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Anna Frank e l’era della comunicazione spazzatura

Anna Frank e l’era della comunicazione spazzatura

L’era della comunicazione spazzatura continua senza soste, ora è il turno della figurina di anna frank con la maglia della Roma, una cosa vecchia di 5 anni fa ma che misteriosamente salta agli occhi della cronaca mentre si sta discutendo il pensionamento di 67 anni.

Inutile soffermarsi sulla quantità industriale di ipocrisia che da giorni ci stiamo sorbendo dalle cariche istituzionali, dai mezzi di informazione e dai social ormai diventato megafono di popolo ormai confinato dentro di esso, perché incapace di qualunque reazione nei confronti delle classi dominanti che non sia diverso dallo scannarsi virtualmente tra fascisti e antifascisti.

Mi ci sono voluti anni per capire che Pasolini aveva ragione quando scriveva che l’antifascismo non era altro che un mezzo che lo stato usava contro il popolo per creare quella strategia della tensione che negli anni 70 provocava migliaia di morti, dove i responsabili ancora sconosciuti continuavano a ricoprire importanti cariche nell’ esercito e nella polizia.

Nell’era della comunicazione spazzatura dove ogni cazzata viene ingigantita a un livello esasperante, mi domanda che sia peggiore tra cui sfrutta la memoria di una povera ragazzina in un campo sterminio per continuare a reprimere nell’ombra, e chi usa la sua immagine per offendere un proprio simile.

L’Arabia Saudita nella Commissione Onu a tutela delle donne. E non è uno scherzo provocatorio

L’Arabia Saudita nella Commissione Onu a tutela delle donne. E non è uno scherzo provocatorio

Quando alcuni giorni fa ha iniziato a girare sui social network, la notizia era accompagnata dall’hastagh #nofake, non è un fake, non è una balla. Perchè, obiettivamente, era del tutto legittimo pensare che l’ingresso dell’Arabia Saudita nella Commissione delle Nazioni Unite a tutela delle donne fosse uno scherzo, una provocazione, un’iperbole. Non lo era. Per i prossimi quattro anni la petrol-monarchia che impedisce alle signore di guidare l’automobile (tanto per citare solo il più noto dei divieti in rosa) avrà un posto tra i 45 membri della United Nations Commission on the Status of Women (UNCSW), il principale strumento inter-governativo per promuove la parità dei sessi e l’empowerment femminile

 

Com’è stato possibile che l’organismo istituito nel 1946 con lo scopo di monitorare la condizione dell’altra metà del cielo votasse (a scrutinio segreto) per aprire le porte al Paese che occupa la 141esima posizione su 144 nella infamante classifica della disparità di genere dell’ultimo Forum Economico Mondiale? La domanda rimbalza non solo sul web ma arriva a far insorgere le più serie tra le organizzazioni dei diritti umani come UN Watch, dove il direttore Hilll Neuer commenta amaramente l’assurdità di una scelta equiparabile a «mettere un piromane a capo dei pompieri». Non è la prima volta, replicano i veterani del Palazzo di Vetro. Già nel 2015 Riad, in barba all’incessabile lavoro dei suoi boia , aveva piazzato un suo rappresentante a capo del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, una posizione prestigiosa e segnata dalle polemiche sin da quando nel 2003 era stata assegnata alla Libia dell’allora dittatore Gheddafi.

 

Che l’Onu si presti e si sia prestato a tribuna per i peggiori dittatori del pianeta è accusa conosciuta. Ma non per questo dovrebbe fare meno rumore la notizia del nuovo incarico all’Arabia Saudita, dove le donne hanno bisogno di un guardiano che accompagni qualsiasi decisione importante, dalla nascita ai viaggi alla morte. C’è chi, come l’ex premier neozelandese Helen Clark, sottolinea che Riad sta facendo piccoli lenti progressi, a partire dal decreto reale che dal 2015 consente loro di candidarsi e votare (alle amministrative) fino al neonato Consiglio delle Ragazze di Qassim (nel quale però siedono solo uomini). Ma basta? Può davvero bastare? Nel momento in cui anche nell’occidente delle democrazie liberali si cominciano a rimettere in discussioni conquiste che si pensavano ormai assodate è possibile far passare sotto silenzio questa notizia #nofake?