Il lavoro come forma di schiavitù

Oggi l’impiego e’ il culmine della nostra vita, la risposta a tutte le nostre tribolazioni: a propagandare il binomio di schiavitù “lavoro-consumo” ci pensano politici, genitori, moralisti, industriali – ovviamente! – e non ultimi perfino intellettuali

Lavoriamo otto ore al giorno e anche più per poterci permettere cibo, un tetto sopra la testa, un abito che ci copra o un auto che ci trasporti da un posto all’altro.
Chi non ha un lavoro specie in questo periodo deve in qualche modo rinunciare in tutto o in parte a queste cose, e ce ne sono alcune, come il cibo ad esempio, cui proprio non si può’ rinunciare.
Eppure c’e’ stato un tempo in cui la società era diversa, e la ridottissima dipendenza dal denaro prevedeva ritmi di lavoro molto meno alienanti di quelli attuali: mi riferisco in particolare al periodo antecedente alla rivoluzione industriale, a quando cioè’ le famiglie erano autarchiche e si mangiava ciò’ che l’orto e le stagioni consentivano.

C’erano molti stenti, e’ vero, e sarebbe inimmaginabile tornare indietro, ma la gente in quei periodi era più libera… di vivere; soprattutto era più libera di fare le uniche due cose per cui vale davvero la pena continuare a vivere, vale a dire pensare e soprattutto amare.

Il lavoro ci rende pigri alla vita, apatici alle novità’, e produce – vuoi o non vuoi – una forma di stolidità’ in quanto ogni giorno si ripetono le stesse mansioni in modo meccanico se non robotico.
“Usa molto i sensi e poco la mente” dicevano i grandi capitalisti americani all’inizio della rivoluzione, aggiungendo anche frasi del tipo “pensa poco, leggi ancora meno ma lavora sempre di più'”.

In periodi di crisi come questo, dove molte famiglie sono sul lastrico per via di una crisi economica “finta” perchè creata ad hoc da banche private che prestano soldi agli Stati e che hanno semplicemente chiuso i rubinetti per poterli dominare meglio, parlare di lavoro come schiavitù‘ sembra quasi blasfemo per non dire paradossale: il punto pero’, a mio avviso, e’ proprio questo, ovvero riconoscere l’intero meccanismo di schiavitù‘ che questo sistema genera, da cima a fondo, meccanismo che tra le altre cose si perpetua grazie alla nostra ignoranza o  peggio ancora alla nostra indifferenza.