Crea sito

A Renzo Novatore

A Renzo Novatore

Novantacinque anni fa, il 29 novembre 1922, in un conflitto a fuoco con i Regi Carabinieri veniva ucciso a Teglia (Ge) l’anarchico individualista Abele Ricieri Ferrari, più noto come Renzo Novatore. Giovane iconoclasta al tempo delle proteste contro la persecuzione di Francisco Ferrer, antimilitarista condannato a morte per diserzione durante la prima guerra mondiale, ladro e rapinatore, assalitore di polveriere durante il «biennio rosso», attentatore di fascisti e dinamitardo delle loro sedi, Novatore non si rassegnò mai ad «un mondo in cui l’azione non è sorella del sogno». Autore di moltissimi testi, la sua opera ha sempre fatto storcere il naso sia ai militanti della prassi politica che ai cultori del cicisbeo letterario. Gli uni, inorriditi di fronte a chi non credeva nella suprema elevazione delle folle e perciò negava la realizzazione dell’anarchia intesa come forma sociale di umana convivenza; gli altri, indignati per le ridondanti incursioni in ambito poetico e filosofico da parte di un semplice autodidatta figlio di contadini.
In occasione dell’anniversario della sua morte, rendiamo omaggio a questo poeta della canaglia che si batté fino alla fine a favore di un’anarchia che fosse nettare per l’individuo, non droga per la collettività. Perché, che senso ha conquistare il pane, se non possiamo inebriarci con le rose?

Renzo Novatore

Sono individualista perché anarchico, e sono anarchico perché sono nichilista. Ma anche il nichilismo lo intendo a modo mio…
Non mi occupo di sapere se esso sia nordico od orientale, né se abbia o non abbia una tradizione storica, politica, pratica o teorica, filosofica, spirituale od intellettuale. Mi dico nichilista solo perché so che nichilismo vuol dire negazione!
Negazione di ogni società, di ogni culto, di ogni regola e di ogni religione. Ma non agogno al Nirvana come non anelo al pessimismo disperato ed impotente dello Schopenhauer, che è qualche cosa di peggio della stessa rinnegazione violenta della vita. Il mio, è un pessimismo entusiasta e dionisiaco come le fiamme che incendiano la mia esuberanza vitale, che irride a qualsiasi prigione teoretica, scientifica e morale.
E se mi dico anarchico individualista, iconoclasta e nichilista, è appunto perché credo che in questi aggettivi siavi l’espressione massima e completa della mia volitiva e scapigliata individualità, che, come un fiume straripante, vuole espandersi impetuosamente travolgendo argini e siepi, fintanto che, urtando in un granitico masso, s’infranga e si disperda a sua volta. Io non rinnego la vita. La sublimo e la canto.

II
Chi rinnega la vita perché crede che questa non sia che Male e Dolore e non trova in se stesso l’eroico coraggio dell’autosoppressione è — per me — un grottesco posatore, un impotente; come è un essere compassionevolmente inferiore colui che crede che l’albero santo della felicità sia una pianta contorta sulla quale tutte le scimmie possono arrampicarsi in un più o meno prossimo avvenire, e che allora la tenebra del male sarà fugata dai razzi fosforescenti del vero Bene…

III
La vita — per me — non è né un bene né un male, né una teoria né un’idea. La vita è una realtà, e la realtà della vita è la guerra. Per chi è nato guerriero la vita è una sorgente di gioia, per gli altri non è che una sorgente di umiliazione e di dolore. Io non chiedo più alla vita la gioia spensierata. Essa non potrebbe darmela ed io non saprei più che farmene ormai che l’adolescenza è passata…
Le chiedo invece la gioia perversa delle battaglie che mi danno i fremiti dolorosi delle sconfitte ed i voluttuosi brividi delle vittorie.
Vinto sul fango o vittorioso nel sole, io canto la vita e l’amo!
Per l’anima mia ribelle non vi è pace che nella guerra, come, per il mio spirito vagabondo e negatore, non vi è felicità più grande della spregiudicata affermazione della mia capacità di vivere e di tripudiare. Ogni mia sconfitta mi serve soltanto come preludio sinfonico ad una nuova vittoria.

IV
Dal giorno ch’io venni alla luce — per una casuale combinazione che non mi importa ora di approfondire — portai con me il mio Bene ed il mio Male.
Vale a dire: la mia gioia e il mio dolore ancora in embrione. L’uno e l’altro progredirono con me nel cammino del tempo. Quanto più intensa ho provata la gioia tanto più profondo ho inteso il dolore.
Ma questo non può essere soppresso senza la soppressione di quello.
Ora ho scardinato la porta del mistero ed ho sciolto l’enigma della Sfinge. La gioia ed il dolore sono i due soli liquori componenti la bevanda eroica colla quale si ubriaca allegramente la vita. Perché non è vero che questa sia uno squallido e pauroso deserto ove non germina più nessun fiore né più matura nessun frutto vermiglio.
Ed anche il più possente di tutti i dolori, quello che sospinge il forte verso lo sfasciamento cosciente e tragico della propria individualità, non è che una vigorosa manifestazione d’arte e di bellezza.
Ed anch’esso rientra nella corrente universale dell’umano pensiero coi raggi folgoreggianti del crimine che scardina e travolge ogni cristallizzata realtà del circoscritto mondo dei più per ascendere verso l’ultima fiamma ideale e disperdersi nel sempiterno fuoco del nuovo.

V
La rivolta dell’uomo libero contro il dolore non è che l’intimo passionale desiderio d’una gioia più intensa e più grande. Ma la gioia più grande non sa mostrarsi all’uomo che nello specchio del più profondo dolore, per poscia fondersi con questo in un enorme e barbaro amplesso. Ed è da questo enorme e fecondo amplesso che scaturisce il superiore e saettante sorriso del forte, che attraverso la lotta canta l’inno più scrosciante alla vita.
Inno intessuto di disprezzo e di scherno, di volontà e di potenza. Inno che vibra e palpita fra la luce del sole che irradia le tombe; inno che rianima il nulla e lo riempie di suoni.

VI
Sopra lo spirito schiavo di Socrate che accetta stoicamente la morte e lo spirito libero di Diogene che accetta cinicamente la vita, si erge l’arco trionfale sul quale danza il sacrilego frantumatore de’ nuovi fantasmi, il radicale distruttore di ogni mondo morale. È l’uomo libero che danza in alto, fra le magnifiche fosforescenze del sole.
E quando si alzano dai paludosi abissi le gigantesche nubi gonfie di cupa tenebra per impedirci la vista della luce ed ostacolarci il cammino, egli si apre il varco a colpi di Browning o ferma il loro corso colla fiamma del suo pensiero e della sua fantasia dominatrice, imponendo loro di soggiacere come umili schiave ai suoi piedi.
Ma solo chi conosce e pratica i furori iconoclastici della distruzione può possedere la gioia nata dalla libertà, di quella unica libertà fecondata dal dolore. Io mi ergo contro la realtà del mondo esteriore per il trionfo della realtà del mio mondo interiore.
Nego la società per il trionfo dell’io. Nego la stabilità di ogni regola, di ogni costume, di ogni morale, per l’affermazione di ogni istinto volitivo, di ogni libera sentimentalità, di ogni passione e di ogni fantasia. Irrido ad ogni dovere ad ogni diritto per cantare il libero arbitrio.
Schernisco l’avvenire per soffrire e godere nel presente il mio bene ed il mio male. L’umanità la disprezzo perché non è la mia umanità. Odio i tiranni e detesto gli schiavi. Non voglio e non concedo solidarietà perché credo che sia una nuova catena, e perché credo con Ibsen che l’uomo più solo è l’uomo più forte.
Questo è il mio Nichilismo. La vita, per me, non è che un eroico poema di gioia e di perversità scritto dalle mani sanguinanti del dolore e del male o un sogno tragico d’arte e di bellezza!

[Nichilismo, Anno I, n. 4, 21 maggio 1920]

L’individualismo anarchico come vita e attività

L’individualismo anarchico come vita e attività

13438995_1332589600102598_6035362276730550893_nDire che il movimento anarchico abbraccia diverse tendenze non è quello di proporre qualcosa di nuovo; sarebbe sorprendente se così non fosse. Non-politico, al di fuori dei partiti, questo movimento deve la sua esistenza esclusivamente alle personalità individuali di cui è composto. Poiché non vi è un programma anarchico a priori, in quanto ci sono solo anarchici, ne consegue che ognuno di coloro che si definisce anarchico, ha la sua propria concezione dell’anarchismo. Persecuzioni, difficoltà e conflitti di ogni genere…chi professa l’anarchismo, deve essere in possesso di una mentalità che è fuori dal comune, che è riflettente, e che è in uno stato di reazione continua contro una società composta da persone che, invece, non riflettono e sono inclini ad accettare le dottrine pronte, senza porsi delle domande grazie alla loro intelligenza. Chiedere che tutti gli anarchici dovrebbero avere opinioni simili sull’anarchismo, significa chiedere l’impossibile. Da qui, vi è una vasta gamma di concezioni divergenti che si trovano tra di loro.

Come la parola “anarchia” significa etimologicamente negazione dell’autorità governativa, l’assenza del governo, ne consegue che un legame indissolubile unisca gli anarchici. Questo antagonismo è contro tutte le situazioni disciplinate dall’imposizione, dalla costrizione, dalla violenza, dall’oppressione governativa, frutto o prodotto di un gruppo o di una persona. In breve, chi nega l’intervento di questa forza autoritaria nota come governo ed è per le relazioni umane, è un anarchico.

941571_1382476795310594_923869730_nMa questa definizione avrebbe solo un valore negativo di chi non la possiede come un complemento pratico, come un tentativo consapevole di vivere fuori da questo dominio e servilismo che sono incompatibili con la concezione anarchica. Un anarchico, dunque, è un individuo che è stato portato ad essere tale tramite un processo di ragionamento o dai sentimenti, che vive nella misura massima possibile in uno stato di legittima difesa contro gli abusi autoritari. Da questo, l’individualismo anarchico è quella tendenza che, a nostro avviso, contiene la realizzazione più profonda dell’ideale anarchico, il quale non è semplicemente solo una dottrina filosofica, ma è un atteggiamento, un modo di vita individuale.

L’individualista anarchico non si è semplicemente convertito intellettualmente alle idee che si realizzeranno un giorno di molti secoli avvenire. Egli cerca ora -per il presente in cui vive- di praticare le sue concezioni nella vita quotidiana, nei suoi rapporti con i suoi compagni, e nel contatto con gli altri che non condividono le sue convinzioni.

Tutti gli organismi sani hanno la tendenza caratteristica di riprodursi. Gli organismi che sono malati, o in un processo di degenerazione, non hanno tale tendenza -e questo vale per la mente e il corpo. Così l’anarchico individualista tende a riprodurre se stesso, perpetuando il suo spirito in altri individui che condividono le sue idee e che renderà possibile uno stato di cose in cui dovranno essere stabilite le premesse per bandire l’autoritarismo. E’ questo desiderio, questo suo voler riprodurre se stesso -e quindi non solo per vivere-, che chiameremo ciò come “attività”.

14225490_1745128145712122_5729513040859085593_nQueste considerazioni spiegano il nostro titolo: “L’individualismo anarchico come Vita e attività”. Tendente a vivere la propria vita individuale con il rischio di scontrarsi intellettualmente, moralmente ed economicamente con il suo ambiente, l’individualista anarchico, allo stesso tempo, cerca  individui come lui per liberarsi dai pregiudizi e dalle superstizioni dell’autorità, in modo che il più grande numero possibile di uomini, possa realmente vivere la propria vita, unendosi attraverso le affinità personali, praticando le proprie concezioni per quanto è possibile.

L’individualista anarchico non vive in isolamento intellettuale. Aumentando gli individui di numero che condividono le sue idee, potrà migliorare le sue possibilità di vedere realizzate le sue aspirazioni, e, di conseguenza, sarà più felice. Questo incremento porterà all’ambiente e alle loro vite una diminuzione del potere. Più ampia ed alta sarà la propaganda, più la sua attività crescerà e tanto più la sua vita sarà interessante.

I suoi rapporti con i suoi compagni si basano sulla reciprocità, sul mutualismo, sul cameratismo ovvero una serie di cose volontarie che prendono numerose forme: liberi accordi di ogni tipo e in tutti i settori, il rispetto per la parola data e la realizzazione delle promesse e degli impegni liberamente acconsentiti. E’ in questo modo che il lato individualista della nostra specie esercita l’aiuto reciproco tra le specie.

Un individuo cosciente -che cerca di creare e selezionare gli altri- diventa auto-determinante nel suo ambiente, vivendo pienamente la propria vita, oltre ad essere attivo nel senso normale della parola. Non si può concepire l’individualista anarchico in qualsiasi altro modo.


In primo luogo, quindi, l’anarchico è -in relazione a tutte le concezioni sociali basate su vincolo- un individuo che nega; l’anarchismo è un concetto individualista ed è un prodotto di individui. L’anarchico è naturalmente un individualista.

La società attuale si basa sulle leggi (società legalista). Agli occhi della legge, coloro che costituiscono la società non sono altro che cifre. Se la legge è fatta da un uomo solo (autocrazia), da diversi (oligarchia), o dalla maggioranza dei membri di una società (la democrazia), il cittadino deve sopprimere le sue aspirazioni più legittime. I legalisti sostengono che, se l’individuo si sottomette alla legge, la quale è emanata presumibilmente dalla società, è nell’interesse sia della società che nel proprio interesse, dal momento che è un membro della società.

Infatti, la società odierna, come sappiamo, può essere riassunta come segue: le classi dirigenti che, tramite lo Stato, sono autorizzati a penetrare le masse con i loro punti di vista quali la cultura, la morale e le condizioni economiche. Hanno sistemato le proprie opinioni in forma di dogmi civili, che nessuno può violare, pena la punizione, proprio come una volta, durante il regno della Chiesa, quando si puniva chi osava sfidare i dogmi religiosi. Lo Stato -la forma laica della Chiesa- ha sostituito la Chiesa che è stata la forma religiosa dello Stato -ma l’obiettivo di entrambi è sempre stato quello di formare dei veri credenti o cittadini perfetti non liberi. In altre parole, gli schiavi sono tali a causa dei dogmi o del diritto.

L’anarchico risponde che quando la solidarietà è imposta dal di fuori, è inutile; che quando un contratto viene applicato, non vi è più alcuna questione di diritti e doveri, che la coercizione lo libera dai vincoli che lo attribuiscono a una cosiddetta società i cui dirigenti indossano la veste di amministratori, legislatori, giudici e poliziotti; che egli supporta solo la solidarietà delle sue relazioni di tutti i giorni. La solidarietà fittizia e imposta, è una solidarietà senza valore.

I socialisti basano il loro ideale di società sull’economia. Secondo loro, tutta la vita si risolve in una questione di produzione e di consumo. Una volta risolto questo problema, si risolve automaticamente il problema umano, con la sua complessità di esperienze intellettuali e morali. L’individuo può essere cosciente, può essere il più grande ubriacone o il peggiore dei compagni, ma è interessante solo se considerato come un produttore o un consumatore. La chiamata è per tutti -a chi la pensa e a coloro che non l’hanno pensata. Tutti hanno il diritto al banchetto collettivista, tutti hanno il diritto al risultato dello sforzo, senza tentare lo sforzo. E’ necessario solo per unire e raggiungere il potere che permetterà il sequestro della società; e non appena la società viene sequestrata, il collettivismo sarà istituito e opererà, volenti o nolenti, verso qualsiasi recalcitrante, i quali saranno costretti ad obbedire, perchè altrimenti spariranno dalla circolazione.

Il socialismo è stato chiamato la “religione dell’economia”, ed è certo che una metafisica socialista esiste. Questa dottrina insegna che tutti i prodotti dell’attività umana sono disciplinate dall’economia. Questo non è affatto difficile da afferrare ed è alla portata di ogni mentalità. Dal momento del trionfo del socialismo, in tutte le sue varie sfumature, tutte le richieste del suo aderente, il quale è un buon produttore e non un buon consumatore, mette la propria fiducia per quanto riguarda l’organizzazione della produzione e del consumo nella saggezza dei delegati, eletti o imposti. Il socialismo non si preoccupa di fare di lui un individuo, ma farà di lui un’ufficiale.

L’anarchico basa la società non sulla legge e nemmeno sull’economia. Un buon cittadino, un buon burocrate, un buon produttore, un buon consumatore non ha un messaggio per lui. Dopo tutto, se si può dimostrare che in alcuni casi l’economia determina l’intelletto o la morale, non può essere provato che l’intelletto e la morale hanno spesso determinato l’economia? E non deve passare sotto silenzio il ruolo del fattore sessuale.

La verità deve essere sicuramente che si mescolano e si spintonano l’un l’altro, che si alternano e sono fissati di comune accordo. Dal socialismo riformista al comunismo rivoluzionario anti-parlamentare via sindacalismo; tutti questi sistemi socialisti si fanno beffa della persona e del libero accordo tra gli individui. Essi prendono il premio con la maggioranza, il cui contratto economico è imposto dalla maggioranza.

13891808_1249256131765439_3696757196995430311_nIl proclama anarchico è che una trasformazione, in una prospettiva mentale, sarà sempre accompagnata da una trasformazione nel sistema economico; che un nuovo edificio sociale non possa essere costruito con pietre che sono fatiscenti e si riducono in polvere, che gli esseri che sono stati modellati dal pregiudizio non possono costruire nulla se non una struttura piena di pregiudizi; è necessario, prima di tutto, stabilire dei materiali solidi per selezionare i singoli.

Se egli si unisce a un sindacato, a prescindere dal suo colore, l’anarchico entra come un semplice membro di un particolare commercio, nella speranza di ottenere da un’azione collettiva un miglioramento della propria sorte. Ma non vedrà nulla di anarchico nel guadagnare un salario consistente o una riduzione del tempo di lavoro. Da un punto di vista economico, nelle condizioni attuali, ogni anarchico fa quello che ritiene meglio per se stesso, uno che lavora per un boss, un altro agendo al di fuori della legge: uno beneficia dei vantaggi ottenuti per associazione, un altro partecipando ad un “ambiente libero”, un altro per soddisfare i suoi bisogni come un artigiano Nessuno di questi modi di tirare avanti sono più “anarchici” di altri: sono espedienti, a volte “evasioni”, né più né meno.

Dal momento che la concezione anarchica pone la persona alla base di tutte queste conseguenze pratiche, ne consegue che essa non assume alcuna attenzione della morale collettiva e dello schema generale della vita. L’anarchico regola la propria vita non secondo la legge, come i legalisti, né secondo una metafisica determinata da un collettivismo o da un misticismo come i religiosi, i nazionalisti o i socialisti, ma secondo i suoi bisogni e le sue aspirazioni personali. Egli è pronto a fare le concessioni necessarie per vivere con i suoi compagni e i suoi amici, ma senza l’ossessione di queste concessioni.

L‘anarchico sa benissimo che se la sua vita è quella di godere fino in fondo, se la sua vita vuole essere bella e ricca di ogni tipo di esperienza, non sarà in grado di apprezzarla se non è in grado di dominare le sue inclinazioni e passioni. Egli non ha alcuna intenzione di trasformare la sua vita in una sorta di giardino inglese, coltivato con cura, monotono e triste. No, lui vuole vivere pienamente e intensamente la propria vita; egli attacca un migliaio di cavalli al suo carro, ma non dimenticare di mettere una briglia sul collo di ciascuno. L’anarchico nega l’autorità, perché sa di poter vivere senza di essa. Egli è guidato da un gioco di accordi liberamente stipulati con i suoi compagni, non calpestando la libertà di ciascuno di essi, in modo che nessuno possa calpestare la sua.

Ma rispetto a quelli che sono dominati dall’amorfismo, ignoranza o dall’interesse di interferire con il suo vivere la sua vita, l’individualista si sente un estraneo. Inoltre, interiormente rimane refrattario -fatalmente refrattario- moralmente, intellettualmente, economicamente (l’economia capitalista e l’economia diretta, gli speculatori e i fabbricanti di singoli sono ugualmente ripugnanto per lui.) La piena consapevolezza che nessuno dei suoi atti lo possa svilire, è interiormente per lui un criterio sufficiente. Sicuramente la cosa essenziale è: cosa gli rimane?

Anche in questo caso, non è l’anarchico a essere costantemente in uno stato di legittima difesa contro i vincoli e la servitù sociale?

14457284_1757124521179151_1172321161207159051_nIl lavoro anarchico, l’attività e la propaganda, quindi, non trattano di oscillare tra la folla, ma di creare e selezionare -la mia ripetizione è intenzionale- individui coscienti, liberi da pregiudizi. E’, prima di tutto, un lavoro nel minare, nell’ironizzare, nel criticare un’opera di educazione; ma anche un lavoro di ricostruzione, della scultura di una personalità libera da dominanti spocchiosi. Un lavoro di libero esame e di ricerca indipendente in tutti i campi. Invece di parlare di amore in generale, l’anarchico parla semplicemente di unità e di alleanza tra compagni, tra amici, che sono stati attratti tra di loro con l’affinità di un tipo o di un altro: con la reciprocità per capirci. Invece di rinviare la felicità individuale alle calende socialiste o comuniste, egli esalta il suo successo attuale, proclamando la gioia di vivere.

Invece di costruire la grande struttura armonica col materiale preso a caso dalle macerie tra le rovine degli edifici antichi, egli mostra che il primo compito da fare è quello di rimuovere le pietre una ad una dalla grande arena umana.

Gli anarchici non vogliono più essere padroni di coloro che vogliono essere servi -essi non vogliono più esercitare la violenza o sottomettersi ad essa. Espongono, propongono, ma non impongono. Sono pionieri collegati a nessun partito, anticonformisti, stanno in piedi al di fuori della morale e dall’allevamento convenzionale del “bene” e “male”, una “specie” a parte, si potrebbe dire. Vanno avanti, inciampando, a volte cadendo, a volte trionfando. Ma vanno avanti. E vivendo per se stessi, questi “egoisti”, scavano il solco, aprono il germoglio, attraverso il quale, passeranno coloro che negano il potere, ovvero gli unici che avranno successo