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Pesticidi, plastica e inquinamento chimico: i nostri fiumi stanno soffocando (e scomparendo)

Pesticidi, plastica e inquinamento chimico: i nostri fiumi stanno soffocando (e scomparendo)

Per fare il punto sulla situazione di laghi, fiumi, torrenti e falde in Italia, il documento intende richiamare l’attenzione sulle loro condizioni, ma anche per sottolineare esempi virtuosi. Le notizie sono buone a metà. Ancora ben un quarto delle acque superficiali europee (il 37% di quelle italiane) non raggiunge gli obiettivi di qualitàdella Direttiva Acque a causa dell’inquinamento da fertilizzanti, pesticidi e sedimenti inquinantiprodotti da aziende agricole e delle criticità che derivano dalle estrazioni idriche per l’irrigazione. A questo si aggiungono inquinamento da plastica ed emissioni industriali.

nitrati, si legge nel report, restano un problema rilevante, specie nelle regioni più critiche, come sottolinea anche la Commissione Europea con la sua lettera di costituzione in mora (procedura d’infrazione 2018/2249), così come i pesticidi, presenti nel 67% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 34% di quelli nelle acque sotterranee. Anche l’inquinamento chimico resta una criticità per le acque comunitarie, una“minaccia per l’ambiente acquatico, con effetti quali la tossicità acuta e cronica negli organismi acquatici, l’accumulo di inquinanti negli ecosistemi e la perdita di habitat e di biodiversità.

Quest’ultimo rappresenta ovviamente una minaccia anche per la salute umana. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente solo il 38% dei corpi idrici superficiali nell’UE è in buono stato chimico mentre per il 16% lo stato è stato segnalato come “sconosciuto”. Solo nel nostro Paese, nel 2016 sono state emesse oltre 280 tonnellate di metalli pesanti direttamente nei corpi idrici, che si aggiungono alle sostanze organiche e inorganiche emesse dalle attività industriali.

Lo stato chimico non è buono per il 7% dei fiumi e il 10% dei laghi, mentre il 18% e il 42% rispettivamente non è stato classificato. La maggior parte dei fiumi non classificati
si trova nei distretti idrografici dell’Appennino Meridionale e della Sicilia (55% e 56% rispettivamente), così come per i laghi (73% e 84% rispettivamente).

“Entro il 2015, secondo la Direttiva Europea sulle Acque 2000/60, tutti i corsi d’acqua avrebbero dovuto raggiungere lo stato ecologico “buono” – ricorda Lorenzo Baio, responsabile acque per Legambiente Lombardia – ma l’Italia e la Lombardia, cronicamente in ritardo, stanno inseguendo le scadenze comunitarie che prevedono gli interventi necessari al risanamento. Gli obiettivi di qualità delle risorse idriche sono particolarmente sfidanti per la nostra regione, dato che alla scadenza del primo periodo di monitoraggio (2009/2014), risultavano in buono stato qualitativo solo il 30% dei corpi idrici e che le carenze del ciclo di depurazione delle acque reflue è uno tra i più significativi fattori di pressione responsabili della insufficiente qualità delle acque”.

Insomma, il quadro è davvero preoccupante. L’acqua resta un bene comune che spesso viene dato per scontato. Una risorsa fondamentale per ogni forma di vita e per gli ecosistemi che viene, poco saggiamente, sprecata, inquinata e non tutelata. Inoltre i frequenti fenomeni di siccità che si sono susseguiti negli ultimi anni, conseguenza diretta dei cambiamenti climatici in atto, rendono ancora più evidente la necessità di intervenire in maniera concreta e risolutiva sulla gestione di questo bene in termini di tutela, prelievi, uso e sprechi.

Sciare a tutti i costi, l’impatto ambientale della neve artificiale

Sciare a tutti i costi, l’impatto ambientale della neve artificiale

La creazione di neve artificiale, sempre più diffusa nelle località sciistiche, implica il consumo di grandi quantità di acqua ed energia.
Siamo ormai abituati a cercare surrogati della natura in numerosi ambiti, dall’alimentazione alle attività quotidiane. In questa stagione, se la natura non “collabora” producendo neve l’uomo è persino in grado di crearla artificialmente, tramite i cosiddetti cannoni sparaneve che, in opportune condizioni meteorologiche, trasformano una certa quantità d’acqua in neve.

I costi ambientali della neve artificiale
Questa pratica, innegabilmente vantaggiosa per le località sciistiche e per gli appassionati di sport invernali, ha però degli elevati costi ambientali. Per creare neve artificiale occorrono infatti grandi quantità di acqua ed energia, oltre ad alterare la composizione del terreno, della vegetazione e la biodiversità delle zone alpine.

La neve artificiale è nemica delle piante e degli animali
La neve artificiale ha un alto contenuto di acqua liquida, circa il 15-20 per cento rispetto al 7-10 per cento della neve naturale, di conseguenza ha un peso maggiore e una minore capacità di isolamento termico che la neve asciutta eserciterebbe fra suolo e atmosfera. Questi fattori causano il congelamento del suolo impedendo il passaggio di ossigeno e provocano l’asfissia del sottostante manto vegetale, il quale è soggetto in seguito a morte e putrefazione.

Nei luoghi soggetti ad innevamento artificiale è stato riscontrato un ritardo dell’inizio dell’attività vegetativa, fino a 20-25 giorni rispetto alla media. Il deterioramento del manto erboso rende i pendii più soggetti all’erosione e altera l’ecologia e la biodiversità dei versanti montuosi.

Fonte:
https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/sciare-tutti-costi-limpatto-ambientale-della-neve-artificiale

Se non fermeremo la perdita di biodiversità, saremo destinati all’estinzione anche noi

Se non fermeremo la perdita di biodiversità, saremo destinati all’estinzione anche noi

Se non fermeremo la perdita di biodiversità, saremo destinati all’estinzione. Non c’è più tempo. A lanciare l’allarme è il numero uno dell’Onu in tema di biodiversità.

Il mondo deve trovare immediatamente un nuovo accordo per tutelare la natura nei prossimi due anni o l’umanità potrebbe essere la prima specie a documentare la propria estinzione.

In vista della conferenza internazionale in cui si discuterà lo stato di salute degli ecosistemi, Cristiana Paşca Palmer ha detto che le persone di tutti i paesi devono fare pressioni sui loro governi ed elaborare ambiziosi obiettivi globali entro il 2020 per proteggere insetti, uccelli, piante e mammiferi, vitali per la produzione alimentare globale, l’acqua pulita e la cattura del carbonio.

“La perdita di biodiversità è un killer silenzioso”, ha detto al Guardian. “È diversa dai cambiamenti climatici, i cui effetti sono visibili alle persone nella vita di tutti i giorni. Con la biodiversità non è così chiaro, ma nel momento in cui scopri ciò che sta accadendo, potrebbe essere troppo tardi”.

Paşca Palmer è direttore esecutivo della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica – l’organismo mondiale responsabile del mantenimento dei sistemi naturali di supporto vitale da cui dipende l’umanità.

I 196 stati membri si incontreranno a Sharm el Sheikh, in Egitto, questo mese per iniziare le discussioni su un nuovo quadro per la gestione degli ecosistemi e della fauna selvatica del mondo.

Ciò darà inizio a due anni di frenetici negoziati, che Paşca Palmer spera culmineranno in un nuovo accordo globale, da siglare in occasione della conferenza di Pechino nel 2020.

Un po’ come l’accordo di Parigi sul clima, allo stesso si dovrà cercare di gestire a livello mondiale la perdita di biodiversità, argomento che finora ha ricevuto poca attenzione, nonostante abbia al pari dei cambiamenti climatici un peso altrettanto gravoso per la nostra sopravvivenza.

Gli ultimi due importanti accordi sulla biodiversità – nel 2002 e nel 2010 – non sono riusciti a contenere le perdite. Otto anni fa, sotto il protocollo di Aichi, le nazioni hanno promesso di dimezzare la perdita di habitat naturali, garantire una pesca sostenibile in tutte le acque ed espandere le riserve naturali dal 10% al 17% della terra del mondo entro il 2020. Ma molti stati non hanno tenuto fede alle promesse e anche quelli che hanno creato più aree protette hanno fatto ben poco per controllarle.

La questione è stata posta in secondo piano anche nell’agenda politica. Rispetto ai summit sul clima, pochi capi di stato parteciperanno ai colloqui sulla biodiversità. Grandi assenti gli Stati Uniti.

Secondo Paşca Palmer non tutto è perduto. Diverse specie in Africa e in Asia sono state recuperate (sebbene la maggior parte sia in declino) e la copertura forestale in Asia è aumentata del 2,5% (anche se è diminuita altrove a un ritmo più rapido).

Anche le aree marine protette si sono ampliate. Ma nel complesso, la situazione è preoccupante. I già elevati tassi di perdita di biodiversità derivanti dalla distruzione dell’habitat, dall’inquinamento chimico e dalle specie invasive accelereranno nei prossimi 30 anni a seguito del cambiamento climatico e dell’aumento della popolazione umana.

Entro il 2050, ci si aspetta che l’Africa perda il 50% dei suoi uccelli e mammiferi e che la pesca in Asia crolli completamente. La perdita di piante e vita marina ridurrà la capacità della Terra di assorbire il carbonio, creando un circolo vizioso.

Il mese scorso, le principali istituzioni per il clima e la biodiversità e gli scienziati delle Nazioni Unite hanno tenuto la loro prima riunione congiunta. Hanno concordato che le soluzioni basate sulla tutela della natura – protezione delle foreste, piantagione di alberi, ripristino dei terreni e gestione del suolo – potrebbero fornire fino a un terzo dell’assorbimento di carbonio necessario a mantenere il riscaldamento globale entro i parametri dell’accordo di Parigi.

Cambiamenti climatici e riscaldamento globale sono due facce della stessa medaglia. Se ne parlerà anche in occasione del prossimo vertice del G7 in Francia, nel 2019.

Cambiare rotta è ancora possibile, basta solo volerlo e tenere fede ai propri impegni. Dalla sopravvivenza delle specie animali e vegetali dipende anche la nostra.

fonte:https://www.greenme.it/informarsi/natura-a-biodiversita/29348-perdita-biodiversita-onu?fbclid=IwAR1BAkAkZbiitTm3IM7EkxT3Y-ZOEkuGfpzhKGdyjhUEq2IKWjXS8CuzZXQ