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Fuori dalla fabbrica, fuori dall’inferno ( Lettera di un disadattato moderno)

Fuori dalla fabbrica, fuori dall’inferno ( Lettera di un disadattato moderno)

Tempo fa ho ricevuto questa bellissima lettera da un ragazzo di 27 anni che preferisce rimanere anonimo. Nel titolo ho voluto usare il termine “disadattato moderno”, per evidenziare in modo ironico come oggi vengono soprannominati tutti quelli che trovano insensato e profondamente sbagliato questo modo di vivere:

“La giornata finalmente è finita, e tiro un respiro di sollievo mentre percorro l’interminabile corridoio di questa maledetta fabbrica per raggiungere lo spogliatoio, dove, con grande sollievo raccoglierò le mie cose e terrò sulla mia mano destra la chiave della macchina per portarmi in fretta, o quasi, a casa. Via di qui e alla svelta !

Fuori il sole sta già tramontando ma non sono dell’umore giusto per ammirarlo, gli uccellini cantando sui rami degli alberi sembrano quasi prendersi gioco di me e di tutti noi, forse si stanno chiedendo come mai ogni giorno scegliamo di rinchiuderci in quella gabbia di cemento per 8 interminabili ore al giorno, entrando freschi come rose ed uscendo ogni volta stanchi morti.

Certo quelli uccellini mica devono fare i conti con l’affitto, i mutui, non devono andare al supermercato per fare la spesa, loro hanno sempre un sacco di tempo libero, ecco perché cantano tanto nonostante la costante minaccia di essere sbranati da un gatto che gli tende un agguato, ma infondo quel pericolo rappresenta tutto sommato una morte dignitosa se paragonato all’ebrezza del volare liberi e spensierati.

Mentre apro la macchina mi sento confuso, ho fame, ho sete, ho voglia di andare a casa e sdraiarmi sul divano, la stanchezza prevale in me e mi accompagnerà fino a cena.

Risultati immagini per chiuso in camera
La sera tutto si fa più tranquillo, ma so già che la notte faticherò a prender sonno nonostante sia stanco morto, i dottori parlano di ansia, ma si chiedono mai quest’ansia da dove nasce?

Nasce dal pensare che domani sarà un altro giorno uguale ad oggi e uguale a ieri, io quella sveglia non la sopporto, come non sopporto quel vestirmi di fretta per raggiungere la cucina altrettanto di fretta, per poi mangiare un boccone in fretta per avere il tempo appena sufficiente di raggiungere il bagno per fare i miei sacrosanti bisogna ancora una volta di fretta!

Ansia, ansia, ansia !!!

Ansia che solo chi come me odia questo stupido modo di vivere può comprendere, perché parlano facile quelli che si sono adattati a tutto questo a dire che il nostro problema è che non abbiamo voglia di lavorare, ma la verità è che non tutti nasciamo “adattabili”, ci sono persone come me che hanno bisogno di stimoli per fare le cose, non solo di ordini!

Risultati immagini per adattatiNo, non sono capace di adattarmi a questo stile di vita e mai lo farò, trovo e troverò sempre orribile costringere gli esseri umani a passare intere giornate in fabbrica o altrove per poter continuare ad esistere, ma gli adattati privi di fantasia, privi di sogni, privi di ispirazioni, privi di un briciolo di poesia nei confronti della vita non possono capire la sofferenza quotidiana che provano tutti quelli come me a dover svolgere un lavoro che non piace.

Gli adattabili non sanno cosa significa la tortura delle ore che non passano mai, non sanno cosa significa il nodo alla gola all’inizio turno, non sanno cosa significano quelle maledette notti insonni o quel profondo senso di malinconia che si prova la domenica sera prima di ricominciare da capo la settimana, non sanno cosa significa sentirsi sempre stanchi morti perché ci si sente costretti a fare ciò che non piace.

E non basta un caffè per renderci attivi, perché quando si è stufi dentro si diventa apatici verso il mondo, ma io non voglio anestetizzare la mia sofferenza mentale a suon di psicofarmaci.

Risultati immagini per odiare il lavoroNessuno in realtà si preoccupa di chi odia lavorare, ma io non chiedo di non fare niente tutto il giorno, non chiedo di fare il mantenuto a vita, chiedo solo mi sia data la possibilità di fare un lavoro che mi piace, che mi stimoli ad andare avanti e se questo non è possibile vorrei solo lavorare meno, due, tre giorni la settimana al massimo o in alternativa cinque mattine la settimana, accetterò il fatto di guadagnare meno dei miei coetanei, accetterò il fatto di dover rinunciare a tante cose materiali, tirerò la cinghia pure sul mangiare se questo sarà necessario, ma voglio lavorare meno e godermi di più la vita, non chiedo grandi cose, solo il mio tempo e il diritto di spenderlo come voglio, anche se questo significa passare le mie ore a fissare l’infinito fuori dalla finestra.

Se non otterrò questo, se non otterremo questo, allora vorrà dire che questa società è profondamente malvagia ed io in un mondo simile mai e poi mai metterò al mondo un nuovo schiavo, destinato, magari come me, a detestare questa splendida vita per via di un lavoro che, come una zecca, succhia via tutte le energie giorno dopo giorno, portandoti ad odiare quel che è il dono più prezioso…

Si, sono uno svogliato, uno scansafatiche, sono uno che ama perdere tempo come dite voi, ma ho anche io il diritto di vivere.”

fonte:https://laschiavitudellavoro.blogspot.it/2018/03/fuori-dalla-fabbrica-fuori-dallinferno.html

La psicopolizia: come la democrazia reprime il dissenso

La psicopolizia: come la democrazia reprime il dissenso

Tra i nuovi modelli repressivi messi a punto dalla struttura di potere vi è la psicopolizia. In un modello formalmente democratico non c’è bisogno di imponenti apparati militari visibili: è il controllo delle menti che fornisce la capacità di reprimere.

Tutto l’apparato mainstream concorre a questo lavoro. Facendo un’analisi di tipo marxiano esso è la sovrastruttura attuale, al posto di ideologia e politica come storicamente intese. Modellando bisogni, inconscio, visioni del mondo e colonizzando l’immaginario (cit. Latouche), le élite presidiano l’individuo nella sua sfera coscienziale, talvolta toccandone i desideri più intimi.

In ultim’analisi si crea quel meccanismo tale per cui il sistema non ha bisogno più del cane da guardia (apparati segreti, leggi speciali, meccanismi autoritari) ma il popolo si reprime da sé, non liberando quello che in cuor suo o nella sua mente reputa vero.

In questo quadro si erge la figura dello psicopoliziotto, termine utilizzato da George Orwell nella sua celebre opera 1984. Egli è un vero e proprio soldato a difesa dell’establishment, talmente pervaso dal controllo mediatico che non accetta l’esistenza stessa di chi non se ne fa influenzare. In pratica abbiamo delle forme mentis non avvezze alla riflessione critica, o che la inseriscono in segmenti di pensiero già impostate da altri per loro.

Su questa base, dunque, si crede studiando Marx si possa essere comunista, leggendo Pound fascista, vicini alla borghesia o ai lavoratori, alla fede o all’ateismo, all’evoluzione o alla creazione, punk o amante del jazz, e da qui tutto il categorizzabile possibile.

In altre parole, il fatto stesso che si possa concepire qualcosa di diverso e trasversale nello studio, nel relazionarsi e nel modo di vedere la realtà dà fastidio. Ricordiamo anche l’attitudine alla pigrizia o all’agorafobia intellettuale (cit. Costanzo Preve).

È molto comodo ragionare sulla base di schemi non corrispondenti al presente e che, tra l’altro, il sistema stesso ha sussunto e fatto propri. Ad esempio, in molti casi ci si definisce marxisti pur essendo funzionali a centri di potere e multinazionali varie (economiche, modaiole, umanitarie, ecc.).

Al tempo stesso, si ha talmente paura di dire la propria che si finisce col concorrere perfettamente al conformismo di pensiero; la suddivisone in categorie fa sentire sé stessi, in realtà identici ad altri, conferisce una sensazione di libertà.

Altro tema fondamentale è l’”amore” per il pensiero unico e per le verità calate dall’alto. La critica a determinati schemi tipici della società contemporanea fa inorridire. Guai a ipotizzare altri scenari geopolitici, a mettere in crisi determinati postulati scientifici – o meglio scientisti–, guai a porsi delle domande su tutta una serie divagazioni definite forzosamente “diritti”: di esempi, ne abbiamo a bizzeffe.

L’uomo conformato ama tanto la struttura di potere e quelle para-libertà che essa concede ai suoi schiavi – quelle sessuali parafrasando Huxley –, da comportarsi come in una sindrome di Stoccolma su vasta scala.

In preda ai peggiori demoni dell’isteria e di certa sovversione pilotata, va fuori dai gangheri davanti ad una qualunque forma di ragionevole principio. Essa infatti rappresenta un modello da distruggere, andando a servire, però, ben altri meccanismi di potere, molto più totalizzanti, che si manifestano dietro la maschera della libertà.

In virtù di ciò, è giusto eliminare la religione a prescindere, anche se può essere canalizzazione delle forze dell’anima; è giusto aderire a qualunque stile di vita disgregante, perché è libertà fare sempre quel che si vuole; è giusto mettere in crisi qualunque autorità, per il gusto di farlo e in base a principi mai ben riflettuti.

Naturale conseguenza è mettere in crisi la figura del padre, equiparare la madre a un’amica, sminuire il valore della comunità, tutto per poi eguagliare, democratizzare, abbattere, livellare ecc. Insomma un lavorio continuo che nel giro di poco tempo porterà l’uomo a confrontarsi “meritatamente” con l’ectoplasma.

Il tipo umano ideale per il ruolo di psicopoliziotto è uno in cui la pervasività di stereotipi, blocchi mentali e sciocchezze varie è a livelli esorbitanti. È da qui che si muovono quei meccanismi, talvolta inconsci talvolta no, che provocano quel ribollire interno per cui se non oggi, domani o dopodomani il pensiero non conforme sarà attaccato o emarginato.

La percentuale di colonizzazione coscienziale è talmente alta e i livelli di debolezza spirituale sono talmente forti, che il conformato preferisce aggredire chi si ribella anziché evolvere sé stesso. Sembra incredibile a dirsi, ma i primi a sviluppare simile atteggiamento sono proprio le persone più vicine (parenti, amici e conoscenti).

Oggi che il mondo del web darebbe la possibilità di essere attaccati ad ampio raggio, i più accaniti ad esercitare forme di controllo sono proprio i conformati. Le ragioni psicologiche di tutto ciò sono diverse e poco indagate.

Tra tutte, il fatto che questi soggetti possono sfogare liberamente i propri rancori, su persone le cui reazioni saranno sempre blande. Magari afflitti dal senso di colpa per contrariarsi con un amico, si cercherà, sbagliando, di riconciliarsi.

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum, di conseguenza il consiglio per chi vuole intraprendere un cammino di conoscenza, è – dopo due/tre volte – di lasciar stare questi elementi alle proprie rogne. Il dispendio di tempo ed energie mentali è tale che bloccherebbe il vostro lavoro intellettuale, politico o artistico che sia: in questo i governanti raggiungerebbero il loro risultato.

La psicopolizia agisce anche per un altro motivo: chi pensa con la propria testa e non aderisce a schemi preimpostati è un boccone tosto da mandar giù, proprio perché mostra nuove possibilità. Per lo psicopoliziotto è molto più comodo eseguire le cose dettate da altri. “Eseguire e basta” è la sua vita, mostrargli un’altra via o peggio ancora invitarlo a cambiare è operazione assai pericolosa. Egli non lo vorrà mai e detesterà sempre chiunque la proponga, perché vuole essere lasciato al suo mondo di certezze fasulle, manovrate da altri.

I metodi sono sempre gli stessi, sinonimo di viltà: diffamazione, delazione a presunti organi di controllo (osservatori democratici vari), mezzi informatici quali spam e messaggi privati in qualunque momento del giorno. Tutto giustificato da una presunta superiorità morale, il pretesto per attaccare il dissidente senza esclusione di colpi.

Tacciano di razzismo se si osa contestare anche solo l’operato delle ONG; di omofobia se si critica la fissazione gay odierna e l’aberrazione gender; di autoritarismo se si “giudica” – termine improprio visto che si giudica da sé – quello sfiancarsi di spinelli, droghe e superalcolici, ovvero ciò che costoro definiscono “divertimenti”.

Qualcosa per contrastare tutto ciò si sta palesando proprio grazie a internet: le armi dell’ironia sono infatti per ora abbastanza calzanti per far fronte al fenomeno e i meme in particolare risultano particolarmente efficaci, anche perché data la netta inconsistenza culturale, poche battute liquidano tranquillamente i bersagli.

Sarebbe comunque il caso di non rimanere solo sulla difensiva e creare dei centri che con la tattica del ribaltamento, riescano a coagulare informazioni e a rivolgerle contro gli stessi autori del controllo. In tal modo si aprirebbero scenari nuovi: le battaglie da mettere in atto sono, infatti, tutte basate sulla divulgazione informativa e sul potere mediatico.

Jeff Buckley, la perdita di un predestinato

Jeff Buckley, la perdita di un predestinato

Jeff Buckley stava per diventare un mito con un solo disco, Grace, destinato a rimanere uno dei capolavori degli anni ’90, quando una morte assurda lo portò via. Ma tutta la sua vita è segnata da un destino negativo.
Jeffrey Scott Moorhead nasce il 17 novembre 1966 a Orange County, da Mary Guibert (riconiugata con Ron Moorhead) e da Tim Buckley. Suo padre, uno dei più grandi cantanti e compositori della storia del rock, iniziava proprio in quel periodo la sua carriera, incidendo il primo disco e separandosi, dopo poche settimane, dal piccolo Jeff e da sua madre. Tim morì per overdose all’età di 28 anni, entrando nella leggenda della musica americana e trascinando suo malgrado il figlio, che vide per la prima volta poche settimane prima di morire, inconsapevole di un destino altrettanto avverso che si prospettava anche per Jeff.
A 17 anni Jeff forma il suo primo gruppo, gli Shinehead, a Los Angeles. Nel 1990 ritorna a New York e con l’amico Gary Lucas costituisce i Gods & Monsters. Ma i dissidi interni portano il progetto ben presto al fallimento. Jeff Buckley inizia allora una carriera solista.

Dopo alcuni anni di gavetta la sua casa discografica (Columbia) avvia una campagna promozionale per il suo primo disco completo Grace, pubblicato negli Usa nell’agosto del 1994.
Nell’album si rivela tutto il talento di Jeff: la sua voce invocante sembra prendere coraggio per strada, finendo in un crescendo, intenso e doloroso. I testi, veri tormenti dell’anima e del profondo, pescano nel repertorio del padre Tim, ma anche di Bob Dylan, Leonard Cohen e Van Morrison. Il lavoro contiene dieci tracce: tre composte da Jeff, due in collaborazione con l’amico Gary Lucas, una con Michael Tighe e una con Mick Grondahl e Matt Johnson, più tre cover, tra le quali, da brivido, la meravigliosa “Halleluja” di Cohen.
Purtroppo la notte del 29 maggio l’artista si reca con un amico a Mud Island Harbor (Tennessee), dove decide di fare una nuotata nel Mississippi e si getta nel fiume completamente vestito. Qualche minuto più tardi, forse travolto dall’ondata di una nave, sparisce tra le acque. La polizia interviene immediatamente, ma senza risultati. Il suo corpo viene ritrovato il 4 giugno, vicino alla rinomata Beale Street Area. Aveva solo 30 anni. Le indagini stabiliranno che il musicista non era sotto l’effetto né di droghe né di alcol.