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Native americane: la loro bellezza uccisa dai colonizzatori bianchi (foto)

Native americane: la loro bellezza uccisa dai colonizzatori bianchi (foto)

Nelle tribù native americane le donne svolgevano un ruolo fondamentale, in alcune tribù come gli Apache la famiglia era matriarcale, non si limitavano dunque alla vita domestica, ma erano un punto di riferimento per l’intera collettività.

Le donne svolgevano la maggior parte dei compiti: crescevano e accudivano i figli, confezionavano indumenti, raccoglievano frutta, mais, montavano e smontavano tende e tanto altro.

Al contrario di ciò che si potrebbe pensare il ruolo della donna era onorato e la figura veniva rispettata perché nessun ruolo veniva interpretato in maniera servile.

Come racconta il sito Indiani America:

“le donne erano oggetto di premure e attenzioni: a cominciare dal mattino quando il marito spazzolava i capelli alla moglie, le faceva le trecce e le dipingeva il viso”.

Il matrimonio era un vincolo sacro in cui la donna aveva il massimo rispetto collettivo, non prendeva il cognome del marito, né quello della tribù.

Le testimonianze fotografiche mostrano queste donne splendide, i loro volti sereni furono poi lacerati per sempre dallo sterminio avvenuto per opera dei colonizzatori bianchi. Un olocausto che mutò per sempre la storia dei nativi.

Vogliamo ricordarle con questi emozionanti ritratti scattati tra il 1870 e il 1890.

La cultura del nemico

La cultura del nemico

Spesso il nemico si costruisce quando una società attraversa un momento di crisi, di mancanza di stabilità, in circostanze storiche caratterizzate ad esempio dalla scarsità di risorse alimentari, dalla necessità di conquistare nuove terre a seguito di un incremento demografico oppure ancora in presenza di profonde crisi economiche o sociali per le quali non si riesce a trovare soluzioni credibili. Allora avere a disposizione un nemico consente di veicolare le proprie frustrazioni, timori, odi e paure. Il nemico permette di avere qualcuno contro cui lottare, è qualcuno che si vuole conquistare, è il capro espiatorio di una situazione di crisi che si sta vivendo come popolo e/o come individui. Più ancora, identificare un nemico chiaro e condiviso crea “gruppo”, accresce l’identità di un popolo e lo rende più coeso, governabile, manovrabile. Sempre, ovunque.
Costruendo i propri nemici, tutte le società, la nostra compresa, definiscono se stesse, i propri confini culturali, etici e morali, il proprio valore e coraggio e si definiscono per opposizione: esse sono ciò che il nemico non è. Un ruolo fondamentale nel processo di definizione del nemico è giocato dai media, dalla cultura e, nei regimi totalitari, anche dalla scuola e dalla propaganda. La scelta del nemico cade facilmente su chi è altro, diverso: è una scelta più semplice perché in questo modo il nemico diventa immediatamente riconoscibile, si materializza e mobilita le masse. Nel ventennio fascista, in Italia, il nemico era la persona antifascista, ebrea, con disabilità fisiche o mentali o appartenente a minoranze etniche. Oggi il nemico è indicato, a seconda della circostanza e del punto di vista, nella persona immigrata, omosessuale, meridionale ecc.

Fonte: Julian Beck

Cosa significa per te oggi rifiuto del lavoro?

Cosa significa per te oggi rifiuto del lavoro?

Rifiuto del lavoro vuol dire quello che ha sempre voluto dire, partendo dai limiti imposti dalla lingua italiana, che non aiuta (in inglese “lavoro salariato” è labour, “attività produttiva” è work e questo già dipinge due mondi distinti): rifiuto di produrre in un regime di obbligo o necessità.

Vuol dire rifiutare di farsi il culo per qualcun altro, sabotare i meccanismi di produzione e riproduzione di un sistema di merda, che garantisce sofferenza per molt* e ricchezza per pochi.

Vuol dire lavorare il meno possibile, sabotare il lavoro, cercando di contenere la nocività che deriva direttamente dall’imposizione di una forma esistenziale che ci prospetta (e nemmeno garantisce) la mera sopravvivenza: alienazione, stress, burnout, malattie fisiche e psicosomatiche.

Il lavoro è ciò che frustra le nostre molteplici attitudini produttive, che non possono essere soddisfatte da un ruolo imposto dalla divisione del lavoro e dalla ripartizione tra tempo produttivo e tempo “libero”.

Rifiutarlo è anche negarsi alla soggettivazione come individui in costante competizione, che vivono male oggi per godere domani di carriere e successo immaginari. È il rifuggire e decostruirci dalla reificazione neoliberista.

Ma vuol dire anche mantenere questa propensione verso la libertà ovunque, senza una distinzione tra il pubblico e il privato: il lavoro non ci è imposto solo dall’azienda, ma pure dall’ideologia, lavoro di merda è anche quello che ci costringiamo a fare a macchinetta nel volontariato ma anche come militanti rivoluzionari, sempre seguendo la linea del sacrificio oggi per godere forse di qualcosa domani, sempre mantenendo un approccio utilitaristico e cinico nelle relazioni umane, spesso riproducendo la stessa frustrante division of labour che ci aliena.

La pratica rivoluzionaria non può essere ridotta a “negotium” come il resto dell’attività umana, credo bisognerebbe essere invece in grado di bilanciare sforzo ed “otium” (nel senso latino del termine) in un’ottica di controsoggettivazione collettiva che si determini a partire dalla decostruzione come soggetti economici, e dalla tensione a soddisfare i propri desideri.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Per quanto riguarda la mia esperienza praticare questo rifiuto vuol dire rallentare e sabotare la produzione, abbassare costantemente le aspettative dei padroni. Ciò si traduce nell’organizzarsi insieme ai/alle collegh* e lo sfruttare i bug lasciati dalla controparte.

Organizzarsi, sia per lanciare delle lotte che producano un rovesciamento dei rapporti di forza rispetto alla dittatura del boss, dei suoi galoppini e del controllo tecnico, sia per sfruttare bug e diffondere il sabotaggio produttivo. Organizzarsi per fare in modo che le pause vengano rispettate, che si blocchino gli straordinari, che non ci si senta sol* quando si dice di no ad una data di consegna troppo vicina, che l’assenteismo si diffonda. È anche una costante opera di educazione reciproca con i/le propr* collegh*, perché il rifiuto del lavoro è comunque diffuso, anche se in forma di microresistenze individuali e spontanee, che comunque si possono condividere e amplificare nel momento in cui si sviluppino rapporti di complicità in ufficio. Noi militanti non siamo avanguardia e abbiamo molto da apprendere da chi lotta insieme a noi. Dobbiamo essere complici con chi sceglie di stare con noi e con cui noi scegliamo di organizzarci e condividere spazi di vita: non guide.

La complicità è essenziale, permette di pararsi il culo a vicenda con i/le collegh* e di rallentare insieme il ritmo, aiuta a tirare le linee tra i nemici e noi, a sentirsi parte di una collettività che resiste e rilancia una lotta per una vita migliore a partire da oggi.

Fonte: L’individualista