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Ricompensa di 10 mila euro per trovare chi ha decapitato le foche in Bretagna

Ricompensa di 10 mila euro per trovare chi ha decapitato le foche in Bretagna
Due foche senza testa sono state ritrovate da passanti a Concarneau e Trégunc (Finistère) in Bretagna, Francia. Gli episodi risalgono a metà febbraio e metà marzo, ma ancora i gendarmi stanno indagando sul gravissimo atto che coinvolge animali di specie protette, soprattutto perché non è la prima volta che si verificano scene così barbare.

“Le foche sono state decapitate volontariamente con l’aiuto di un oggetto appuntito” , dice Gautier Paris, il direttore delle indagini.

Il Maritime Constabulary di Concarneau, spiega come sono andate le cose.

“La testa era nell’acqua, in uno stato di avanzata putrefazione”, spiega ancora il direttore riferendo che il corpo decapitato era stato trovato da un uomo che passeggiava nella baia di Cabellou. Stessa dinamica per la seconda foca, il cui corpo è stato trovato da un altro passante.

E ancora, nel 2018 si era verificati episodi simili. All’epoca era stato ipotizzato che le foche fossero rimaste impigliate nelle reti e che gli fosse stata tagliata la testa per non rovinare le reti stesse.

Ricordiamo che l’uccisione di specie di animali protette è un reato e la pena minima è una multa di 3750 euro. Per questo sia la gendarmeria francese che l’Ong Sea Sheperd che si occupa della salvaguardia della fauna marina, stanno facendo il possibile per dare un nome e cognome ai colpevoli.

Purtroppo non è la prima volta che documentiamo episodi di maltrattamento ai danni dei nostri amici animali, se qualcuno dei nostri lettori in Bretagna è a conoscenza di qualche utile informazione può chiamare la gendarmeria allo 02 98 50 77 35 o inviare una e-mail al seguente indirizzo: [email protected]

La mappa dell’Universo come un quadro di Van Gogh: l’arte dell’Universo del satellite Planck

La mappa dell’Universo come un quadro di Van Gogh: l’arte dell’Universo del satellite Planck

E quindi uscimmo a riveder le stelle’: lo diceva Dante prima di sapere quando meravigliose potessero essere le stelle da vicino e come inaspettati potessero essere gli accostamenti tra le arti di cui anche lui stesso fu un brillante esponente e la “fredda” tecnologia. Per questo, forse, la famosa frase della Divina Commedia è anche il titolo dell’evento che si è tenuto ieri 21 novembre presso il Politecnico di Milano.

La sequenza di vedute ottenute dalla missione Planck dell’ESA (European Space Agency) è stata ottenuta a frequenze crescenti, da 30 a 857 GHz, e per ogni frequenza, l’animazione mostra le fluttuazioni di temperatura e altri parametri variabili. La ”somiglianza” con la notte stellata di Van Gogh è molto suggestiva e ci “avvicina” alle nostre stelle un po’ di più.

“Lo spazio è da sempre fonte di ispirazione per artisti e di sfide appassionanti per ricercatori e scienziati – si legge sul sito dell’evento – […] Dall’origine dell’universo alle missioni verso Marte e Mercurio, un viaggio nelle nuove tecnologie per migliorare l’ambiente, la salute e, in generale, il benessere dell’umanità”.

L’esplorazione spaziale vista come metafora di un viaggio dell’uomo verso la conoscenza e verso il progresso: immagini e video che, in un certo senso, parlano da soli.

La selfite esiste e la gravità del disturbo mentale varia in base ai selfie pubblicati

La selfite esiste e la gravità del disturbo mentale varia in base ai selfie pubblicati

Un team di psicologi internazionale ha dimostrato l’esistenza della ‘selfite’, un disturbo mentale che colpisce chi ha l’ossessione dei selfie. Può essere definita borderline, acuta e cronica.

L’ossessione di scattarsi selfie col cellulare e pubblicarli online sui social network è un vero e proprio disturbo mentale ed è stato chiamato “selfite”. Vi sono tre livelli di gravità e la condizione peggiore è quella definita cronica, che colpisce chi sente il bisogno di scattarsi continuamente foto e ne pubblica su Facebook almeno sei ogni 24 ore. L’esistenza della condizione è stata determinata da un team di psicologi dell’Università Nottingham Trent (Gran Bretagna) e della Scuola di Management Thiagarajar di Madurai in India, che ha condotto uno studio ad hoc coinvolgendo centinaia di cittadini del grande Paese orientale.

I ricercatori, coordinati da Mark Griffiths, uno stimato professore di tossicodipendenza comportamentale presso l’ateneo britannico, e dal collega Janarthanan Balakrishnan, hanno scelto il popolo indiano non solo perché in India vi è il più alto numero di iscritti su Facebook, ma anche perché è quello con più morti dovuti a selfie scattati in posti pericolosi. Un fenomeno che ha colpito anche il nostro Paese, sebbene con cifre sensibilmente inferiori.

Gli studiosi, dopo aver indagato a lungo sul fenomeno, hanno analizzato il comportamento di vari gruppi e sottoposto un sondaggio a 400 partecipanti, mettendo così a punto una vera e propria ‘scala della selfite’. Attraverso un test, che si completa rispondendo a venti distinte affermazioni dando un punteggio (da 1 a 5) a ciascuna di esse, è possibile ottenere un valore che indica o meno la presenza della condizione e il suo livello di gravità. Come specificato vi sono tre categorie: borderline, acuta e cronica. Nella borderline rientrano coloro che si scattano almeno tre selfie al giorno ma che non vengono pubblicati sui social network; nella acuta, invece, gli autoscatti eseguiti – almeno tre – finiscono effettivamente online. Nella più grave questo desiderio di scattarsi foto copre l’intero arco della giornata e se ne pubblicano almeno sei.

Secondo i ricercatori le persone colpite da selfite hanno una scarsa autostima, sono in cerca di attenzione, hanno bisogno di migliorare il proprio umore, cercano di aumentare la conformità col gruppo sociale che li circonda e provano ad essere “socialmente competitive”.

Curiosamente, nel 2014 circolò un fake news sull’esistenza della selfite e sulla sua classificazione come vero disturbo mentale ad opera dell’American Psychiatric Association. Il nuovo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica International Journal of Mental Health and Addiction, ne conferma gli estremi come tale, sebbene non tutti gli psicologi siano concordi sulla sua esistenza.