizzazione delle proprie passioni e dei propri bisogni. «Da quando ci siamo licenziati lavoriamo in realtà molto di più», ride Sodenkamp, «ma per qualcosa che riteniamo davvero utile, riflettere sulle disfunzioni del nostro modello sociale. Insomma, il lavoro è qualcosa di positivo, purché sia autodeterminato. Ma se lo si svolge solo sotto la pressione di imperativi economici e sociali, allora una vita buona diventa impossibile». Certo, qualcosa bisogna pur mangiare, e così Faßmann, Lenz e tutti i collaboratori a tempo pieno si arrangiano con lavori part-time di vario genere per arrivare alla fine del mese. Ma, anche se i soldi sono pochi e la fatica tanta, sono soddisfatti perché riescono a non perdere il senso di quello che fanno: contribuire a immaginare un nuovo mondo del lavoro.

capitalismo-europeo1Il “tribunale del capitalismo”. E in quest’ottica rientra anche il nuovo progetto di Haus Bartleby, il “tribunale del capitalismo”. Si tratta di una piattaforma online su cui ogni cittadino può indicare gli aspetti dell’attuale sistema economico che ritiene maggiormente patogeni e da superare. In breve tempo sono arrivati sul sito già quattrocento “capi d’accusa” che toccano questioni molto diverse tra loro come l’austerity e il potere delle multinazionali, la distribuzione della ricchezza e la ripartizione sociale del lavoro. L’anno prossimo i temi più sentiti saranno presentati e dibattuti alla Haus der Kulturen der Welt. I Karriereverweigerer dicono di fare sul serio, di non proporre soltanto una provocazione estetica o un’utopia in stile paese di cuccagna, con benessere per tutti e lavoro soltanto per chi lo desidera. Certo, dopo la pars destruens, manca loro un progetto politico preciso. Ma, come mostrano le proteste di Nuit Debout (che Sodenkamp ha seguito da vicino), il malessere causato dal modello sociale vigente è forte. E qualcosa, prima o poi, dovrà cambiare. Chissà che i progressi nel campo dell’automazione e i dibattiti sul reddito di base non segnino la strada da seguire per una società libera dai feticci neoliberisti della carriera e della produttività a ogni costo.

Fonte:http://berlinocacioepepemagazine.com/la-vita-non-e-solo-lavoro-a-berlino-nasce-il-centro-per-il-rifiuto-della-carriera/