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Sgobbare di lavoro dalla mattina alla sera in cambio di un calcio in culo: ecco presente e futuro dei giovani italiani

Sgobbare di lavoro dalla mattina alla sera in cambio di un calcio in culo: ecco presente e futuro dei giovani italiani

Siamo una generazione cresciuta a pane ed etica del lavoro: sapevamo che avremmo dovuto studiare molto, e bene, per poter avere un lavoro degnamente retribuito.

Sapevamo che nulla ci sarebbe stato regalato, ma che seguendo un percorso stabilito da qualche parte saremmo arrivati: medici o avvocati, giornalisti o professori.

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Invece qualcosa, lungo il percorso, si è spezzato:
qualcuno l’ha chiamata globalizzazione (e cambiamento tecnologico), qualcuno debito pubblico e paralisi dello Stato, qualcun altro crisi economica. Ma quello che è accaduto è non tanto che a quei posti non siamo mai arrivati – o meglio sì, specie se pubblici, ad esempio professori universitari, ministeriali, dirigenti pubblici, ruoli ormai impensabili – ma che quando ci siamo arrivati il lavoro si era improvvisamente svuotato del proprio senso. E insieme del suo compenso.

In altre parole, siamo arrivati anche noi, come la generazione precedente e anzi molto di più, carichi di titoli di studio. E siamo diventati anche noi dipendenti di aziende o, molto più spesso che in passato, liberi professionisti, free lance in ogni settore.

Niente di più falso dunque che affermare che il lavoro sia finito.

No il lavoro c’è, ma non è retribuito. 
 
 


Oggi le nostre giornate di lavoro sono lunghissime. 
Cominciano la mattina presto, finiscono tardi, quando finiamo di rispondere agli ultimi messaggi o sistemare le ultime cose. Nel frattempo si è moltiplicato il lavoro sui social media, strumento fondamentale per promuovere tutto ciò che facciamo. Così siamo sempre incastrati al telefono, andiamo a prendere i nostri figli parlando e organizzando incontri, cuciniamo scrivendo mail, e ancora a letto lavoriamo e lavoriamo.

Risultati immagini per giovani lavoroPeccato che i nostri redditi abbiano subito una picchiata fragorosa e sconcertante: i dipendenti hanno stipendi sempre più magri, tutele meno floride che in passato, e vivono spesso in un clima fatto di paura e terrore, visto che possono essere spazzati via facilmente.

I liberi professionisti hanno entrate ancora più misere, visto che le commesse sono sempre meno pagate, anzi vengono continuamente tagliate. E su quei redditi lordi bisogna pagare le tasse, i contributi (che possono arrivare quasi al 30 per cento), l’assicurazione medica, la formazione obbligatoria per chi fa parte di ordini, tutte le spese dello studio, la macchina e così via.

Alla fine, restano poche briciole, e arrivare a uno stipendio a fine mese è qualcosa di arduo.
 
 

Ne conoscono a dozzine di gente così, in particolare donne: laureate, iperformate, anche – e parecchio – digitalizzate, spesso titolari di piccole imprese in proprio, spesso fondatrici di micro start up, oppure scrittrici, ghostwriter, giornaliste, avvocate, e via dicendo.

Tutte lavorano con serietà spaventosa, tutte – mi dicono – non riescono a portare a casa più di poche migliaia di euro l’anno. Eppure dalla mattina alla sera si dedicano con serietà alla loro occupazione, che sia all’interno di uno studio oppure freelance, talvolta a casa, oppure in co-working.

Lavorano, lavorano, lavorano e non guadagnano. 
 
 

E certe volte, sconfortate, si chiedono tra le lacrime dove hanno sbagliato, che cosa potrebbero fare di più di quello che fanno, che futuro le aspetta.

Io non so come consolarle, se non dire loro che no, non hanno sbagliato in nulla, si sono adattate, continuano ad adattarsi, a formarsi, a cercare di seguire anche i cambiamenti tecnologici, fondamentali nei loro lavori.

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Il problema non sta in loro, ma in come è cambiato il lavoro: svuotato, impoverito, devalorizzato, non più in grado di garantire il mantenimento, proprio quello a cui il lavoro dovrebbe servire. Oggi si lavora per lavorare, c’è un’enorme mole di lavoro non retribuito che serve per andare a trovare quelle zone ormai rare di lavoro ben pagato, anzi pagato il giusto, com’è stato fino agli anni Duemila, quando qualcosa si è inceppato per sempre.

Lavora bene chi ha una famiglia benestante, lavora bene chi già ha un reddito. Un paradosso. Gli altri continuano cercando di sopravvivere alle commesse intermittenti, ai tagli continui, alla contrazione delle retribuzioni. Magari hanno figli, e fanno sempre più fatica a mandare avanti la famiglia. È il ceto medio impoverito, i working poor, di cui tanti libri e saggi hanno parlato.

Solo che quei working poor siamo noi, sono i nostri amici, quelli che non sono emigrati, sono tutti quelli degli anni Settanta e Ottanta che hanno studiato tanto per ottenere nulla. Ancora più sfortunati quelli che vivranno dopo, anche se almeno hanno sviluppato una maggior praticità e un giusto cinismo: studiano di meno, smettono la scuola, oppure si laureano solo ed esclusivamente nelle poche lauree richieste dal mercato.

La maggior parte, però, se ne va, ancor più dei loro colleghi più anziani. Quelli che hanno visto inutilmente studiare, formarsi, mettersi a totale disposizione del datore di lavoro, per poi ritrovarsi a lavorare pesantemente tutto il giorno ma non guadagnare quasi nulla.

Di chi è la colpa di questa situazione? 
 
 

Per l’Italia, di generazioni precedenti che hanno rapinato tutte le risorse e continuano a rapinarle ancora oggi, settantenni ancora avidi di poltrone. Poi una classe politica che non sa più cosa significhi proteggere il lavoro, anche perché non ha idea di come il lavoro sia cambiato, di cosa sia diventato, non conosce le nuove tecnologie, non sa nulla di nulla.

Risultati immagini per giovani lavoroL’unica cosa che sa è fare leggi, come il Jobs Act, che consentano alle aziende di fare praticamente qualunque cosa sulla pelle dei lavoratori e al tempo stesso che legano le mani ai giudici del lavoro, molti dei quali lamentano l’impossibilità, oggi, di difendere davvero i lavoratori vessati e oppressi come loro vorrebbero. Infine di un’Europa cieca di fronte a paesi che hanno generazioni di giovani e di genitori – specie donne, specie madri – che non riescono ad avere redditi sufficienti per mantenersi, mentre sono prive di qualsiasi forma di sussidio che ovunque in Europa esiste, o di reddito di cittadinanza, l’unica misura che riuscirebbe a sostenere i working poor e il ceto medio impoverito.

Uomini e donne che vanno verso un futuro ancor più difficile, ancor più precario e fragile, come scrive Ferdinando Menga nel libro Lo scandalo del futuro. Per una giustizia intergenerazionale (Edizioni di Storia e Letteratura, 2016).

Questo ceto medio, fatto sempre più di giovani, ormai vota solo i cosiddetti partiti “populisti”. Sta cambiando la geografia dell’Europa, e progressivamente del mondo. Il motivo è solo un0: aver perso non tanto il lavoro, quello ce n’è per tutti, ma il reddito che da quel lavoro dovrebbe scaturire. E con esso la dignità di esseri umani, persone, genitori capaci di sostenere  i propri figli senza ricorrere all’elemosina dei parenti. Per coloro che ce l’hanno

Frank Zappa: genio libero che non si è mai piegato al sistema

Frank Zappa: genio libero che non si è mai piegato al sistema

Frank Zappa (Frank Vincent Zappa) nasce a Baltimora il 21 dicembre del 1940. Il padre era originario della provincia di Palermo mentre la madre aveva origini franco-italiane.

All’età di circa 11 anni la sua famiglia si trasferisce a Miami, in Florida, dove c’è un clima più mite che aiuta il piccolo Frank a risolvere alcuni problemi di asma e sinusiti ricorrenti. Ed è proprio in questo periodo che Frank si avvicina alla musica, nel momento in cui i genitori gli regalano un rullante di batteria con il quale il ragazzo può cimentarsi a volontà.

La sua famiglia si sposta spesso per ragioni di lavoro del padre, con il quale Frank ha un rapporto molto conflittuale. E’ infatti questa la ragione per cui detesta la cucina italiane e la religione cattolica, evidentemente impostegli dal padre.

La musica però sta entrando prepotentemente nella vita del giovane Zappa, al punto che nel 1963 prende in affitto in California uno studio di registrazione dove si trasferisce anche a vivere. Il nome di questo studio è “Studio Z” ed è situato a Cucamonga e Frank vi abita con la fidanzata Lorraine Belcher. Un quotidiano locale però segnala alle autorità che, secondo loro, all’interno dello studio si girano film pornografici. Successivamente Frank e Lorraine vengono arrestati dalla Polizia che nel frattempo ha fatto degli appostamenti in incognito.

L’accusa è pesante: associazione a delinquere finalizzata alla produzione di materiale pornografico ma Frank e Lorraine vengono scagionati pienamente.

Nel frattempo il giovane ha sempre in mente la musica e viene assunto in un negozio di dischi a Los Angeles dove può ascoltare tutta la musica che vuole e sognare di diventare un musicista famoso.

Il gruppo da lui fondato, The Mothers, riceve la proposta di un contratto con l’etichetta MGM Verve, fondata nel 1946 e attiva fino alla metà degli anni 70, ma questa  impone il cambio di nome, secondo loro irriverente ed allusivo ad una parolaccia. Zappa e la band diventano quindi “The Mothers of Invention”.

La band viene anche nominata nella celebre Smoke on the Water” dei Deep Purple (1972) in cui si canta: “Arrivammo tutti a Montreux, sul lago di Ginevra per fare delle registrazioni con uno studio mobile. Avevamo poco tempo e Frank zappa e The Mothers avevano preso il locale migliore. Ma qualche stupido con una pistola lancia razzi ha ridotto quel posto in cenere, fumo sull’acqua e fuoco nel cielo”.

Negli anni successivi Zappa conosce Gail Sloatman, che in seguitò diventa sua moglie, la quale in una circostanza dichiara: “Mi sono innamorata di una delle persone più sporche che ho mai conosciuto”.

Infatti, Frank Zappa ha sempre dato pochissima importanza all’igiene personale, apparendo spesso trasandato e trascurato. Non transigeva però riguardo alle droghe, che non usava categoricamente. Pare addirittura che siano stati cacciati dalle sue band alcuni musicisti sorpresi mentre si drogavano. Su questo punto Frank Zappa era intransigente.

Musicalmente Frank era affascinato da alcuni compositori classici (fra tutti Edgar Varese) e attratto dalla sperimentazione, prevalentemente in chiave Rock e Rhythm and Blues mescolata alla Classica.  Non è mai stato particolarmente orgoglioso delle sue origine italiane anche se spesso ne ha fatto riferimento, in chiave provocatoria e ironica, nelle sue canzoni.

Brani come “Tengo na minchia tanta” oppure “Questi cazzi di piccioni” sono emblematici del suo stile ironico e provocatorio ma Zappa è considerato da molti un grandissimo artista, autentico genio e innovatore al quale, certamente mente, si sono ispirati moltissimi musicisti che lo hanno seguito.

Tengo na minchia tanta” è un brano rock piuttosto corposo e robusto dai contenuti decisamente dissacranti e volgari, mai esguito dal vivo e può essere considerato un pezzo decisamente trash. E’ contenuto nel sesto disco di Zappa “Uncle Meat” pubblicato nel 1969.

Nella sua carriera si è schierato spesso contro l’industria musicale e contro il sistema politico americano. Celebre la sua ironica volontà alla candidatura alla presidenza del Stati Uniti d’America con la memorabile frase “Potrei mai fare peggio di Ronald Reagan?”, oppure la dichiarazione “Scrivo musica brutta perché l’America è un paese brutto”.

Zappa ha collaborato con musicisti quali Steve Vai, Captain Beefheart, Alice Cooper, George Duke e moltissimi altri, realizzando 11 dischi in studio con i Mothers of invention, 1 con Captain Beefheart e ben 27 come solista, molti dei quali accusati di contenere testi osceni e dissacratori.

E’ il caso del disco intitolato “Jazz from Hell”, accusato di fare riferimenti al “punto G” e alla vagina. In ogni caso è stato un grandissimo esponente del panorama musicale di quell’epoca durante il quale ha proposto un repertorio ironico, dissacratorio e anarchico su base jazz, rock, pop e blues con evidentissimi riferimenti alla musica classica. La conferma viene anche dall’affermazione fatta uno dei suoi più grandi estimatori, il compositore francese Pierre Boulez (1925-2016), il quale si è così espresso: “Come musicista Zappa era una figura eccezionale perché apparteneva a due mondi: quello della musica rock e quello della musica classica. Ed entrambe le tipologie del suo lavoro gli sopravvivranno. Arriverà un tempo in cui gli verrà riconosciuto il giusto merito, ovvero di essere uno dei poù grandi compositori del ‘900”.

Nel 1980 una banda musicale del corpo dei Marines lo accoglie allo spazio arrivi dell’aereporto di San Francisco suonando uno dei suoi più celebri pezzi: Joe’s Garage. Sembra che il duro Zappa sia rimasto molto colpito dalla sorpresa. Si è comunque fermato a ringraziare i suonatori. (GUARDA IL VIDEO)

Frank Zappa muore il 4 dicembre 1993 a causa di un tumore alla prostata.

Di lui restano però tracce indelebili del suo grande genio e della sua voglia di sperimentare. Zappa è stato testimone molto attento dei cambiamenti che avvenivano nel suo tempo e ha saputo proiettare il suo sguardo oltre le facili illusioni che gli venivano prospettate. Il suo anticonformismo e la forte critica messe in atto contro “il sistema” lo hanno consegnato ai posteri come elemento immortale di un cambiamento al quale lui non ha mai voluto sottomettersi ma, al contario, di cui ha cercato di essere parte viva e protagonista. La sua influenza musicale sulle generazioni che lo hanno seguito è indiscussa e, fortunatamente, presente e viva in moltissimi musicisti contemporanei.

 

IL RUOLO DEI ROCKEFELLER DALLA STRAGE DEL COLORADO FINO AI GIORNI NOSTRI

IL RUOLO DEI ROCKEFELLER DALLA STRAGE DEL COLORADO FINO AI GIORNI NOSTRI

David rockfeller si è spento alla veneranda età di 101 anni, lui e la sua stirpe ci lasciano in eredità una scia di crimini contro l’umanità che in pochi conoscono come la strage del colorado, articolo di qualche anno fa condiviso da il moralista:

La disoccupazione dilaga, le famiglie senza reddito alcuno si moltiplicano, mentre quel farabutto di Renzi fa finta di occuparsi della povera gente varando un provvedimento inutile e deleterio come il Jobs Act. Al di là delle finte minacce del vice-Dudù Angelino Alfano, patetico nell’alzare la voce nella speranza che qualcuno si accorga della sua esistenza, le idee del governo in tema di lavoro sono letteralmente assurde, antistoriche e ipocrite. Da venti anni i soloni di regime spiegano che la disoccupazione è causata dalla burocrazia e dalle troppe regole. Iniettando dosi sempre più massicce di precarietà, però, la disoccupazione, anziché diminuire, è letteralmente esplosa. Perché? Perché come sanno tutti gli economisti in buona fede, perennemente oscurati da una stampa complice e connivente, l’aumento della disoccupazione è proporzionale al crollo della domanda aggregata. Burocrazia e rigidità sono finti bersagli, branditi da figuri come Renzi a mo’ di spauracchio con l’obiettivo di impressionare i tonti.  Una impresa che non vende non può assumere nessuno. E in un Paese dove i consumi calano vertiginosamente a causa delle dissennate e sadiche politiche di austerity volute dall’Europa, puntare il dito contro lo Statuto dei Lavoratori è prassi scientificamente sbagliata e umanamente meschina. Non per nulla il massone reazionario Padoan, tempo fa, in una intervista al Wall Street Journal, ebbe l’impudicizia di dichiarare: “Il dolore produce risultati(clicca per leggere). Una filosofia degna di Mengele, non c’è ce dire. Purtroppo, nell’immediato, non c’è modo di togliere il bisturi dalle mani dei questi moderni nazisti. In prospettiva, invece, nella speranza che le avanguardie progressiste e rooseveltiane si destino dal lungo torpore, sarà certamente possibile allestire un nuovo processo di Norimberga che regoli i conti con i “profeti del dolore” e renda giustizia alle vittime di tanta barbarie. Per capire quale sia il modello dissimulato che Padoan e Renzi hanno in mente, vi invito a leggere un articolo pubblicato oggi a pagina 20 del Corriere della Sera a firma Gian Antonio Stella: “La strage dei minatori italiani che Rockefeller cancellò con l’arte”. Stranamente Stella (a parte il titolo infelice) ha scritto un buon articolo, confermando la bontà di quel proverbio inglese secondo il quale “anche un orologio rotto segna l’ora esatta almeno una volta al giorno”: “Giuseppe Petrucci aveva quattro anni, la sorellina Lucia due, il piccolo Francesco solo quattro mesi. E il loro omicidio, che non poteva essere spacciato per il prezzo necessario a domare i minatori in sciopero, colpì l’America come una scudisciata (…). Successe a Ludlow, esattamente cento anni fa. Quel borgo (…)era abitato allora da migliaia di immigrati polacchi, greci, messicani e italiani che lavoravano nelle miniere di carbone. In gran parte quelle della Colorado Fuel and Iron (…) che apparteneva a quello che era l’uomo più ricco del mondo John D. Rockefeller senior, che ne aveva affidato la gestione al figlio Jr (…). Guadagnavano un salario da fame pagato in buoni acquisto negli spacci che appartenevano alla stessa Company, vivevano in baracche affittate ancora dalla Colorado Fuel and Iron, lavoravano in condizioni così pericolose che nel solo 1913 nelle “mines” del Colorado, con un tasso di mortalità doppio rispetto al resto dell’America, erano morti in 104” (…). Scesero in sciopero nel settembre del 1913. La compagnia li buttò subito fuori di casa e loro si trasferirono in una accampamento di fortuna. E lì, come testimoniano le foto, passarono l’inverno. Un inverno tremendo (…). Finché il 20 Aprile (…), l’ufficiale Karl Linderfelt diede alle milizie e ai mercenari l’ordine di spazzare via i minatori e il loro campo di tende (…). La cronaca del New York Times del 22 Aprile, ripresa in un furente saggio dello scrittore Hans Ruesch, diceva: Quarantacinque morti, tra cui trentadue donne e bambini, una ventina di dispersi e altrettanti feriti è il bilancio della battaglia di 14 ore tra truppe statali e scioperanti nella proprietà della Colorado Fuel and Iron Company, una holding di Rockefeller (…). Nelle trincee che si erano scavate per proteggersi dalle pallottole, donne e bambini sono morti come topi in trappola, uccisi dalle fiamme. Una trincea scoperta questo pomeriggio conteneva i corpi di dieci bambini e due donne (…). I commenti dei giornali contro quell’insensata carneficina di persone che chiedevano solo un orario di otto ore, il divieto di far lavorare i bambini e una paga decente in dollari e non in buoni, furono durissimi”. Molti potranno trovare eccessivo il paragone tra l’Italia di oggi e l’America di cento anni fa. Invece le similitudini esistono e, di questo passo, arriverà presto il giorno nel quale  nuovi manifestanti esasperati e sfruttati verranno repressi nel sangue per la gioia dei cantori di regime alla Antonio Polito. Proprio nel giorno in cui Stella ricorda la strage dei minatori del Colorado, infatti, il Corriere pubblica un editoriale che mellifluamente evoca il ritorno della violenza e dell’intimidazione di Stato. Scrive Polito: “ (…) I cosiddetti movimenti si preparano a sfidare già nelle prossime settimane la polizia (…)”. Uno dei prossimi cortei del Maggio romano è contro un decreto legge del ministro Lupi. Contiene un articolo che statuisce l’ovvio, e cioè che “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento ai pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo, e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”. Dunque i promotori hanno indetto una manifestazione in difesa dell’illegalità”. In pratica Polito, temendo che i disperati contemporanei rivendichino con forza il diritto alla casa e al lavoro, predispone un preventivo fuoco di sbarramento mediatico volto a giustificare in prospettiva una, di fatto auspicata, reazione violenta e feroce da parte delle forze dell’ordine. Ma i parallelismi non finiscono qui. Se ieri si fucilavano donne e bambini nell’interesse del miliardario John D. Rockefeller Jr, oggi si pianifica l’impoverimento di intere categorie di lavoratori all’interno di riservati e potenti consessi influenzati proprio da un erede diretto di quella stessa famiglia di aguzzini. David Rockefeller, sesto e ultimo figlio del “boia del ColoradoJohn D. Jr, è anche il fondatore della famigerata “Commissione Trilaterale”. Organizzazione para-massonica  nel cui seno nacque il famoso pamphlet “The crisis of democracy”, bibbia ad ogni latitudine per qualunque piduista moderno. Come hanno chiarito i massoni di Grande Oriente Democratico, la Commissione Trilaterale è nient’altro che il braccio visibile della potente loggia Three Eyes, punto di approdo per molti insospettabili alti papaveri italiani che tuttora rivestono (indegnamente) decisivi ruoli istituzionali. Per conoscerne i nomi non resta che attendere la pubblicazione (si spera imminente) del libro “Massoni” (Chiarelettere editore) scritto dal Venerabile Maestro Gioele Magaldi. Per ora basti sapere che anche il “salvatore” Mario Monti, guarda caso, ha ricoperto l’incarico di “Presidente europeo” per la Commissione Trilaterale fondata dal massone reazionario David Rockefeller, figlio del Rockefeller protagonista del massacro raccontato da Stella. Chissà se tale circostanza ha favorito in qualche modo l’arrivo di Monti a Palazzo Chigi. Probabilmente lo scopriremo solo vivendo. Quel che già sappiamo è sufficiente per intravedere quel filo sottile, fatto di casate, obiettivi e circostanze, che lega il Colorado del secolo scorso all’Italia dei giorni nostri. La consapevolezza è il primo passo verso la libertà.