Ci fanno vivere con la paura di perdere tutto. Ma adesso possiamo vincere noi

La paura te la porti dentro, e quella paura non ti lascia più. L’ansia di perdere le cose che hai conquistato, la posizione che hai guadagnato, i tuoi piccoli successi dopo anni di sacrifici e compromessi. Viviamo, a pensarci bene, in un sistema costruito sull’incertezza e sul mettere le persone costantemente in contatto con questa percezione, con questo stato d’animo. Il terrore di diventare poveri, le ore di sonno perse dietro al pensiero di non avere più risorse. E’ anche un sistema che su questa paura lucra, specula, con grande fortuna che finisce nelle mani di pochissime persone. Sempre le stesse. Mauro Corona aveva già scritto un racconto futuribile su La fine del mondo storto, e con quel libro in cui ipotizzava che la società tutta tecnologia e idrocarburi andasse in crisi, e il possibile “dopo”, vinse il premio Bancarella. Finalista al Campiello, Corona pubblica ora Quasi niente, scritto a quattro mani con lo scrittore e cantautore Luigi Maieron, il suo primo titolo per Chiarelettere. Non esistono ricette miracolose per affrontare il pessimismo e la paura che ci attanagliano in questi anni di crisi, ma tracce utili sì. Corona, con Maieron, è andato a trovarle nelle storie e nei volti della gente delle valli montane che lui conosce molto bene.

Mauro, il tuo e di Maieron è un libro sull’essere capaci di vivere con poche cose, quelle davvero necessarie.
“L’idea è nata quasi per caso, chiacchierando sulle troppe cose che ci sono, quelle che la gente vorrebbe. Vorrei raccomandare di non prendere ‘sto librino come un voler puntare il dito contro il consumismo e un discorso su come si stava bene ai vecchi tempi. Sono riflessioni su una domanda: ma cosa serve davvero per vivere, dato che la vita è corta? Io vedo attorno a me gente che spreca tempo a far cose che non ha voglia di fare, e siccome è intrappolata in questo meccanismo, ecco che allora bisogna fare. Gente che accumula soldi su soldi, e poi in punto di morte si trova magari con una malattia terribile, a non aver mai vissuto. La mia filosofia è sempre stata: uso il mio tempo per far ciò che mi piace. Ma non devo avere esigenze. Se voglio un rolex, mi creo un problema: devo lavorare di più per averlo, ma poi avrò paura che prenda botte, che si rovini, che mi taglino il polso per prenderselo, questo crea ansia. Vivere è come scolpire, togliere, per vedere cosa è necessario”.

In questo libro-diario raccontate storie della montagna. Tu tieni viva da sempre la memoria di quelle montagne che hanno visto la guerra, che continuano, nonostante l’avanzata della modernizzazione, a mantenere un’anima semplice, molto attaccata alla terra. Quasi niente si può definire come un libro antimodernista?
“C’è la paura e il respingimento della modernità non per visione politica, ma perché questa modernità rende la gente irosa, irascibile, insoddisfatta, piena di stress. Quando desideri quel che non puoi avere ma lo vedi addosso a qualcun altro, questo ti fa vivere male, in preda all’ansia. I nuovi faraoni ci hanno resi drogati di oggetti. Possibile che un ragazzo che ha l’iPhone nuovo di zecca, faccia la fila davanti ai negozi alle tre di notte per avere l’ultimo modello? Non sono contro il progresso, sarebbe ridicolo, il progresso avanza. La nostra è una riflessione per avere quel che serve a vivere sereni”.

Proviamo a fare un veloce inventario di quel che serve veramente?
“Allora, innanzi tutto non chiedere mai se in un posto si mangia bene. Stai tre giorni senza mangiare e vedi che mangi bene dappertutto. Un tozzo di pane e una birra diventano Dio. Seconda regola: un’automobile a cosa serve? A spostare il nostro corpo malandato, il corpo umano è uno dei peggio odoranti in natura, se tu annusi un camoscio, odora di mandorle. L’auto ci sposta da un punto all’altro, quando ne hai una decorosa e sicura, tanto basta. Ma quello che vuole una Ferrari per caricarci su più donne, va appresso ad una imbecillità. Ognuno è libero di comprare quel che vuole ma…”.

Assegnare agli oggetti di cui diveniamo proprietari la loro reale funzione e riconoscere i bisogni primari: c’è altro?
“Ma come fa un ragazzo a desiderare una maglietta firmata da 1800 euro? Un pezzo di cotone, siccome è firmato? Ma firmatela tu. Poi siccome ce l’ho io, la vorrà un’altro. Un pezzo di cotone non può costare così tanto perché lo ha firmato Gabbana o Fendi. I giovani devono aver tempo di fare l’amore tempo per i loro progetti, e non perdersi in desideri che sono fregature, e furti. Uno vuole andare in ferie, al mare? Bene, ma perché andare proprio in quel mare dove un caffé costa otto euro?”.

Cosa possono insegnare le storie di Cecilia, Tin, Tituta, Tacus? Le storie della montagna che sono anche storie di una vita dura? Un modo di vita antico, tradizionale, può tornare ad essere moderno?
“La vita in montagna era dura, ma c’erano dei valori, si era costretti a formarli. La miseria, la fatica, lo richiedevano. Si usavano la vanga, il badile, anche se c’erano dissapori e lotte, la gente doveva tenere fermi dei valori, la solidarietà, per non danneggiare tutto il gruppo. Come quando tagli un pezzo di lenzuolo, alla fine è tutto rovinato. Il collante che legava queste persone era la memoria, il rispetto per l’ambiente. Quando si tagliava una pianta, che ti dà il legno e il fuoco e gli utensili, le si chiedeva scusa. Ricordare questi valori, queste persone minime mai apparse sui giornali è importante. Faccio un esempio: parte del marmo usato da Michelangelo per scolpire la Pietà è finito nelle discariche, eppure era lo stesso marmo, ha lo stesso valore. Gli ultimi, gli emarginati, hanno partecipato a costruire ciò di cui possiamo usufruire”.

“Ci diranno: ma tu cosa fai nella vita? E noi potremo rispondere: io mi faccio il cibo, sono re di me stesso”

Oggi però esiste un mercato finanziario trasnazionale che modifica il modo di lavorare e le forze in campo. Dall’altra parte sembra non ci siano iniziative per arginare questa violenza del capitale. Forse perché manca la memoria della coesione sociale?
“Manca la memoria, manca il cuore, la generosità, la tolleranza. Se io penso che le ricchezze del pianeta sono in mano a otto-nove persone mi tremano le gambe. Possibile che uno Stato non possa trovare un modo affinché tutti abbiano almeno un pasto al giorno? Non ho mai sentito di un ricco che prenda una famiglia che sta male, e gli faccia una casetta, dia loro un sussidio. Si tira dritto senza voltare lo sguardo su chi sta a terra. Il nuovo millennio è agitato dal cinismo. Manca l’epica della vita, dell’aiuto, siamo solo estetici”.

Può darsi che arrivi una grande sveglia dopo aver passato momenti duri in cui si perderanno cose sempre più necessarie?
La fine del mondo storto parlava di quello. Deve arrivare la miseria, la fame, per cambiare, solo nel bisogno ci si rassegna a coltivare la terra. E’ un’utopia, forse patetica, ma pensiamo a quando uno ci dirà: ma tu cosa fai? E noi: mi faccio il cibo, e sono re di me stesso”.

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