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Tracce di plastica e ftalati persino nelle uova degli uccelli dell’Artico

Tracce di plastica e ftalati persino nelle uova degli uccelli dell’Artico

Nelle uova degli uccelli che vivono nell’Artico sono presenti tracce di plastica e di additivi chimici. Lo ha rivelato un nuovo studio condotto dal Canadian Wildlife Service, secondo cui le uova deposte dai fulmari nordici nell’Isola Prince Leopold nell’Artico canadese sono risultate positive agli ftalati.

La plastica è davvero ovunque. La sua presenza al Polo Nord era già stata accertata, così come nella Fosse delle Marianne. Luoghi remoti ma non per questi immuni all’invasione della nostra spazzatura.

Ma lo studio condotto dagli scienziati canadesi per la prima volta ha trovato gli ftalati nelle uova di alcuni uccelli artici, i fulmari nordici. Questi contaminanti potrebbero derivare dai detriti di plastica che gli ignari animali hanno ingerito mentre erano alla ricerca di pesce, calamari e gamberi nello stretto di Lancaster, all’ingresso del Passaggio a Nord-Ovest, tra l’isola di Devon e quella di Baffin.

I fulmari sono grandi uccelli simili agli albatros che volano bassi sopra le onde in cerca di cibo. Essi possono vivere per 40 anni o più e passano la maggior parte della loro vita nutrendosi in mare, ritornando ai loro nidi solo per riprodursi. Nel loro stomaco è presente un liquido oleoso che utilizzano come arma di difesa, rigettandolo sugli invasori che minacciano i loro nidi. Gli scienziati credono che gli ftalati abbiano trovato la loro strada nel fluido, e da lì siano passati nel flusso sanguigno e di conseguenza nelle uova che le femmine stavano producendo.

I test di Jennifer Provencher del Canadian Wildlife Service hanno rivelato che le madri passavano un cocktail di contaminanti ai loro pulcini non ancora nati. “È davvero tragico”, ha detto in una riunione dell’American Association for the Advancement of Science a Washington DC. “Quell’uccello, fin dall’inizio dello sviluppo, avrà i contaminanti nel suo corpo.”

Secondo Provencher, trovare gli additivi nelle uova degli uccelli in un ambiente così incontaminato è preoccupante. I fulmari nordici, dal canto loro, sono tra gli uccelli che vengono meno a contatto con la plastica rispetto ai loro simili.

Gli ftalati hanno effetti notoriamente dannosi. Queste sostanze chimiche alterano gli ormoni e il sistema endocrino e sono già state collegate a difetti alla nascita, problemi di fertilità e una serie di malattie metaboliche. Molti ftalati sono stati vietati nei giocattoli per bambini per motivi di sicurezza.

Altri test hanno trovato tracce di contaminanti plastici nelle uova del gabbiano tridattilo raccolte dagli stessi siti di nidificazione. Le uova sono risultate positive agli SDPA e agli UV BZT, che vengono aggiunti alle materie plastiche per impedire che si degradino e che perdano il loro colore se esposti alla luce del sole.

Gli scienziati ora vogliono cercare contaminanti plastici nelle uova di altre popolazioni di uccelli che ingeriscono maggiori quantità di detriti di plastica.

“Abbiamo bisogno di verificare se hanno le stesse sostanze chimiche o livelli ancora più elevati”, ha detto Provencher.

Fonte:greenme

Leumann, un villaggio da fiaba alle porte di Torino

Leumann, un villaggio da fiaba alle porte di Torino

Il villaggio Leumann è un quartiere operaio del comune di Collegno, alle porte di Torino, costruito alla fine dell’Ottocento per volere di Napoleone Leumann, importante imprenditore di origine svizzera. Il villaggio è uno splendido esempio di edilizia industriale trasformata in arte e completamente integrata nel territorio circostante.

Leumann pensò di far costruire un complesso residenziale intorno al suo Cotonificio, grande e prestigiosa azienda dell’epoca, per la manodopera specializzata che vi lavorava. Così, l’imprenditore svizzero, commissionò all’ingegner Pietro Fenoglio questo complesso residenziale realizzato tra il 1875 e il 1907. Il complesso, in stile liberty, fu costruito su un terreno di oltre 60.000 metri quadrati con una sessantina di edifici divisi in 120 alloggi abitativi.

 

Successivamente alla crisi degli anni ’70 il cotonificio Leumann chiuse e si temette il peggio per questo splendido complesso residenziale. Fortunatamente gli immobili divennero proprietà del comune di Collegno che si fece garante della salvaguardia di questo borgo e dell’assegnazione delle case rimanenti secondo le norme dell’edilizia popolare.

 

Oggi il villaggio è ancora abitato da alcuni operai del Cotonificio Leumann e da un altro centinaio di famiglie a cui sono state assegnate le abitazioni.

 

Nel corso degli anni sono stati fatti numerosi lavori di restauro che hanno portato alcuni edifici al loro antico splendore. All’interno del villaggio Leumann si trovano una stazione d’epoca (la Torino – Rivoli), la Chiesa di Santa Elisabetta in stile eclettico (Leumann ne commissionò la costruzione per i suoi operai, nonostante lui fosse di religione calvinista), la vecchia scuola elementare (Leumann l’aveva fatta costruire per i figli degli operai del cotonificio fermamente convinto che l’istruzione fosse un elemento fondamentale anche per avere buoni operai) e tanti altri edifici storici in stile liberty.

 

Entrare nel villaggio Leumann è come fare un salto indietro nel tempo in un posto davvero incantatocostruito a misura d’uomo senza dimenticare la necessità di essere circondati dalla bellezza. Un posto magico dove si respira un’idea diversa di impresa e di relazioni tra gli uomini, operai ed imprenditori. Si tratta di un concentrato di storia, arte, cultura e vita quotidiana. Non lasciatevi scappare la possibilità di vedere le piccole e bellissime case con giardino, la chiesetta, la piccola stazione e i negozi.

 

Numerosi sono le iniziative culturali, sociali e ricreativeproposte dall’Associazione Amici della Scuola Leumann, un ente no-profit nato per salvaguardare e valorizzare il territorio. È inoltre possibile effettuare delle visite guidate al villaggio, accompagnati da una delle guide dell’Associazione per scoprire la storia ed i segreti di questo luogo da fiaba.

Il popolo indigeno cofàn salva le terre ancestrali

Il popolo indigeno cofàn salva le terre ancestrali

Nel gennaio 2018, il popolo indigeno Cofán di Sinangoe in Ecuador, aveva scoperto diverse macchine industriali che estraevano minerali dal letto del fiume Aguarico vicino al Parco Nazionale di Cayambe Coca. Quelle terre ancestrali secondo la costituzione ecuadoriana appartengono proprio alle tribù indigene.

Ma di questo progetto minerario che avrebbe distrutto per sempre il loro habitat naturale e sfollato centinaia di animali, loro non ne erano a conoscenza.

Così il popolo Cofàn ha deciso di non abbassare la testa e di condurre una vera e propria battaglia contro la violazione dei loro diritti. Dopo un anno di tribunali, arriva finalmente la bella notizia: i loro territori non saranno utilizzati per nessun tipo di sfruttamento.

Il tribunale provinciale di Sucumbíos ha ordinato, infatti, che le concessioni già operative e quelle in corso venissero cancellate. Parliamo di ben 324 chilometri quadrati. Grazie a questa sentenza, l’estrazione non sarà consentita in nessuna di quelle aree. Ma non solo, i territori finora distrutti dovranno essere risanati.

“Per anni abbiamo assistito agli invasori che sfruttavano le risorse nel nostro territorio ancestrale senza il nostro consenso, ma oggi diciamo basta”, dice Mario Criollo, leader della comunità Cofán di Sinangoe.

I Cofàn sono un piccolo gruppo etnico che vive in un territorio che deve rimanere incontaminato dalle lobby minerarie perché si trova a due passi dall’Amazzonia ecuadoriana, dove purtroppo ormai lo scenario naturale è sempre più vittima della mano dell’uomo.

Ne parliamo spesso, le tribù indigene devono costantemente lottare per mantenere i loro spazi rivolgendosi a un difensore civico.

“Questa vittoria è un grande risultato per i nostri figli e per le generazioni future, noi dalla nostra parte continueremo a vegliare sulla nostra terra”, chiosa Criollo.

La costruzione di una miniera avrebbe non solo distrutto il territorio, ma compromesso la qualità dell’acqua del fiume che è una delle principali fonti di sostentamento della tribù. Per estrarre i minerali era già partito un processo di deforestazione in un’area di quindici ettari, era stata costruita una strada per favorire l’accesso ai mezzi e si stava già espandendo il timore di sostanze tossiche nel fiume Aguarico, affluente del fiume Napo che sfocia nel Rio delle Amazzoni.