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Trump: “Gli Usa e l’Italia alleati sin dai tempi dell’antica Roma” e la faccia della traduttrice diventa virale

Trump: “Gli Usa e l’Italia alleati sin dai tempi dell’antica Roma” e la faccia della traduttrice diventa virale

 Secondo Donald Trump, “Gli Stati Uniti e l’Italia sono legati culturalmente da legami che durano da migliaia di anni, fino all’Antica Roma”. Non solo il presidente ha pronunciato questa gigantesca castroneria storica (Gli Stati Uniti non solo non esistevano, ovviamente, ai tempi di Roma, ma l’intero continente americano non sarebbe stato scoperto prima di un altro millennio), ma ha anche ritenuto necessario farlo pubblicare dall’account twitter della Casa Bianca. È ancora lì:

The White House@WhiteHouse

🇺🇸
🇮🇹

President @realDonaldTrump just wrapped up a joint press conference with President Mattarella of Italy.

“The United States and Italy are bound together by a shared cultural and political heritage dating back thousands of years to Ancient Rome.” 18.00019:55 – 16 ott 2019Informazioni e privacy per gli annunci di Twitter14.400 utenti ne stanno parlando

Ma a diventare virale sui social di tutto il mondo è la faccia della traduttrice italiana, non appena Trump pronuncia queste parole. La donna deve riferire al presidente Mattarella, in visita negli Stati Uniti, cosa ha appena detto Trump ed è ovviamente basita

È molto probabile che la civiltà umana finirà’ nel 2050

È molto probabile che la civiltà umana finirà’ nel 2050

Un’analisi drammatica dello scenario che porterà al collasso la civiltà umana nei prossimi decenni per via del cambiamento climatico è stata validata da un ex capo della Difesa Australiana e comandante della marina reale.

L’analisi, pubblicata dal Breakthrough National Centre for Climate Restoration — un centro di ricerca e innovazione a Melbourne, in Australia — descrive il cambiamento climatico come “una minaccia su breve-medio termine all’esistenza della civiltà umana,” e delinea lo scenario catastrofico a cui, se continuiamo a fare finta di niente, è ben plausibile che arriveremo nel giro di 30 anni.

Il paper sostiene che “le conseguenze estremamente serie” dei rischi di sicurezza che la crisi climatica comporta sono, in molti casi, più probabili di quanto si assume, ma quasi impossibili da quantificare, perché “escono dal tracciato dell’esperienza umana degli ultimi mille anni.”

Al momento, avverte il report, “i sistemi del pianeta e quelli umani raggiungeranno ‘un punto di non ritorno’ entro metà secolo, e la prospettiva di una Terra in gran parte inabitabile porterà al crollo delle nazioni e dell’ordine internazionale.”

Stando al report, l’unico modo per evitare questo scenario e tutti i rischi relativi è “una mobilitazione di emergenza simile per proporzioni a quella della Seconda Guerra Mondiale” — ma, questa volta, concentrata a costruire rapidamente un sistema industriale a zero emissioni per avviare il ripristino di un clima sicuro.

Inoltre — spiega il paper — la traiettoria su cui siamo ora ci porterà a raggiungere i 3°C di riscaldamento globale, che a loro volta amplificheranno i processi di feedback ambientale che provocano un ulteriore riscaldamento. Di conseguenza, il collasso di ecosistemi fondamentali “compresi i sistemi di barriera corallina, la foresta amazzonica e l’Artico” accelererà.

Il risultato sarebbe devastante. Qualcosa come un miliardo di persone sarebbe costretto a migrare da condizioni invivibili, e due miliardi vivrebbero comunque in condizioni in scarsità idrica. L’agricoltura collasserebbe nella regione sub-tropicale e la produzione di cibo si ridurrebbe drammaticamente a livello mondiale. La coesione interna di nazioni-stato come gli Stati Uniti e la Cina crollerebbe.

“Anche se il riscaldamento si fermasse a 2°C, oltre un miliardo di persone avrà bisogno di spostarsi e, nelle previsioni più estreme, la scala di distruzione appare oltre le nostre capacità di simulazione, con un’alta probabilità che la civiltà umana finisca,” sottolinea il report.

Il nuovo report è scritto da David Spratt, direttore della ricerca di Breakthrough, e Ian Dunlop, un ex dirigente della Royal Dutch Shell (la compagnia petrolifera), che, in precedenza, è stato anche a capo della Australian Coal Association.

Nell’introduzione del documento, l’ammiraglio (ora in pensione) Chris Barrie — Capo delle Forze di Difesa Australiane dal 1998 al 2002 ed ex vice capo della Marina Australiana — loda il paper per aver messo “nero su bianco la verità nuda e cruda sulla situazione disperata in cui gli esseri umani e il nostro pianeta si trovano, dipingendo un quadro inquietante della possibilità concreta che la vita umana sulla Terra possa essere a un passo dall’estinzione, nel modo peggiore possibile.”

Barrie ora lavora per il Climate Change Institute alla Australian National University di Canberra.

Spratt ha detto a Motherboard che la ragione principale per cui i rischi che stiamo correndo non sono compresi è che “molta della conoscenza prodotta per chi deve emanare leggi è troppo prudente. Ma i rischi ora sono esistenziali, per questo è necessario un approccio nuovo al clima e al determinare i rischi per ognuno tramite l’analisi degli scenari.”

A ottobre scorso, il già drammatico report dell’IPCC che era stato commissionato dall’ONU per i governi, è stato dichiarato su basi scientifiche troppo ottimista.

Per quanto lo scenario del Breakthrough sviluppi alcune delle possibilità di rischio più ‘estreme’, è spesso impossibile quantificare davvero la loro probabilità. Per questo, gli autori enfatizzano il fatto che gli approcci convenzionali al rischio tendono a non essere sufficienti negli scenari peggiori, a prescindere dalla plausibilità.

Lo scenario del 2050 di Spratt e Dunlop illustra quanto facilmente potremmo trovarci in una situazione climatica accelerata, dove basteranno un paio di decenni perché questo pianeta sia in grossa parte inabitabile.

“Uno scenario estremo per il 2050 vede un mondo al collasso sociale e nel caos,” ha detto Spratt. “Ma esiste ancora una piccola finestra di opportunità per una mobilitazione di risorse globale e d’emergenza, in cui l’esperienza logistica e strategica dei settori di sicurezza nazionali potrebbero giocare un ruolo importante.”

L’Italia e gli 890 milioni di euro di armi alla Turchia: abbiamo le mani sporche di sangue

L’Italia e gli 890 milioni di euro di armi alla Turchia: abbiamo le mani sporche di sangue

Cosa c’entra l’Italia con la guerra di Erdogan in Siria? Il 9 ottobre è partita l’offensiva turca contro i curdi, e nei prossimi interventi potrebbero essere utilizzate le armi che l’Italia ha venduto alla Turchia, diventando così “indirettamente complice” del massacro. Il nostro Paese, infatti, dal 2016 al 2018 ha ricevuto autorizzazioni per l’esportazione di 761,8 milioni di euro di armamenti verso la Turchia. 362 milioni solo nell’ultimo anno. A certificarlo è la relazione di Camera e Senato resa nota nel maggio scorso.

Questa cifra, come riportato nello stesso documento, “colloca la Turchia tra i primi 25 Paesi destinatari di licenze individuali di esportazione nel 2018”, per la precisione tra i primi tre, dopo il Qatar e il Pakistan. Se invece teniamo conto del dato complessivo a partire dal 2015 le autorizzazioni concesse per l’espo

Cgil, Arci, Anpi, e Rete italiana per il disarmo hanno già fatto un appello pubblico al ministro degli Esteri Di Maio perché fermi la vendita di armi alla Turchia. Alla luce degli attacchi degli ultimi giorni resta infatti discutibile che questo tipo di forniture possa continuare ad essere autorizzata in base alla normativa italiana. La legge 185 del 1990 impedisce chiaramente che si possano inviare armi “in paesi in stato di conflitto”, per questo l’invio di bombe, aerei e munizioni da parte dell’Italia risulta estremamente problematico.

Capire quali tipologie di armamento l’Italia stia esportando verso la Turchia è decisamente complesso. Ciò che è sicuro è che l’Italia invia armi complete, non si parla infatti di “semilavorati” ma di “bombe e missili”. Nel 2008 l’azienda di Stato AugustaWestland, poi confluita in Finmeccanica e oggi nota come Leonardo, aveva concesso all’azienda turca Tai (Turkish Aerospace Industries), una licenza di coproduzione degli elicotteri italiani AW 129 Mangusta.

Grazie a questa licenza la Turchia ha potuto produrre in casa l’elicottero T129 ATAK, una copia dell’elicottero da attacco italiano. Il contratto di licenza ammontava a oltre 1,2 miliardi di euro e gli elicotteri venivano realizzati completamente in Turchia, il “know-how” però era italiano. Il frutto dell’inchiesta è stato reso pubblico anche attraverso un video, realizzato in collaborazione con il programma Report. Tra i primi a darne notizia, il giornalista Antonio Mazzeo.