Crea sito

Argentina, Mapuche contro Benetton: storia di un giovane guerriero

Argentina, Mapuche contro Benetton: storia di un giovane guerriero

Facundo Jones Duala è in carcere da un anno con l’accusa di terrorismo. Il leader della stirpe indigena è stato arrestato mentre reclamava per la terra, che secondo i Mapuche è di loro proprietà

Il simbolo della battaglia per il Paradiso è un uomo di 30 anni, lo sguardo fiero, gli occhi neri e profondi, il viso e la bocca circondati da un filo di barba. Si chiama Facundo Jones Huala. Da 12 mesi è in carcere. L’Argentina e il Cile lo considerano un terrorista. Il secondo lo vuole, la prima rifiuta di estradarlo. Lui si dichiara un combattente della libertà. È il leader dei Mapuche, l’ultimo esponente di una stirpe indigena che tra il 1600 e la fine dell’800 dominavano la Patagonia prima di essere spazzati via dagli argentini. La loro terra era una fascia ininterrotta che si estendeva dalla costa atlantica a quella pacifica.

Da due anni, assieme ad una comunità ridotta a poche migliaia persone, questo giovane guerriero guida una lotta che sembrava impossibile, arcaica, slegata alle dinamiche politiche ed economiche che reggono gli equilibri tra gli Stati moderni. Ma la presenza del Gruppo Benetton su un territorio di 900 mila ettari dove pascolano quasi 100 mila pecore che forniscono il 10 per cento della lana pregiata con cui si fabbricano i capi della nota casa d’abbigliamento di Treviso ha acceso uno scontro che si trascina in silenzio da almeno un secolo.

Iniziata tre anni fa quasi in sordina, con piccole rivendicazioni subito respinte da brevi concessioni e decreti giudiziari, la battaglia dei Mapuche si è ben presto trasformata in guerriglia. Organizzati in gruppi, duecento indigeni hanno invaso una parte della proprietà Benetton, acquistata nel 1991, e si sono installati creando alcuni villaggi. Risorgeva dalle ceneri una civiltà che era stata spazzata via, relegata in alcune riserve che il governo argentino aveva destinato ai discendenti dei Mapu (terra) y Che (popolo).

L’invasione ha riacceso speranze mai sopite. Ha risvegliato sentimenti che sembravano scomparsi. Ha attirato decine di famiglie, con il loro vecchi e i loro bambini, che hanno finito per estendersi, come una macchia di leopardo, in altre fette della proprietà Benetton.

Carlo, il fratello più giovane della famiglia di industriali tessili, prende in mano la situazione. È lui che si occupa di questa branca dell’azienda. Vola in Patagonia più volte l’anno. All’inizio cerca una mediazione. L’affida a Ronald Mc Donald, uno scozzese coriaceo arrivato qui in Patagonia sulle orme dei suoi parenti. È un tipo duro, dai modi spicci. Conosce queste terre, sa come trattare gli imprevisti. Gestisce l’immensa proprietà. “Mi sembrano fuori dal tempo”, commenta. “È come se oggi andassi nell’Inverness, in Scozia, e rivendicassi la terra dei miei antenati. Una follia”.

I Mapuche resistono. Fanno piccoli attentati, appiccano qualche incendio, spaventano le greggi, preparano difese artigianali. Pattugliano armati di lance e fucili le terre riconquistate con i loro cavalli che cavalcano a pelo. Benetton cerca le vie legali. Si rivolge alla giustizia argentina. Sostiene, carte alla mano, che quegli indigeni sono arrivati dal Cile e che il Cile deve occuparsene. L’Argentina gli dà ragione, non vuole altri problemi. Ma prende tempo. È vincolata da un articolo della Costituzione che riconosce ai Mapuche quella terra. Manda reparti della polizia. È un problema di ordine pubblico. Ma trova una resistenza inaspettata. Anche perché nel frattempo il caso assume una rilevanza nazionale. Si sono mobilitate le ong, le associazioni in difesa delle comunità indigene. Un tema molto sentito in America latina. Continuano i sabotaggi, la Benetton è nell’occhio del ciclone. Gli scontri crescono d’intensità. Ci sono battaglie furibonde, con feriti e arresti tra Bariloche, Esquel e El Bolsón. Scompare un attivista preso in custodia dalla gendarmeria. Si chiama Santiago Maldonado, ha 27 anni. Da uno viveva a El Bolsón, assieme ad una comunità di indigeni. Viene denunciata la sua sparizione. Riaffiorano i fantasmi dei metodi brutali della dittatura argentina. Il caso dei Mapuche diventa internazionale.

Per spegnere l’incendio non resta che colpire il leader. Privato di una guida, il movimento può morire in poco tempo. Il capo Huala diventa latitante. Viene catturato dopo poche settimane e rinchiuso nel carcere di Esquel, 1800 chilometri da Buenos Aires, in attesa di estradizione in Cile. Gli attivisti doppiano le proteste, il movimento si allarga. Una ventina di uomini, coperti da sciarpe e passamontagna, irrompono nella sede della provincia di Chubut e lasciano pacchi di volantini firmati dalla Resistenza Ancentrale Mapuche (RAM).

Facundo Jones Huala rilascia interviste dal carcere. Inizia uno sciopero della fame. “Siamo stanchi”, afferma, “dell’oppressione, del furto delle nostre terre; siamo stanchi che ci ammazzino e ci arrestino quando vogliono. Il mio grido di resistenza ha generato nuova speranza tra la gente che ha iniziato a mobilitarsi per recuperare ciò che è appartenuto ai nostri antenati”. Fuori dal penitenziario spicca un cartello: “Il Paradiso per

L’Italia non è più un paese da Amici miei

L’Italia non è più un paese da Amici miei

Ieri è morto Gastone Moschin, l’ultimo degli zingari, l’architetto Rambaldo Melandridi Amici miei, l’ultimo sopravvissuto di quella masnada di attori — che il set trasformò molto facilmente in amici — che grazie alla genialità di Mario Monicelli incarnò in due spettacolari film l’esatto momento dell’inizio della fine di una società, quella italiana, che a metà degli anni Settanta stava vivendo gli ultimi momenti di reale libertà prima di attraversare gli anni Ottanta senza uscirne viva.

Amici miei atto I e atto II sono qualcosa di più di due semplici commedie all’italiana. Un po’ per il sapore amaro delle risate che strappa, un po’ perché fu capace di mettere sullo schermo personaggi contraddittori, simpatici tanto quanto stronzi, coraggiosi tanto quanto pavidi, grandiosi tanto quanto minuscoli. Intervistato qualche anno fa dal Fatto quotidiano in occasione del trentacinquesimo anniversario del primo episodio del dittico (il terzo non me lo fate mettere nel mazzo, per favore), fu lo stesso Moschin ad ammetterlo: «è stato molto più documentario che film».

Se fosse uscito oggi, un film come Amici miei sarebbe stato distrutto, fatto a pezzi sia dalla critica, che lo avrebbe accusato indignata di sessismo, di politicamente scorretto, di blasfemia, di istigazione all’odio e al bullismo, di gratuita irriverenzacontro qualsiasi cosa, sia dal pubblico, la cui indignazione della domenica e la cui ipocrisia pseudodemocratica non avrebbe mai potuto accettare l’anarchica libertà di quei cinque cazzoni patentati, cinque zingari irriverenti come il Melandri, il Sassaroli, il conte Mascetti, il Perozzi e il Necchi.

Se confrontiamo l’Italia del 1975 con quella del 2017 in molti di noi saremmo portati a dire, in piena sincerità, che ci sentiamo più liberi dei nostri nonni, che la società in cui viviamo è migliorata e che il progresso ci ha innalzato a quote più alte di umanità. Eppure, pensando alle avventure degli zingari e alla realtà che abbiamo intorno forse non è esattamente così. Forse aveva ragione ancora una volta Moschin quando disse, in quella stessa intervista: «Oggi apriamo la finestra e l’Italia, il mondo, non ci permettono nessuna zingarata, nessuno spiazzo di allegria. Non è più possibile, come invece avveniva in quel film, abbandonare per una attimo la quotidianità».

Questa Italia non è più un paese per Amici miei. Ma non certo perché di Monicelli, di Tognazzi, di Celi, di Montagnani e di Moschin non ce ne sono più. E no, non è nemmeno colpa di internet che uccide la spontaneità e ci rinchiude in casa, lontani anni luce dalle zingarate. Tutt’altro. Questa non è più un’Italia da Amici miei perché qualcosa ha ceduto all’interno della società e di noi stessi. Siamo diventati sulla carta più liberi e laici, ma dentro siamo ancora più baciapile di prima. Ci crediamo più aperti, più progressisti, ma siamo i peggio filistei. Pensiamo che la società sia più paritaria e più tollerante, ma siamo maschilisti e razzisti ancor più dei nostri padri e dei nostri nonni.

Ma, ancora di più, misuriamo la nostra libertà sulle possibilità che ci vengono date per trasgredire, ma non ci siamo accorti che ci hanno istituzionalizzato e burocratizzato anche la trasgressione. Se gli zingari potevano trasgredire era perché, oltrepassato il recinto della propria quotidianità entro la quale erano tutti dei professionisti affermati, la loro trasgressione era libera, vera, totale, naturale, istintiva, liberatoria.

Ora trasgredire non significa più nulla, è diventata pura imitazione di gesti d’altri. Non c’è più nessun recinto da scavalcare ridendo. Per questo Amici miei ci manca così tanto, perché è il ritratto di un’Italia che si sentiva ancora povera, ma che in fondo era ricchissima, un’Italia che non aveva paura della propria provincialità, ma che anzi, la sbandierava e ci giocava, in cui il dialetto toscano era la parlata della commedia, non di un’intera classe politica.

Ci sentiamo tutti più ricchi, più aperti, più liberi, ma siamo soltanto dei poveri con più soldi, dei carcerati rinchiusi in una gabbia talmente grande che non possiamo nemmeno più sognare di evadere.

fonte:   http://www.linkiesta.it/it/article/2017/09/05/litalia-non-e-piu-un-paese-da-amici-miei/35408/