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LA VERA STORIA DELL’INNO ROCK DEI DEEP PURPLE: SMOKE ON THE WATER

LA VERA STORIA DELL’INNO ROCK DEI DEEP PURPLE: SMOKE ON THE WATER

Sul lago di Ginevra, nella Riviera Svizzera, c’è Montreux, una cittadina molto tranquilla diventata nel tempo una delle capitali europee del rock. (Non a caso al centro della città si trova una grande statua di Freddie Mercury.) E proprio qui, all’inizio degli anni settanta, avvenne un fatto che ispirò una delle canzoni simbolo del rock: “Smoke on the water” dei Deep Purple.

A raccontare l’episodio è stato il bassista della band inglese Roger Glover, in questo bel video di animazione firmato Great Big Story.

Nel 1971, i Deep Purple arrivano a Montreux per registrare il loro album Machine Head(che sarebbe poi diventato un album fondamentale per la storia della musica, soprattutto grazie a “Smoke on the water”). La città svizzera già in questi anni è il palcoscenico per alcune delle più importanti band mondiali.

I Deep Purple vogliono registrare l’album al casinò della città, ma devono aspettare che Frank Zappa finisca il suo show. È proprio durante il live di Zappa che inizia la leggenda di “Smoke on the water”. Un ragazzo del pubblico spara un razzo segnaletico sul palco dando vita a un terribile incendio. Tutto il pubblico e la band di Zappa riescono a mettersi in salvo e guardano il casinò andare in fumo.

Glover e i Deep Purple che erano lì ad ascoltare il concerto assistono impotenti allefiamme che distruggono l’edificio e si alzano sull’acqua del lago. L’incendio dura per alcune ore, anche dopo il tramonto. Quell’immagine del fumo sul lago (smoke on the water) e il colore del tramonto (the fire in the sky) si stampano nella memoria di Gloverper alcuni giorni (tanto che sogna l’episodio anche due notti dopo).

Non potendo più registrare l’album nel casinò, lo fanno nei corridoi del Grand Hotelaiutati dallo studio di registrazione dei Rolling Stones. Una volta terminati i brani però si rendono conto che il disco è troppo breve, servirebbe un’altra canzone. A quel punto Glover suggerisce alla band di improvvisare un pezzo (si chiamerà “Smoke on the water” dice Glover, il titolo gli è venuto in mente dal sogno) su quello che è successo durante il concerto di Zappa. Il testo viene scritto in venti minuti e il brano che non era neanche in programma nella scaletta iniziale di Machine Head diventerà il loro maggior successo e una delle pietre miliari di tutta la musica rock.

L’ultimo memorabile discorso di Giordano Bruno poco prima di essere bruciato al rogo dall’Inquisizione

L’ultimo memorabile discorso di Giordano Bruno poco prima di essere bruciato al rogo dall’Inquisizione

Riportiamo l’ultimo dialogo tra il filosofo Giordano Bruno e Sagredo, così come citato nel libro “La futura scienza di Giordano Bruno e la nascita dell’uomo nuovo” di Giuliana Conforto.
Un dialogo che rappresenta la visione di Bruno e dell’uomo nuovo che egli già intravedeva secoli or sono.
Un inno alla ricerca della verità e del maestro interiore.

(Giordano Bruno 1548 -1600)


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Nell’angusto, buio e lungo corridoio delle carceri di Castel Sant’Angelo, si odono passi che segnano l’avvicinarsi di ospiti ai condannati prossimi all’esecuzione.

Con un forte rumore di chiavi si apre la pesante porta della cella ove è rinchiuso il condannato al rogo: Giordano Bruno; è lì, steso su un rude pagliericcio, mentre i suoi occhi lucidi, fermi e sereni si illuminano di gioia e di tenerezza alla vista dell’ospite.

«Sagredo, mio giovane amico!» esclama il grande filosofo.
I due si abbracciano; il guardiano esce in silenzio, richiudendo dietro di sé la porta della nuda e umida cella.

«Corri gravi rischi, figliolo. L’inquisizione non ha simpatia 
per chi ha simpatia per gli eretici.»

«Maestro, non potevo non salutarvi.» Il giovane nasconde a stento l’emozione di trovarsi di fronte al grande saggio, ormai prossimo all’esecuzione della feroce sentenza.

«Sei un uomo ormai e il tuo coraggio comunque ti premierà

«Ho chiesto un permesso speciale al cardinale Bellarmino. 
Si è dimostrato disponibile… Forse qualcosa sta cambiando…»

Immagine correlata«Si, sta cambiando» conferma Bruno «anche grazie alla mia morte: la storia di questo mondo è segnata più dalla morte che dalla Vita. 
La morte suscita paura, inquietudine, domande, tanto più se è illustre. Ciò mi rende sereno, amico mio, so di compiere il mio destino

«Maestro, ma non temete il fuoco che brucerà le vostre carni?»

«Si, Sagredo, ho paura; il mio corpo ha paura,»… riflette il «ma io so che non morirò… quando il mio corpo fisico morirà, io sarò lì; vedrò cadere il mio corpo, vedrò i volti trionfanti, attoniti e sgomenti dei miei persecutori…»

Malgrado le parole del maestro, il volto del giovane è triste e «Se io non vi avessi avvertito… dell’arresto di vostra figlia e della vostra amata, voi non sareste tornato a Venezia…» afferma, quasi per rimproverarsi.

«Sarei tornato comunque, prima o poi. Sì, la loro morte fu un segnale per me…» continua Bruno con lo sguardo rivolto verso l’infinito.

«Quanto teneramente e voluttuosamente ho amato quella donna… L’amore, Sagredo, è la forza più grande della Natura… è Vita, fusione dei corpi degli amanti…

Avvicinarmi a lei era sentire l’infinita dolcezza di Casa, del vero mondo, la dolce tenerezza che solo una donna intelligente e profonda sa dare e ricevere… Quanta illusione, quanta ignoranza…

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L’uomo non è cattivo, Sagredo, è solo infelice… è la sua piccola mente la causa della sua infelicità… Sì, sapevo che erano state prese e anche della loro condanna. La tua è stata solo una triste conferma…

Quando il mio corpo brucerà, io sarò libero, Sagredo, libero di ricongiungermi a loro, abbracciarle… Non ti crucciare, amico mio…

Questo era il nostro destino, comune a tutti coloro che cercano la verità, bandita da un mondo che si regge sulla menzogna…

Immagine correlataVerrà un giorno, Sagredo, che l’uomo si risveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo…

L’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.»

Si volta e guarda il suo allievo quasi raggiante:

«Lo ha previsto da tempo immemorabile la Vita…»

«Maestro, ma perché questo destino crudele?
Chi può aver voluto tutto questo?»

«Io stesso, Sagredo, ben prima di nascere in questa dimensione. 
La morte ignea del corpo fisico è una purificazione profonda, è il battesimo del fuoco. In tanti abbiamo scelto questa morte, non solo come esempio ad un’umanità ottusa, meschina e crudele, ma anche per adempiere il compito che la Vita ci ha assegnato e che abbiamo accettato di buon grado… per Amore

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In fondo, anche se in modo inconsapevole, la Chiesa sta compiendo la nostra volontà.»

«Ma allora… il cardinale Bellarmino esegue la nostra volontà?»

«Bellarmino ora esegue la volontà della Chiesa, volta a conservare il potere; esegue però anche la Volontà vera, quella di una morte illustre che lasci traccia nella storia.

Anche gli uomini di Chiesa sono parte dell’Uno: 
la mia morte servirà per mostrare il vero potere, quello occulto, che si muove dietro tutte le Chiese e tutti i poteri del mondo.

In questo mondo illusorio, ove menzogna, bontà ipocrita e paura dominano, una morte illustre è più efficace di un’intera vita.

Immagine correlataLe umane genti la ricordano. L’uomo che infligge morte è colui che più la teme; è un paradosso, ma chi procura la morte, cerca disperatamente di comprenderla, di penetrare la mente di Dio.»

«Bellarmino quindi… anche lui, è alla ricerca di Dio?»

«Certo, anche Bellarmino è un fratello.»

«Maestro, ma perché tutto questo, perché tutta questa sofferenza, queste atrocità, ingiustizie, dolori: fratelli che uccidono loro fratelli! Come può Bellarmino firmare ad animo leggero la sentenza della vostra morte?»

«Non lo ha fatto ad animo leggero, Sagredo.
È stata per lui una decisione sofferta e penosa, ma non poteva fare altrimenti; avrebbe dovuto rinunciare all’abito che porta e ai credi che predica.

Egli non ha coscienza, non sente l’unità dell’infinito universo, non sa che la sua azione di oggi avrà per lui una reazione, in altra sua vita futura; questo vale anche per me e tutti coloro che hanno cercato invano di risvegliare l’umanità dall’inganno.

La terra è una dura scuola: ogni opera lascia una traccia, perché la giustizia vera esiste, figliuolo, anche se in questo mondo non appare.»
«La giustizia vera vuole la vostra morte?» Sagredo è tanto incredulo quanto ammirato della saggezza del suo maestro…

«La vogliamo noi stessi, Sagredo, non i nostri corpi transeunti, ma i veri Esseri immortali che siamo.

Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. 
L’Essere non teme la morte, perché sa bene che non esiste. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi.

Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco…

Siamo figli dell’unico vero sole che illumina i mondi. 

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Il dolore e la sofferenza non c’erano all’inizio della storia, ai tempi dell’antico Egitto che conservava ancora memoria delle gloriose e immortali origini.

Un giorno non lontano, una nuova era giungeràfinalmente sulla Terra. La morte non esiste. La miseria, il dolore e le sue tante tragedie, sono il frutto della paura e dell’ignoranza di ciò che è la vera realtà.»

«Ma quanto tempo ancora sarà necessario?»

«Il tempo anche dipende da noi, Sagredo. Il tempo è l’intervallo tra il concepimento di un’idea e la sua manifestazione…

L’umanità ha concepito il germe dell’utopia e la gestazione procede verso il suo compimento inevitabile: il secolo passato è una tappa importante, che precede la nascita. Gli Esseri divini vegliano sulla gestazione della terra e alcuni nascono qui per aiutare gli umani a comprendere che la trasformazione dipende anche dal loro risveglio.»

«Anche voi, maestro, siete sceso qui per questo scopo?»

«Anch’io Sagredo, ma non sono il solo.
C’è un folto gruppo di Esseri che sono scesi più volte nel corso della storia e si riconoscono nel grande Ermete, Socrate, Pitagora, Platone, Empedocle…

In questo secolo, Leonardo, Michelangelo, Shakespeare, Campanella, nomi noti, ma anche gente umile, semplici guaritrici, molte delle quali finite sul rogo…»

Giordano è commosso al ricordo dei tanti che l’hanno preceduto sulla via del patibolo.

Sagredo è profondamente colpito; è divenuto partecipe di una verità finora a lui sconosciuta. Giordano continua: «È il battesimo del fuoco che serve a trasmutare il corpo fisico e a manifestare i veri Esseri. La loro rivelazione ormai è inevitabile. Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto.»

Rumori di fondo fanno intendere che la visita deve volgere al termine. Il respiro di Sagredo si fa affannoso…

«Maestro, come posso ritrovarvi?»

Risultati immagini per voce interiore«Guarda dentro di te, Sagredo, ascolta la tua voce interiore e ricorda che l’unico vero maestro è l’Essere che sussurra al tuo interno.Ascoltala: è la verità ed è dentro di te. Sei divino, non lo dimenticare mai.»

La porta della cella si apre e compare il guardiano; è il volto di un uomo apparentemente duro, ma che ha anche timore reverenziale di quell’uomo di cui si trova ad essere il carceriere. Non pronuncia alcuna parola ed attende con rispetto che il visitatore si allontani.
Giordano e Sagredo si alzano e si salutano, entrambi commossi.
«Non ci stiamo separando Sagredo, la separazione non esiste. Siamo tutti Uno, in eterno contatto con l’Anima Unica…»

Fonte: http://camminanelsole.com/lunico-vero-maestro-e-lessere-che-sussurra-al-tuo-interno-bellissimo/?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

MAYNARD JAMES KEENAN E IL MISTERO DEI TOOL

MAYNARD JAMES KEENAN E IL MISTERO DEI TOOL

Forse Dana Scully di “X-Files” potrebbe svelare questo mistero. Perché un gruppo che in venticinque anni ha pubblicato solo quattro album continua ad essere uno dei più seguiti, attesi, desiderati ed osannati del panorama musicale mondiale? Dana sarebbe la persona migliore per rispondere al quesito, se non altro perché ha trascorso buona parte degli anni del college insieme a Maynard James Keenan, la mente malata dietro al progetto Tool, uno dei grandi misteri della musica rock.
Gillian Anderson e Keenan erano a scuola insieme in Michigan, poco prima che il nerboruto ragazzo decidesse di entrare nell’esercito per tentare la carriera militare che di lì a poco avrebbe poi abbandonato. Lei potrebbe essere la persona migliore per districare questa ingarbugliata matassa costruita su un ritmo di un disco ogni cinque anni. Roba da far impazzire ed impallidire ogni discografico.
Non è una questione di calcolo e neppure di tempo e neppure di interesse del pubblico, perché i Tool sono venerati e seguiti come una sorta di culto sotterraneo, parallelo, tra il mondo del metal, dell’alternative(qualsiasi cosa oggi voglia dire…), del progressive, del dark e di quante più etichette si possano immaginare. In tutto il mondo si moltiplicano quotidianamente in rete le discussioni su quando ritorneranno i Tool ed ogni volta tocca aspettare l’anno successivo. Nelle classifiche che le riviste pubblicano sui dischi più attesi in arrivo, il nome dei Tool è perennemente in cima alla lista. Cosa succede da venticinque anni a questa parte?

Difficile dirlo.

Se da una parte Danny Carey ed Adam Jones sono i formidabili artefici di un sound ellittico, colto, citazionista, matematico, esornativo e mai esiziale, e chi più ne ha più ne metta, dall’altra è la personalità di Keenan a caratterizzare il genoma di un gruppo che non si può limitare ad una sola dimensione musicale. E forse questo ritardo esistenziale è proprio da imputare a lui.
Non si sa fino a che punto consapevolmente o per elezione del pubblico, i Tool si sono posti fin dall’inizio come una formazione decisamente sui generis, capace di trascendere le percezioni e di creare paesaggi sonori di inusitato ermetismo. La loro musica è un’esperienza che prima o poi va fatta ed un loro concerto assomiglia più ad una funzione religiosa che ad una festa metal. E dietro a molto di questo c’è sempre la personalità sfuggente di Keenan.
Descritto dai più come un sociopatico egomaniaco, Keenan rifugge e ha sempre evitato ogni forma di divinizzazione della sua vita e della sua immagine, giungendo persino a cantare nascosto dietro un telo per non farsi vedere sul palco o pesantemente camuffato da vistose parrucche. Essere una star non gli interessa. Dopo il successo fulminante di “Undertow” (1993) e “Ænima” (1996), i Tool sembravano destinati ad un’ascesa verticale inarrestabile ed invece più la loro storia progredisce, più si tirano indietro. Keenan non rilascia interviste, ne esistono pochissime. Non ama parlare con i giornalisti. Rifugge i social network se non per parlare di vino o arti marziali. E ogni volta che gli si chiede dei Tool si gira dall’altra parte.
All’apice del successo della sua band, Keenan si butta su un altro progetto, gli A Perfect Circle. Grande colpo, due album, sound accattivante e canzoni accessibili, poi il silenzio a tempo indeterminato fino a far perdere completamente le proprie tracce. Forse adesso torna con i Tool, pensa il suo pubblico. E invece no. Partono i Puscifer, ennesimo progetto musicale che balla tra country, elettronica, metal e nonsense. Altro colpo a sorpresa di Maynard James Keenan. Lui nel frattempo si dedica anima e corpo alla Caduceus, l’azienda vinicola di cui è proprietario in Arizona. Negli ultimi anni lo si vede più spesso in vigna e alle fiere di settore che in sala d’incisione. Da cultore di arti marziali, cura anche la propria passione per il jūjitsu, di cui è un avido praticante. Tutto insomma, pur di rimanere lontano dai Tool.

E la cosa inspiegabile, degna di “X-Files”, è proprio questa. Perché tenere in formalina un gruppo che sul palco dimostra una coesione rara e che presso il pubblico gode di un seguito più che fedele? E in ultima analisi, dal punto di vista dei discografici, perché non pubblicare un gruppo che venderebbe sicuramente sia in negozio che al botteghino? Ovviamente, per quanti adorano fino all’idolatria i Tool, ce ne sono altrettanti che ritengono Keenan un emerito cialtrone, un bluff a cui della musica interessa ben poco. Nulla di anormale, è sempre stato così in questo mondo quando si ha a che fare con personalità sfuggenti in modo ossessivo ed incomprensibili. Ma il punto non è questo. Il punto è che i Tool sono riusciti sia a diventare un fenomeno che va ben oltre il personaggio Keenan, ma che al tempo stesso non possono prescindere da lui.
Inutile cercare una risposta a questo misterioso comportamento, esercizio senza senso idoneo solo ad ingannare il tempo. Una cosa però mi ha incuriosito: ogni volta che mi sono scoperto a cercare una risposta a questo interrogativo, non so per quale motivo, ma la mente mi è corsa a “Lateralus” (2001), il gioiello costruito sulla sequenza matematica di Leonardo Fibonacci, quella sezione aurea che a livello musicale Keenan canta scandendo in ciascun verso il numero esatto di sillabe atte a rievocare la proporzione perfetta. Forse è qui dentro la spiegazione, mi sono detto.
La musica di Keenan nei Tool è qualcosa che non riecheggia neppure lontanamente nei suoi altri progetti, perché all’interno del gruppo si muove secondo una direzione inspiegabile, mistica, incomprensibile. La sensazione che ho avuto ogni volta che è uscito un nuovo album dei Tool e che forse è condivisa da altrettanti fan sfegatati del gruppo, è che tutto il tempo trascorso nell’attesa fosse giustificato da quella magica complessità, che l’intera sequenza di note, dalla prima all’ultima, avesse la sua necessaria stagione di maturazione alle spalle. E “Lateralus” è il perfetto compendio di tutto questo.

Poi c’è stato “10,000 Days” (2006), il quarto e ultimo (ad oggi) lavoro in studio… e poi il silenzio.

Ogni album dei Tool è talmente ricco di contenuti e sollecitazioni da richiedere molti e molti ascolti per digerirlo. Le circonlocuzioni ritmiche di Carey e le esplorazioni di Jones sono piccoli trattati musicali che rimandano ad ulteriori significati, in cui nessun accento e nessuna pausa è lasciata al caso. Nei Tool non esiste spazio per l’improvvisazione, né per l’approssimazione, ma solo per il mistero. Maynard James Keenan in questo è formidabile, perché sa mantenere un grandissimo distacco con le possibili contaminazioni derivanti da una spiegazione dei testi o da una chiave di lettura fornita al pubblico. Come un antico sacerdote pagano, tiene il mistero per sé, officia a distanza, sacrifica senza spiegare e crea un rapporto di sudditanza e dipendenza nel pubblico che non riesce a staccarsi da lui e che pur di seguirlo ne assapora anche le foto in vigna durante la vendemmia. Un pubblico che lo adora in modo inspiegabile e che ancora si chiede quando i Tool torneranno…