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MAYNARD JAMES KEENAN E IL MISTERO DEI TOOL

Forse Dana Scully di “X-Files” potrebbe svelare questo mistero. Perché un gruppo che in venticinque anni ha pubblicato solo quattro album continua ad essere uno dei più seguiti, attesi, desiderati ed osannati del panorama musicale mondiale? Dana sarebbe la persona migliore per rispondere al quesito, se non altro perché ha trascorso buona parte degli anni del college insieme a Maynard James Keenan, la mente malata dietro al progetto Tool, uno dei grandi misteri della musica rock.
Gillian Anderson e Keenan erano a scuola insieme in Michigan, poco prima che il nerboruto ragazzo decidesse di entrare nell’esercito per tentare la carriera militare che di lì a poco avrebbe poi abbandonato. Lei potrebbe essere la persona migliore per districare questa ingarbugliata matassa costruita su un ritmo di un disco ogni cinque anni. Roba da far impazzire ed impallidire ogni discografico.
Non è una questione di calcolo e neppure di tempo e neppure di interesse del pubblico, perché i Tool sono venerati e seguiti come una sorta di culto sotterraneo, parallelo, tra il mondo del metal, dell’alternative(qualsiasi cosa oggi voglia dire…), del progressive, del dark e di quante più etichette si possano immaginare. In tutto il mondo si moltiplicano quotidianamente in rete le discussioni su quando ritorneranno i Tool ed ogni volta tocca aspettare l’anno successivo. Nelle classifiche che le riviste pubblicano sui dischi più attesi in arrivo, il nome dei Tool è perennemente in cima alla lista. Cosa succede da venticinque anni a questa parte?

Difficile dirlo.

Se da una parte Danny Carey ed Adam Jones sono i formidabili artefici di un sound ellittico, colto, citazionista, matematico, esornativo e mai esiziale, e chi più ne ha più ne metta, dall’altra è la personalità di Keenan a caratterizzare il genoma di un gruppo che non si può limitare ad una sola dimensione musicale. E forse questo ritardo esistenziale è proprio da imputare a lui.
Non si sa fino a che punto consapevolmente o per elezione del pubblico, i Tool si sono posti fin dall’inizio come una formazione decisamente sui generis, capace di trascendere le percezioni e di creare paesaggi sonori di inusitato ermetismo. La loro musica è un’esperienza che prima o poi va fatta ed un loro concerto assomiglia più ad una funzione religiosa che ad una festa metal. E dietro a molto di questo c’è sempre la personalità sfuggente di Keenan.
Descritto dai più come un sociopatico egomaniaco, Keenan rifugge e ha sempre evitato ogni forma di divinizzazione della sua vita e della sua immagine, giungendo persino a cantare nascosto dietro un telo per non farsi vedere sul palco o pesantemente camuffato da vistose parrucche. Essere una star non gli interessa. Dopo il successo fulminante di “Undertow” (1993) e “Ænima” (1996), i Tool sembravano destinati ad un’ascesa verticale inarrestabile ed invece più la loro storia progredisce, più si tirano indietro. Keenan non rilascia interviste, ne esistono pochissime. Non ama parlare con i giornalisti. Rifugge i social network se non per parlare di vino o arti marziali. E ogni volta che gli si chiede dei Tool si gira dall’altra parte.
All’apice del successo della sua band, Keenan si butta su un altro progetto, gli A Perfect Circle. Grande colpo, due album, sound accattivante e canzoni accessibili, poi il silenzio a tempo indeterminato fino a far perdere completamente le proprie tracce. Forse adesso torna con i Tool, pensa il suo pubblico. E invece no. Partono i Puscifer, ennesimo progetto musicale che balla tra country, elettronica, metal e nonsense. Altro colpo a sorpresa di Maynard James Keenan. Lui nel frattempo si dedica anima e corpo alla Caduceus, l’azienda vinicola di cui è proprietario in Arizona. Negli ultimi anni lo si vede più spesso in vigna e alle fiere di settore che in sala d’incisione. Da cultore di arti marziali, cura anche la propria passione per il jūjitsu, di cui è un avido praticante. Tutto insomma, pur di rimanere lontano dai Tool.

E la cosa inspiegabile, degna di “X-Files”, è proprio questa. Perché tenere in formalina un gruppo che sul palco dimostra una coesione rara e che presso il pubblico gode di un seguito più che fedele? E in ultima analisi, dal punto di vista dei discografici, perché non pubblicare un gruppo che venderebbe sicuramente sia in negozio che al botteghino? Ovviamente, per quanti adorano fino all’idolatria i Tool, ce ne sono altrettanti che ritengono Keenan un emerito cialtrone, un bluff a cui della musica interessa ben poco. Nulla di anormale, è sempre stato così in questo mondo quando si ha a che fare con personalità sfuggenti in modo ossessivo ed incomprensibili. Ma il punto non è questo. Il punto è che i Tool sono riusciti sia a diventare un fenomeno che va ben oltre il personaggio Keenan, ma che al tempo stesso non possono prescindere da lui.
Inutile cercare una risposta a questo misterioso comportamento, esercizio senza senso idoneo solo ad ingannare il tempo. Una cosa però mi ha incuriosito: ogni volta che mi sono scoperto a cercare una risposta a questo interrogativo, non so per quale motivo, ma la mente mi è corsa a “Lateralus” (2001), il gioiello costruito sulla sequenza matematica di Leonardo Fibonacci, quella sezione aurea che a livello musicale Keenan canta scandendo in ciascun verso il numero esatto di sillabe atte a rievocare la proporzione perfetta. Forse è qui dentro la spiegazione, mi sono detto.
La musica di Keenan nei Tool è qualcosa che non riecheggia neppure lontanamente nei suoi altri progetti, perché all’interno del gruppo si muove secondo una direzione inspiegabile, mistica, incomprensibile. La sensazione che ho avuto ogni volta che è uscito un nuovo album dei Tool e che forse è condivisa da altrettanti fan sfegatati del gruppo, è che tutto il tempo trascorso nell’attesa fosse giustificato da quella magica complessità, che l’intera sequenza di note, dalla prima all’ultima, avesse la sua necessaria stagione di maturazione alle spalle. E “Lateralus” è il perfetto compendio di tutto questo.

Poi c’è stato “10,000 Days” (2006), il quarto e ultimo (ad oggi) lavoro in studio… e poi il silenzio.

Ogni album dei Tool è talmente ricco di contenuti e sollecitazioni da richiedere molti e molti ascolti per digerirlo. Le circonlocuzioni ritmiche di Carey e le esplorazioni di Jones sono piccoli trattati musicali che rimandano ad ulteriori significati, in cui nessun accento e nessuna pausa è lasciata al caso. Nei Tool non esiste spazio per l’improvvisazione, né per l’approssimazione, ma solo per il mistero. Maynard James Keenan in questo è formidabile, perché sa mantenere un grandissimo distacco con le possibili contaminazioni derivanti da una spiegazione dei testi o da una chiave di lettura fornita al pubblico. Come un antico sacerdote pagano, tiene il mistero per sé, officia a distanza, sacrifica senza spiegare e crea un rapporto di sudditanza e dipendenza nel pubblico che non riesce a staccarsi da lui e che pur di seguirlo ne assapora anche le foto in vigna durante la vendemmia. Un pubblico che lo adora in modo inspiegabile e che ancora si chiede quando i Tool torneranno…